Davvero molto ben fatto ed interessante questo articolo di Andrea Petrella, che qui vi riproponiamo:

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La storia d’Italia in 16 canzoni

di Andrea Petrella
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1. Francesco De Gregori – San Lorenzo

Il nostro percorso parte un po’ prima del 2 giugno: è il 19 luglio 1943 e l’esercito americano bombarda ripetutamente Roma, centro nevralgico del regime fascista. I morti nella capitale sono circa tremila in tutta Roma, più della metà si contano nel solo quartiere di San Lorenzo. La guerra mondiale è a tutti gli effetti dentro le case degli italiani, le scelte criminali del governo mostrano tutta la loro pericolosità e qualche giorno dopo il Gran Consiglio del Fascismo esautora Mussolini dei propri poteri. Francesco De Gregori dedica a questo drammatico evento la struggente San Lorenzo (1982), ricordando le vittime e la benedizione di Papa Pio XII, ma lasciando aperto uno spiraglio di speranza: “E un giorno, credi, questa guerra finirà, ritornerà la pace e il burro abbonderà”

2. Enzo Jannacci – Vincenzina e la fabbrica

L’Italia riemerge da questa e da altre distruzioni, vive la Resistenza e, appunto, la fine della monarchia. Iniziano gli anni cinquanta e con loro il grande movimento di connazionali da sud a nord, da est a ovest, dalle campagne alle città industrializzate. Anche verso l’estero. Sono milioni gli italiani che emigrano, tra questi Vincenzina, la giovane donna del sud arrivata a Milano per cercare un lavoro e una nuova vita. La canta Enzo Jannacci, ispirato dalla metropoli lombarda che cresce e dai suoi quartieri operai. Vincenzina e la fabbrica (1975) rappresenta così tutte quelle giovani emigranti un po’ smarrite nelle grigie periferie settentrionali, affascinate e al tempo stesso impaurite dalla “Vita giù in fabbrica”

3. Rino Gaetano – Fabbricando case

L’Italia ricostruisce se stessa sul lavoro, ma anche sull’edilizia. Le città attirano sempre più abitanti, i caseggiati popolari formano le nuove cinture periurbane, scuole, ospedali e uffici modernizzano i rioni mentre strade, autostrade, ferrovie e ponti connettono il paese. È il boom edilizio degli anni cinquanta e sessanta, incentivato da due buone leggi nazionali e inquinato da non sporadici episodi di malaffare, corruzione e speculazione. Con la consueta ironia Rino Gaetano incide nel 1978 Fabbricando case, valida allora così come per i decenni precedenti, perché “Fabbricando case ci si sente più veloci e più leggeri”

4. Francesco Guccini – Eskimo

Gli anni sessanta portano dentro sé il germe della rivolta, sia essa quella personal‑familiare, sessuale o politica. Sono anni di forte contestazione e tensioni tra le diverse anime della società italiana: operai e imprenditori, figli e genitori, studenti e docenti, rossi e neri, militanti e indifferenti. Alcuni storici sostengono che lo spirito comunitario e i valori politici che hanno caratterizzato il ’68 affondino le proprie radici in tutto il decennio. Si trovano tra il fango e le acque dell’Arno, quando migliaia di ragazze e ragazzi di tutta la penisola accorrono in una Firenze piegata dall’alluvione nel 1966; si trovano nelle mobilitazione contro la guerra in Vietnam e contro il colpo di stato dei colonnelli in Grecia nel 1967; si trovano tra le righe della Lettera a una professoressa di don Milani, sempre nel 1967. Francesco Guccini, con insuperata maestria, evoca tutti quegli anni, le inquietudini, le insicurezze e le passioni di una generazione, frullandole dentro Eskimo (1978). Una serie di piccoli aneddoti, immagini nostalgiche e sogni collettivi che conducono al ’68 in cui “scoppiava finalmente la rivolta”. È un pezzo monumentale che meriterebbe una trattazione a sé per tutti i rimandi, le citazioni e le frasi evocative che contiene. Si conclude, come probabilmente si concluse quel decennio, con un pizzico di rammarico e di senso di incompiutezza, “cercando di fare o di capire”.

5. Antonello Venditti – Compagno di scuola

Un racconto di quegli anni è contenuto anche in Compagno di scuola (1975) di Antonello Venditti, affresco un po’ malinconico e un po’ disilluso proprio della generazione pre e post ’68, con giornate trascorse tra feste, assemblee, cineforum, dibattiti e botte. Il Compagno del titolo compare solo alla fine della canzone, quando con voce disperata Venditti chiede se “ti sei salvato dal fumo delle barricate […] o sei entrato in banca pure tu?”. I sogni, forse, sono finiti, o per lo meno quelli più ingenui e innocenti. In molti sembrano aver abbandonato la lotta e gli ideali; un decennio assai più cruento si profila all’orizzonte.

6. Claudio Lolli – Agosto

Il 12 dicembre 1969 la bomba che esplode dentro gli sportelli bancari di Piazza Fontana, a Milano, imprime una feroce sterzata alla storia del nostro paese e inaugura quelli che nel decennio successivo saranno rinominati Anni di Piombo. La conflittualità politica scivola verso la violenza armata, il terrorismo nero e rosso, pur con modalità, dimensioni e finalità differenti, semina morti e feriti tra studenti, forze dell’ordine e civili. È il terrorismo nero a causare più vittime: a esso si imputano, tra le altre, la strage di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia a Brescia e della stazione di Bologna. È un periodo incandescente, in cui alle stragi si aggiungono attentati, sparatorie, sequestri: circa 150 eventi riconducibili al terrorismo e all’eversione tra il 1969 e il 1982. Una canzone più di altre, a mio parere, dipinge la sensazione di morte, desolazione e impotenza causata dalla violenza di quegli anni. È del 1976, contenuta in un fondamentale album di Claudio Lolli. L’Italicus è un treno espresso partito da Roma e diretto al Brennero, trasporta chissà quanti turisti verso le località alpine, e altrettanti lavoratori che rientrano in Germania dopo le ferie a casa, in Italia. La notte del 4 agosto 1974, l’Italicus è appena uscito da una galleria dell’Appennino bolognese quando una bomba squarcia un vagone causando 12 morti e 50 feriti. La strage fu attribuita a gruppi di estrema destra, costanti nel loro destabilizzare le istituzioni e colpire civili nei momenti più impensabili. Lolli scrive Agosto con parole dure e lucide: “Non ci vuole molto a capire che è stata una strage” canta in un crescendo drammatico in cui il caldo afoso dell’estate si confonde con il caldo sprigionato dall’esplosione. L’Italicus lascerà un segno profondo nella memoria degli italiani e questa canzone ne è il ritratto più spietato e rabbioso.

7. Lucio Dalla – Piazza Grande

Gli avvenimenti degli Anni di Piombo fanno passare in secondo piano i pur piccoli progressi dell’economia italiana, l’attenuarsi delle migrazioni interne, i tentativi di modernizzazione dello Stato e del suo settore industriale, nonostante lo shock petrolifero del 1973. Tuttavia, la ricchezza e il benessere, allora come oggi, non si distribuiscono equamente e c’è chi trascorre la propria vita ai margini del progresso. Lucio Dalla tratteggia con delicatezza e poesia anche questo scorcio d’Italia, ricordandoci la fondamentale importanza delle piazze all’interno del nostro paesaggio urbano, luoghi comunitari, di incontri, scambi, gioie e miserie. Dalla porta il senzatetto di Piazza Grande sul palco di Sanremo nel 1972 si classifica ottavo, ma la sua canzone supera la prova del tempo ed è capace ancora oggi di fare riflettere sulle scelte di vita: “Ma la mia vita non la cambierò mai mai, a modo mio quel che sono l’ho voluto io”

8. Gianfranco Manfredi – Ma chi ha detto che non c’è

Il mosaico degli anni settanta non sarebbe completo senza un accenno al multiforme movimento del ’77, a cui si devono innovazioni e invenzioni artistiche, linguistiche e politiche. Ripercorrerne tutta la storia, le sfumature e le diversità interne richiederebbe uno sforzo immane, in parte già egregiamente compiuto da Nanni Balestrini e Primo Moroni nel loro L’orda d’oro del 1988. Il movimento, forte soprattutto nei grandi centri urbani, riunisce in sé le anime operaiste, studentesche, femministe e anarcoidi e agisce attraverso assemblee, sit‑in, raduni musicali, comuni, occupazioni. La violenza striscia anche all’interno di questo grande contenitore politico e uno dei suoi cantori, Gianfranco Manfredi, incide nel 1976 l’epica Ma chi ha detto che non c’è, in cui già si inquadrano tutti gli elementi più tipici di quel movimento, dalla liberazione sessuale alla riappropriazione del proprio corpo, dalla violenza alla contestazione: “Sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti, nelle pietre sui gipponi”

9. Luca Carboni – Silvia lo sai

Il decennio successivo, gli ottanta, non trovano interpreti altrettanto abili nel tradurre in musica le pulsioni e gli umori del periodo. Sono gli anni del più o meno apparente disimpegno politico, dell’individualismo e della rincorsa al successo che coinvolge buona parte della società italiana. Assemblee, movimenti e ideologie sembrano ormai accantonati, deflagrati, obsoleti. Molti commentatori attribuiscono la fine spesso ingloriosa delle esperienze politiche e comunitarie dei decenni precedenti anche all’introduzione delle droghe pesanti all’interno dei movimenti giovanili. Dalla metà degli anni settanta in poi, con notevole intensità negli anni ottanta e novanta, l’eroina si diffonde anche in Italia, travolge intere generazioni e uccide decine di migliaia di consumatori. Tra le canzoni che trattano questa tragica deriva, Silvia lo sai (1987) di Luca Carboni sembra farlo con tatto e sensibilità. Tra Silvia e Luca, una normalissima coppia bolognese, si intromette la droga, la loro storia probabilmente finisce, ma chissà se “Silvia lo sai che Luca si buca ancora?”.

10. Fabrizio De André – La domenica delle salme

L’epitaffio agli anni ottanta lo scrive Fabrizio De André: la caduta del Muro di Berlino, la trasformazione del Pci, il menefreghismo diffuso e lo sfrenato capitalismo fanno da apocalittico scenario a politici meschini, intellettuali svenduti e misteriose figure di un’Italia e di un’Europa confuse e sconvolte da cambiamenti epocali. La domenica delle salme (1990) è una lunga metafora della situazione del paese in cui, già dal titolo, traspare una sensazione di abbandono e morte: la morte degli ideali utopici di una società egualitaria e pacificata. I riferimenti non sono sempre decifrabili con sicurezza, De André spazia con naturalezza dalle citazioni colte alle espressioni più popolari, ma tutto il testo sembra ammantato da una nube sinistra e cupa. Renato Curcio, il poeta De Andrade, ministri, colleghi cantanti, lavavetri, schiavi, comunisti pentiti e affaristi spietati; il collage di personaggi restituisce un’immagine caotica in cui ciascuno si arrabatta per proprio interesse e l’etica e i valori svaniscono nella nebbia metropolitana. Il brano si chiude con un “coro di vibrante protesta”, ironico richiamo agli sterili e vani tentativi di indignazione di un ceto medio ormai assuefatto ai dogmi del potere e del mercato.

11. Franco Battiato – Povera patria

I novanta sono il decennio in cui tutto, o quasi, cambia: spazzate via le ideologie, i partiti politici vivono la loro stagione peggiore, investiti prima da Tangentopoli e poi dall’ondata berlusconian‑leghista; Cosa Nostra inaugura una nuova strategia di attacco frontale alle istituzioni statali; la coscienza nazionale sembra ridestarsi dopo anni di assopimento; Internet e le nuove tecnologie si fanno via via più popolari. Tuttavia, nei primi anni del decennio l’Italia è piagata da corruzione e violenza e Franco Battiato, sorprendentemente, con la profetica Povera patria (1991) pare anticipare gli scandali e gli orrori che di lì a poco seguiranno, pur non avendo riferimenti espliciti al Belpaese. Recuperando l’ormai abbandonato concetto di patria, il cantautore descrive un paese “schiacciato dagli abusi di potere [e] devastato dal dolore” e prefigura la catena di arresti, avvisi di garanzia e interrogatori che metteranno a nudo il sistema marcio di appalti truccati, finanziamenti illeciti, raccomandazioni. La voce di Battiato rimane tenera per quasi tutta la durata del brano, cullata da pianoforte e violino, creando una straniante sensazione di calma e poesia in forte contrasto con la durezza delle parole.

12. Litfiba – Dimmi il nome

La mafia torna a colpire e nel biennio 1992‑1993 uccide più di 35 persone tra cui Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Salvo Lima, don Pino Puglisi, oltre a danneggiare via dei Georgofili a Firenze e via Palestro a Milano, nelle vicinanze degli Uffizi e del Padiglione d’arte contemporanea. Il terrore attanaglia il paese e la politica non riesce a dare risposte convincenti, impegnata com’è a proteggere se stessa dalle incalzanti indagini milanesi di Mani Pulite. Una parte d’Italia chiede giustizia e trasparenza, “dentro i colpevoli e fuori i nomi” urlano i Litfiba nel brano d’apertura al combattivo e incazzato Terremoto (1993). Dimmi il nome si apre con un evocativo scacciapensieri siciliano e sfocia poi in un tirato heavy‑rock in cui il gruppo si scaglia contro ladri, omertosi e parassiti, responsabili dello sfacelo politico, sociale e culturale in cui l’Italia è immersa ed esorta a combattere, agire e conoscere: “Non è la fame ma l’ignoranza che uccide”

13. 99 Posse – Curre curre guagliò

La coscienza civica italiana, ha un moto d’orgoglio, riscontrabile nei movimenti anti‑mafia, nelle crescenti contestazioni ai politici, nelle occupazioni scolastiche del 1993 e nella rinnovata spinta controculturale dei centri sociali. Basati sull’idea di riappropriazione di luoghi delle città inutilizzati e di condivisione di esperienze politiche, i centri sociali occupati, all’inizio degli anni novanta, rappresentano l’avanguardia dei movimenti giovanili di sinistra e giocano un ruolo fondamentale nel rimettere in cima all’agenda politica nazionale le tematiche della fruizione degli spazi pubblici, della legalizzazione delle droghe leggere, della povertà urbana, del rispetto delle culture minoritarie. Da sud a nord sono molti i laboratori politico‑sociali che animano le grandi città italiane e una buona parte di quella generazione riscopre nei centri sociali il piacere dell’impegno civile e dell’indignazione verso le ingiustizie e le violenze subite dagli ultimi. Le posse, gruppi musicali militanti e ispirati al punk rock, al reggae e al rap, trovano in questi luoghi il nido più adatto per fare crescere i propri progetti artistici e trasporre in versi frustrazioni e sogni. In questo scenario Napoli è finalmente protagonista, dalle sue viscere si innalzano non solo i canti degli osannati neomelodici o dei pur eccellenti Daniele, Bennato e De Sio. Dal caldo covo del CSOA Officina 99 muovono i primi passi i 99 Posse. Il primo album è un concentrato di adrenalina, passione politica, antifascismo militante e ironia tipicamente partenopea: Curre curre guagliò (1993) diventa in poco tempo la colonna sonora di quel periodo, immancabile nella playlist delle manifestazioni studentesche e cantata da mezza Italia nonostante sia infarcita di forme dialettali e slang napoletano. Il testo racconta la rabbia per una condizione sociale insostenibile, fatta di disoccupazione e sfruttamento, degrado e repressione. Una rabbia generata da anni di emarginazione e conflittualità latente tra occupanti e forze dell’ordine, dettata da una profonda sete di libertà: “Tu fai la cosa giusta te l’ha detto quel calore, ti brucia in petto, è odio mosso da amore”

 14. Modena City Ramblers – Ahmed l’ambulante

Le battaglie dei centri sociali si concentrano anche sulle condizioni dei cittadini stranieri che, a partire dagli anni novanta, arrivano in Italia con sempre maggior frequenza e intensità. Provenienti dal Nord Africa, dall’Africa sub‑sahariana e dall’Est Europa, i migranti si distribuiscono seguendo percorsi di vita, di lavoro e di casualità che li portano dapprima nelle grandi aree urbane e poi sul resto del territorio. Il fenomeno migratorio colpisce l’attenzione degli italiani quando l’8 agosto 1991 la nave Vlora trasporta dalle coste dell’Albania al porto di Bari circa ventimila albanesi affamati di libertà, benessere e lavoro. L’Italia si scopre paese di immigrazione capace di attrarre nuovi cittadini e dagli anni novanta comincia il lungo e complesso percorso dell’integrazione che prosegue ancora oggi. Il passaggio da una società etnicamente omogenea a una con significative presenze di comunità straniere non è stato indolore. Il rifiuto dell’altro, la paura della diversità e – di base – la scarsa conoscenza delle dinamiche migratorie, geopolitiche e culturali che stanno dietro a ogni nuovo arrivato spingono molti italiani a trincerarsi nei propri timori e risentimenti, attribuendo agli stranieri, siano essi lavoratori, profughi, studenti o mendicanti, la responsabilità per un sistema sociale, economico e politico inceppatosi da lungo tempo. Gli anni novanta sono così infarciti di episodi di razzismo e violenza, spesso nei confronti di africani. Ahmed l’ambulante (1994) dei Modena City Ramblers restituisce l’atmosfera di profonda incomunicabilità tra due mondi, quello dei migranti e quello degli xenofobi, destinata a seminare odio e sangue. Il testo, tratto da una poesia di Stefano Benni, racconta con poche frasi la tragica storia di un ambulante, Ahmed, vittima come tanti altri di pestaggi insensati e spesso impuniti: “Così per divertirsi o forse perché risposi male mi spaccarono la testa con un bastone”.

15. Vasco Rossi – Il mondo che vorrei

Il duemila passa, la storia italiana sembra ripetersi e perpetuare le sue mille contraddizioni e contrapposizioni, laici e cattolici, comunisti e anticomunisti, capitalisti e no global, leghisti e terzomondisti, innovatori e conservatori. La musica indie nostrana, invece, si arricchisce di nuove leve e nuovi suoni, continua a raccontare le miserie della vita quotidiana e le storture della modernità, tra slanci universalistici e sguardi introspettivi, e se è pur vero che cuore e amore non fanno più coppia fissa nei testi, molta produzione è ancora imperniata su coppie in crisi, innamoramenti nostalgici o rabbiosi e problematiche relazionali. Ho fatto un po’ di fatica a scovare qualcuno in grado di tratteggiare il periodo storico più recente con lucidità e chiarezza. E poi, mi chiedo, quale aspetto più di altri – o assieme agli altri – caratterizza questi anni italiani? La precarietà, la fluidità, la smaterializzazione, la virtualità, l’edonismo, la rottamazione? Il tramonto definitivo dei valori solidaristici o la loro rinascita? La crisi economica che diventa crisi sociale e generazionale o la crisi economica che se ne sta andando? E se fosse un vecchio rocker un po’ imbolsito e tutt’altro che indie a cantare questa confusione, questo smarrimento? Il mondo che vorrei (2008) di Vasco Rossi è un inno all’incompiutezza, al “vorrei ma non posso”, alla rassegnata constatazione che sulla nostra strada e lungo la nostra storia incontriamo e incontreremo limiti e ostacoli al raggiungimento dei nostri traguardi. Un senso di nostalgia e cupezza avvolge il pezzo; due versi su tutti esprimono il disorientamento e l’insoddisfazione che accomunano molti, giovani e non più giovani, “ed è proprio quando arrivo li che già ritornerei, ed è sempre quando sono qui che io ripartirei”. Nella migliore tradizione di Vasco il mirino è puntato su tutti e su nessuno, vittime e carnefici si confondono, le invettive si urlano al cielo e mai a qualcuno o qualcosa in particolare. Ma proprio per questo, a mio avviso, Il mondo che vorrei è perfetta e universale.

16. Afterhours – Padania

Il viaggio in musica nella storia d’Italia si chiude con un pezzo di grande fascino e bellezza, ma di altrettanto difficile interpretazione. Padania (2012) degli Afterhours dipinge la crisi umana e collettiva di una società troppo concentrata su se stessa da accorgersi di ciò che le accade attorno, troppo ossessionata a inseguire chimere (effimere?) da ricordarne il senso. “Tu puoi quasi averlo sai! E non ricordi cos’è che vuoi […] lotti, tradisci, uccidi per ciò che meriti, fino a che non ricordi più che cos’è”. È il ritratto – disperato – dei nostri desideri che diventano ossessioni e poi oblio, facendoci crollare ben lontani dal traguardo, dissipando energie e rendendoci incapaci di autorealizzarci. Sapremo superare anche questo scoglio? Sapremo come continuare questa storia?
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