Ecco qui il link ad un articolo su una vicenda emblematica, che fa riflettere su come viene considerata in Italia la scienza:

http://www.corriere.it/cultura/16_maggio_30/mieli-21a185be-25c8-11e6-8b7b-cc77e9e204b3.shtml

Un Paese che detesta la scienza

Il caso della studiosa Ilaria Capua, assurdamente accusata di aver posto «le condizioni per il reato di epidemia» e ora chiamata a lavorare negli Stati Uniti, dimostra che l’Italia disprezza il rigore della ricerca e sta creando una nuova categoria di migranti

di Paolo Mieli – 29 maggio 2016

[…] Ma chi è Ilaria Capua? È una delle più importanti studiose italiane, nel 2006 aveva individuato un ceppo dell’aviaria e, anziché brevettare quella scoperta, l’aveva resa pubblica. Di più: aveva promosso una campagna internazionale a favore del libero accesso ai dati sulle sequenze genetiche dei virus. Nel 2007, Scientific American l’aveva inserita tra i cinquanta scienziati più importanti del mondo e nel 2008 la rivista americana Seed l’aveva inclusa tra le cinque revolutionary minds.

Anche per questo Mario Monti l’aveva voluta con sé in politica e nel 2013 era stata eletta in Parlamento dove l’avevano poi scelta come vicepresidente della Commissione Cultura. Un anno dopo, all’improvviso, si ritrovava — assieme al marito, a dirigenti del ministero della Salute e dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie — indagata per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio, traffico illecito di virus. Ma soprattutto — e questo riguardava lei sola — veniva accusata di aver posto «le condizioni per il reato di epidemia». Punibile con l’ergastolo.

Quando finalmente poté leggere anche lei gli incartamenti che la riguardavano, la Capua pensò che l’iter giudiziario di quella vicenda — ancorché fosse trascorsa un’eternità dall’inizio della stessa: nove anni — avrebbe avuto «tempi americani». Ciò che le avrebbe consentito di spiegare ai magistrati qualche dettaglio che era rimasto fuori dalle intercettazioni: che l’«H7N3 Pakistan» si era diffuso — come si poteva evincere dal nome — in Pakistan e non in Italia; che comunque neanche lì si era dato un solo caso in cui quel virus avesse infettato un essere umano; che la «società segreta 444» in cui lei avrebbe occultato i proventi dei suoi commerci illegali altro non era che «il centro di costo che afferiva al suo laboratorio di Padova»; che le royalties del suo «brevetto milionario» ammontavano a poche migliaia di euro, peraltro ancora nelle casse dell’Istituto. Invece niente, nessuno la chiamò.

[…] Ovviamente, prima di trasferirsi in Florida, la Capua si dimetterà dal Parlamento italiano. Cioè di un Paese, il nostro, che — lo ripetiamo ancora una volta — non mostra alcuna sensibilità nei confronti dei metodi e del rigore che si addicono al mondo della scienza. Ma che, complice anche il nostro sistema giudiziario, a questo mondo è adesso in grado di offrire un proprio originale contributo: la creazione della categoria dei «migranti scientifici».

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