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Il castigo inesistente per i falsi e le bugie

L’autocertificazione va abolita? No. In un Paese dove il cittadino annaspa tra le scartoffie, va addirittura rilanciata. Purché, proprio per salvaguardare le persone perbene, gli imbroglioni vengano colpiti duro. Con pene esemplari

di Gian Antonio Stella – 31 luglio 2016

Così fan tutti. È questa la motivazione della sentenza d’appello che condanna a pene ridicole gli imbroglioni (bidelli, mezzemaniche, agenti di custodia…) che con un’autocertificazione falsa dove giuravano d’aver fatto i magistrati o di avere una laurea, erano riusciti a farsi inserire nel Cda dell’Asi di Agrigento ottenendo così i preziosi trasferimenti vicino a casa e altri benefit ai danni dei colleghi. Due settimane di cella o 3.750 euro di multa. Il minimo del minimo del minimo. Testuale: «Tenuto conto del contesto in cui tale falsa dichiarazione venne sottoscritta, della pregressa situazione di acquiescenza da parte della Pubblica Amministrazione a una situazione caratterizzata da mancato rispetto delle fonti normative…».

Insomma, chi aveva mai rispettato la legge? In I° grado il Gip era andato oltre. Assolvendo gli impostori: non avevano dichiarato il falso con «scritture autonomamente predisposte dagli interessati, frutto di personale meditata elaborazione, ma previa sottoscrizione acritica di modelli prestampati». Disonesti, ma sovrappensiero. La Procura generale di Palermo ha fatto ricorso. Bene. Ma non basta. Quei verdetti, che con il loro lassismo stupefacente incoraggiano tutti i truffatori a provarci, sono solo l’ultima prova dell’assoluta necessità di cambiare le regole. E in fretta. Nata sotto i migliori auspici nel ’97 («Addio file negli uffici pubblici: autocertificazioni e meno burocrazia», titolò il Corriere), quella legge nelle intenzioni sacrosanta per sveltire pratiche affondate nelle scartoffie ha mostrato infatti negli anni, purtroppo, limiti enormi.

Ricordate? Quasi due universitari ogni tre beccati negli atenei romani per essersi dichiarati falsamente nullatenenti, tra i quali la figlia del proprietario d’una villa con piscina che girava in Ferrari. Illeciti di massa alla Bicocca dove, citiamo il direttore generale, «circa 5000 matricole nel 2012 non pagavano la seconda rata». L’anno dopo, saputo delle ispezioni, «il numero degli esenti è sceso a cinquecento: un crollo del 90%». E falsi medici al lavoro nelle strutture pubbliche con una laurea solo auto-certificata. E poi avvocati per anni ciondolanti in causa in causa nei tribunali senza esser mai diventati dottori in giurisprudenza.

Fino ai casi estremi come quello di Lesina, in Puglia, dove un paio di anni fa si scoprirono cinquantasei false «docenti di sostegno» sparpagliate come supplenti per mezza Italia a fare quel lavoro delicatissimo con bimbi e ragazzi disabili grazie a decine di autocertificazioni false accompagnate da altri documenti manomessi. Indimenticabile una deposizione: «Ero stanca di fare la pizzaiola… Così ho dato alla organizzatrice 14 mila euro e lei mi ha dato la laurea. I moduli? Erano già compilati, bastava presentarli».

Ma come dimenticare le autocertificazioni di decine di milanesi che nel 2014 per non pagar l’ingresso all’area C dichiararono nuove residenze anagrafiche in centro tra cui (spiritosoni…) piazza della Scala 2, cioè Palazzo Marino, sede del Comune? E gli allevatori sardi che dichiarando d’aver 910 cavalli (ne possedevano 8) riuscirono a farsi dare «in uso civico» 1.500 ettari di terreni pubblici? E le 73 palazzine senza fondamenta e totalmente abusive a Casalnuovo di Napoli vendute dal notaio sulla base di un’autocertificazione falsa che garantiva fosse tutto in ordine per il condono? E le migliaia di «buoni-bebè» (354 pratiche truffaldine su 430 solo a Voghera) date a chi non ne aveva diritto? E i 321 dipendenti comunali di Napoli (seguiti da tanti altri a Taranto) che si erano auto-aumentati la busta paga auto-certificando di avere a carico nonni, zie e cugini? E i 96 tassisti romani che dichiararono il falso per avere il rinnovo della licenza nonostante la fedina non candida?

Sono 906 i casi di autocertificazioni false ai quali l’Ansa ha dedicato, negli anni, articoli. Novecentosei. E in certi casi, come le esenzioni sui ticket sanitari, si citano centinaia di dichiarazioni truffaldine. Al punto che nel 2011 la stessa agenzia citava stime impressionanti: un miliardo di euro l’anno di evasione. Con casi indecenti come quello d’una padovana che viveva in una villa con piscina e aveva 14 immobili affittati in nero e aveva chiesto al Comune il sostegno per gli indigenti.

Lo stesso scandalo della «carica dei 104» (l’abuso d’una norma giusta come la legge 104 che offre agevolazioni ai parenti «per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti» dei disabili) ha origine spesso da dichiarazioni dove il furbo sostiene di essere costretto ad assistere un figlio, una sorella, un suocero non autosufficiente. Poi, come spiegò mesi fa l’inchiesta agrigentina aperta da Ignazio Fonzo arrestando dieci medici, seguono pratiche e complicità ulteriori. Il primo passo, però, è quella dichiarazione falsa.

E qui è il guaio: chi mente non viene mai punito in modo adeguato. Mai. Una prova? A dispetto delle inchieste e degli accertamenti, un comunicato degli «Insegnanti in movimento» accusava proprio ieri: nella provincia girgentina 53 su 53 degli spostamenti nelle «primarie», appena comunicati dalle autorità scolastiche, sono avvenuti usando ancora la 104. «Questa legge non è fatta per noi», dice uno dei protagonisti del racconto «La rivolta dei topi d’ufficio» scritto nel ‘99 da Andrea Camilleri che ironizzava sui burocrati proprio a sostegno dell’autocertificazione. «Può funzionare in Svezia o in Germania, dove se qualcuno dice una cosa, quella è Vangelo. Ma qui da noi, come fai a fidarti della parola di uno sconosciuto?»

Tema: l’autocertificazione va abolita? No. In un Paese dove il cittadino annaspa tra le scartoffie, va addirittura rilanciata. Purché, proprio per salvaguardare le persone perbene, gli imbroglioni vengano colpiti duro. Con pene esemplari. Sei secoli fa la «Carta de Logu» di Eleonora d’Arborea concedeva ai sudditi di presentare agli uffici giudiziari «carte bollate e non bollate» e «altre scritture autentiche, registrate o non registrate». Se una carta fosse risultata falsa e «usata fraudolentemente sapendo che è falsa», però, l’autore doveva essere «arrestato e messo in prigione». Quanto all’amanuense che aveva prodotto il documento, doveva pagare entro un mese una multa stratosferica. E se non la pagava? «Gli sia amputata la mano destra». Per carità, era troppo. Anche il lassismo però…

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