http://palermo.repubblica.it/dettaglio/spreco-e-mafia-laffare-acqua/1492130

Spreco e mafia, l’affare acqua

di Gabriello Montemagno

[…] Dopo aver penato tanto per la mancanza d´acqua anche in anni recenti, è sorprendente leggere – secondo quanto correttamente scrive Maria Di Piazza – come «Palermo possa essere definita a tutti gli effetti una “città d´acqua”; la ricchezza e la varietà delle sorgenti, dei fiumi ipogei, delle costruzioni che, nel tempo, sono state realizzate per trarre il massimo profitto da questa abbondanza di acqua, rendono Palermo una città unica». […] come si diceva, è dai primi degli anni Sessanta che la città comincia a soffrire della carenza idrica. La situazione palermitana di quegli anni la sintetizza bene Giuliana Saladino in un articolo del 1978 su “Rinascita”: «Malcostume, marasma, inefficienza sono parole oltre che logore, deboli a rendere l´idea. Né sono le parole che il palermitano medio oggi ha in testa, dopo essere stato abilmente dirottato sul sole: a scrutare le nuvole anziché la composizione della giunta comunale, a prendersela col clima anziché con l´Acquedotto, feudo di Ciancimino, a protestare contro il cielo sereno anziché contro la Dc che da trent´anni governa la città. Lo stesso palermitano d´oggi, senza scomodare gli arabi e le cinquecento fontane, senza scomodare gli zampilli e i giochi d´acqua settecenteschi, se ha una certa età annovera tra i suoi ricordi il gusto e quasi il vanto dell´acqua di Scillato, una limpida delizia che fluiva – per le classi agiate – 24 ore su 24 e appannava i bicchieri tanto era fresca». […]

Un altro fenomeno si verifica alla fine degli anni Ottanta, quello dei “cercatori d´acqua”. E non in senso metaforico. Perché i palermitani avviliti dalla siccità l´acqua la cercavano realmente. Come? Scavando pozzi ovunque. Anche con l´aiuto di qualche rabdomante. Il fenomeno era diffusissimo, chiunque scavava pozzi dovunque, anche all´interno dei condomini, anche negli scantinati.

Insomma, in queste condizioni, fra pioggia e siccità, si arrivò fino ai primi anni del 2000. L´emergenza toccò l´apice nel 2001 con l´esaurimento dei tre grandi bacini artificiali dello Scanzano, del Poma e di Piana degli Albanesi, nonostante la preghiera per far piovere recitata da Totò Cuffaro.

Ma intanto, anche se con enormi ritardi e spreco di soldi, tante opere sono state portate a termine. Si è finalmente realizzata la canalizzazione della diga Rosamarina. Si sono installate tubazioni per 400 chilometri. Si sono realizzate in città sei nuove sottoreti. Le vecchie tubazioni in ghisa sono state sostituite da condotte in polietilene. La dispersione delle acque si è ridotta della metà. E un più razionale utilizzo delle numerose risorse hanno consentito negli ultimi tre anni di far dimenticare alla città le pene sofferte. Speriamo.

23 luglio 2008

L’acqua in Sicilia, c’è ma non si vede

di Sebastiano Gulisano

Il problema idrico dell’Isola (che risale all’Ottocento) rivela la presenza interessata di alcuni boss mafiosi che speculano sul prezioso liquido, “vendendolo” ai Comuni
[…] Ormai l’acqua è preziosa come l’oro. Oro blu. Eppure, in Sicilia, l’acqua c’è. Secondo il generale Roberto Jucci, ad Agrigento, dove i rubinetti fanno il proprio dovere solo una volta ogni due settimane, ce n’è più che a Reggio Emilia, dove non è mai esistita crisi idrica. Jucci è un ex generale dei carabinieri, che, all’inizio del 2001, il governo Amato mandò in Sicilia come commissario straordinario, con l’intenzione di risolvere il problema idrico. Il Centrodestra protestò: crisi idrica? Quale crisi idrica? Infatti, quando, all’inizio dell’anno è scaduto il mandato di Jucci il governo Berlusconi non gliel’ha rinnovato, lo ha mandato a casa. L’ex generale aveva cominciato un censimento dei pozzi, pubblici e privati, che nell’isola non esiste. E non deve esistere. Così come l’acqua raccolta nei 44 invasi costruiti dagli anni Cinquanta in poi non deve andare da nessuna parte. Deve restare lì, finché non evapora. E le reti idriche devono restare i colabrodo che sono oggi, continuando a perdere per strada il cinquanta per cento del liquido che li attraversa.
Perché? Perché è un business, un affare tra i più redditizi. In termini di potere e di denari.
Attualmente, la gestione delle acque, in Sicilia, è frammentata fra 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali, 400 consorzi fra utenti e altri 13 consorzi. Jucci pensava di istituire un’Autorità che sovrintendesse e coordinasse tutti questi enti. Sarebbe finita la pacchia.
“In un simile contesto, Cosa Nostra realizza grandi affari – sottolinea Franca Imbergamo, pubblico ministero della Dda di Palermo – grazie alla gestione diretta dei pozzi e delle autobotti. Quelle che non controlla direttamente le taglieggia, devono pagare la percentuale”. […]

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