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PETIZIONE diretta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, al premier Matteo Renzi e a tutto il Parlamento

PETIZIONE: Con questa prescrizione la corruzione rimane impunita

Troppe volte la prescrizione manda al macero i processi e lascia impuniti i responsabili delle pagine più nere della cronaca italiana. Nel 2014 ci sono state 132.296 prescrizioni, per una media di 402 reati estinti al giorno. È ora di agire: per questo chiediamo una prescrizione vera, che sia garanzia di tutti e non privilegio di quanti sfruttano le pieghe dei codici per sfuggire alle condanne.

Nel 2014 ci sono state 132.296 prescrizioni, una media di 402 procedimenti prescritti al giorno. Sono passati oltre 700 giorni da quando il governo ha promesso una riforma adeguata ma l’ingiustizia continua a regnare sovrana nel nostro Paese. Per questo è arrivato il momento di agire: chiediamo una prescrizione vera, che sia garanzia di tutti e non privilegio di quanti sfruttano le pieghe dei codici per sfuggire alle condanne.

Gli effetti più devastanti dell’attuale prescrizione ricadono sulle indagini per corruzione: 85 processi per reati di corruzione sono andati in fumo solo nel 2013, circa  uno su dieci (Istat 2013). Inoltre, secondo l’Ufficio studi della Camera dei deputati, il 62% dei reati di corruzione transnazionale  non arriva mai a sentenza a causa della prescrizione (Ufficio studi della Camera 2014).

Di fatto l’attuale legge aiuta i corrotti a sfuggire alle pene: il 13,7% delle prescrizioni riguarda i reati contro la Pubblica amministrazione e a beneficiarne sono soprattutto i “colletti bianchi”, ovvero i funzionari pubblici che troppo spesso abusano del proprio potere per alimentare il fenomeno corruttivo. L’effetto finale è che i detenuti in carcere per reati di corruzione sono, nel 2015, solo 299 a fronte di una popolazione carceraria di oltre 54.000 soggetti (secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria).

Dobbiamo porre fine a questa ingiustizia: la prescrizione dovrebbe garantire ragionevole durata del processo, non trasformarsi in un privilegio odioso per “colletti bianchi” e corrotti. Per questo chiediamo al più presto un’immediata riforma della prescrizione che consenta alla magistratura di portare a compimento i processi per reati di corruzione.

Le nostre proposte

Crediamo che una buona legge sul processo penale debba garantire tutti i diritti costituzionali all’imputato e allo stesso tempo permettere di terminare i processi in tempi ragionevoli,  punendo i colpevoli. Per questo siamo convinti che la riforma della prescrizione in discussione debba contenere almeno una delle seguenti alternative:

  • Interruzione della prescrizione dopo la condanna di primo grado, sul modello tedesco. In base alle norme tedesche infatti, dopo la condanna di primo grado, la prescrizione si interrompe e ricomincia da zero. Praticamente, per ciascuno dei tre gradi di giudizio inizia un nuovo termine di prescrizione. In questo modo ci sarebbe abbastanza tempo per celebrare un processo giusto, equo e garantista, che si concluda nel merito con una sentenza, senza prescriversi. Infatti la Germania è uno dei paesi in cui la percezione dell’efficacia della giustizia è tra le più alte.

Oppure

  • Estensione del termine assoluto della prescrizione dopo diverse interruzioni. Attualmente nel procedimento penale italiano, la durata massima di un processo non può superare di un quarto il termine di prescrizione di quel reato. In altri termini, se il reato per cui si procede (es. la corruzione per l’esercizio delle funzioni) si prescrive in 6 anni, il processo per quel reato non può durare più di 6 anni + un quarto, cioè 7 anni e mezzo. Ma la Storia ci insegna che nel nostro Paese talvolta in 10 anni non si è nemmeno arrivati a processo. E se per lo meno un processo di primo grado si riesce a fare, e quindi una condanna per il primo grado di giudizio si riesce ad ottenere, il condannato potrebbe semplicemente fare appello ed aspettare che i tempi biblici della giustizia italiana lo salvino: processo prescritto in 10 anni dalla data di commissione del reato, e il corrotto rimane impunito. Una soluzione potrebbe essere raddoppiare questo termine massimo, anziché limitarlo ad un quarto. Poniamo che il termine assoluto di prescrizione, quando intervengano diverse ipotesi d’interruzione (come per esempio la condanna di primo grado), sia da conteggiare al doppio dei termini di prescrizione base: in questo modo vi sarebbero 12 anni per concludere tutto il procedimento fino al terzo grado di giudizio. Così si impedirebbe l’uso dell’appello in modo strumentale: le condanne di primo grado verrebbero prese più seriamente. Il condannato ci penserebbe due volte ad appellare a fini dilatori, sapendo che non potrà far prescrivere il processo in tempi brevi.

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http://www.lastampa.it/2016/06/15/italia/cronache/il-giudice-in-ritardo-non-scrive-la-sentenza-i-mafiosi-tornano-liberi-oxwpHhTl35uAwYimoZIk0H/pagina.html

Il giudice in ritardo non scrive la sentenza. I mafiosi tornano liberi

La Calabria in un baratro giudiziario, ma la politica tace
15/06/2016 – GIUSEPPE SALVAGGIULO

Nel silenzio della politica e delle istituzioni (anche togate), dei professionisti e dei dilettanti dell’antimafia, la Calabria sprofonda in un baratro giudiziario. Solo negli ultimi giorni sono scivolati inosservati, come fossero normali, alcuni casi clamorosi. La scarcerazione di alcuni ’ndranghetisti condannati in primo grado e in appello, ma salvati da un giudice che a 11 mesi dalla pronuncia della sentenza non ha ancora depositato le motivazioni; il ritardo di cinque anni con cui ricomincia un altro processo per mafia; l’agonia del processo ai caporali di Rosarno, scaturito sei anni e mezzo fa dalle testimonianze dei migranti e non ancora arrivato nemmeno alla sentenza di primo grado. 

«Cosa mia»  

La vicenda più grave riguarda il processo «Cosa Mia», nato nel 2010 da un’indagine della procura di Reggio Calabria, allora retta da Giuseppe Pignatone oggi procuratore a Roma, sulle famiglie della piana di Gioia Tauro, protagoniste di una sanguinosa guerra di mafia negli Anni 80-90, con 52 omicidi e altri 34 tentati. L’inchiesta aveva svelato il controllo delle cosche sui lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, con una tangente del 3% imposta alle imprese sotto la voce «tassa ambientale» o «costo sicurezza». 

Il processo si è svolto con relativa celerità, considerando l’ampiezza della materia da trattare, il numero di imputati e alcune rilevanti difficoltà logistiche. Basti pensare che la polizia penitenziaria, intimorita dalla caratura degli imputati, si rifiutava di trasportarli nell’aula del processo. Per garantire lo svolgimento del processo, il ministero fu costretto a mobilitare i reparti speciali, usati in genere solo per sedare le rivolte nelle carceri.

Nel 2013 la corte d’assise commina 42 condanne per complessivi trecento anni di carcere, con una sentenza monumentale di 3200 pagine. Impianto sostanzialmente confermato nella sentenza d’appello, pronunciata a fine luglio dell’anno scorso. 

A questo punto, non resta che il passaggio in Cassazione, il più celere. Dato che la durata massima della custodia cautelare è di sei anni e i boss furono arrestati nel giugno 2010, il calcolo è semplice. La corte d’appello avrebbe dovuto depositare le motivazioni entro 90 giorni (quindi entro fine ottobre 2015), poi gli avvocati avrebbero avuto 45 giorni per presentare il ricorso in Cassazione. Ai supremi giudici sarebbero rimasti sei mesi, fino alla scadenza del termine della carcerazione preventiva, per chiudere il processo con la sentenza definitiva. Un tempo più che sufficiente: in Cassazione è prassi anticipare i processi per i quali sta maturando la prescrizione (fu così per il caso Berlusconi, frode fiscale, nell’agosto 2013) o stanno per scadere i termini di carcerazione degli imputati.

Liberi tutti  

Invece in questo caso i termini sono scaduti la scorsa settimana senza che la Cassazione abbia nemmeno ricevuto le carte del processo, ancora ferme nella corte d’assise di Reggio Calabria perché il giudice Stefania Di Rienzo non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza. Scaduto il primo termine di 90 giorni, aveva chiesto una proroga: altri tre mesi. Spirati invano. Di mesi ne sono trascorsi undici e delle motivazioni non c’è traccia.

E così tre imputati, a dispetto della doppia condanna per associazione mafiosa, nei giorni scorsi sono usciti dal carcere. Altri dieci erano tornati liberi precedentemente, sempre per scadenza dei termini della custodia cautelare. Il danno processuale è enorme, quello sociale maggiore. Il ritorno alla libertà degli ’ndranghetisti ne rafforza il potere e scoraggia chiunque (sia dentro che fuori dal sodalizio criminale) dalla collaborazione con la giustizia. 

Non è un caso isolato. In questi giorni si celebra a Catanzaro l’appello del processo Revenge, con sette imputati di mafia. Peccato che sarebbe dovuto partire nel 2011, ma sono stati necessari cinque anni per formare un collegio di giudici. E sei anni non sono bastati ad arrivare a sentenza nel processo ai caporali di Rosarno. 

Il panorama  

Fotografie di una resa giudiziaria nella regione con il record di Comuni commissariati per infiltrazioni mafiose e in cui, recita l’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia), la ’ndrangheta opera un «atavico, asfissiante strangolamento del territorio» e rappresenta «un pesante fattore frenante per lo sviluppo economico e sociale» grazie alla capacità di «fare sistema» attraendo «nella propria sfera di influenza soggetti legati al mondo dell’imprenditoria, della politica, dell’economia e delle istituzioni». 

Non ce n’è abbastanza perché Csm e commissione antimafia se ne occupino?

(Ha collaborato Gaetano Mazzuca)

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Vedi l’articolo “Quanto ci costa la corruzione?

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