Libro “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti. L’Insana idea della politica industriale” di Franco Debenedetti

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Gli indecisi della mano (in)visibile

Franco Debenedetti ripercorre la storia della mancata affermazione in Italia di una piena libertà economica

«La capacità del mercato di autoregolarsi sembra ancora meritevole di fiducia», anche nei misteriosi e nuovi scenari del mondo digitale, perché la tecnologia, «dacché c’è storia» ha sempre «rimescolato le carte per nuove mani in giochi nuovi». La domanda ultima e ovvia del liberista, che si chiede «da noi quanto ha pesato la prevalenza/presenza dello Stato in economia nel limitare orizzonti, frenare entusiasmi, cercare convenienze, ergere difese?» ha però una risposta inattesa, tutt’altro che banale: «A mancare paradossalmente è proprio la fiducia nello Stato, nella sua capacità di garantire che il mercato funzioni correttamente, che a tutti sia assicurato accedervi e a nessuno precluso dal permanere di posizioni di rendita».

[…] Il suo libro è sull’«insana idea della politica industriale», intesa nel senso più ampio possibile, ossia qualsiasi forma di intervento diretto e indiretto dello Stato nei mercati: l’impresa pubblica, la regolamentazione dei mercati finanziari, le privatizzazioni, le autorità e così via. In verità, proprio per l’ampiezza che attribuisce al concetto di politica industriale, è una narrazione/riflessione, in gran parte autobiografica, dell’evoluzione del rapporto tra Stato e Mercato nel nostro Paese, dal dopoguerra ai tempi di Renzi. Le due metà del cielo, come le definisce Debenedetti, quella della mano invisibile e quella della mano pubblica.

Piuttosto distinte all’inizio della narrazione, ai tempi delle aziende pubbliche e poi via via sempre più intrecciate, anche se in modi non sempre palesi, in un groviglio complesso in cui prospera un’economia di relazione. Da un lato gli obiettivi più o meno nobili del controllo politico, dall’altro quelli del controllo azionario, delle scatole cinesi su cui è cresciuta e si è sviluppata buona parte della grande industria privata del nostro Paese. Un abbraccio che in molti passaggi è conflittuale e difficile e che raggiunge il fondo più fondo ai tempi di Tangentopoli, in molti passaggi dei processi di privatizzazione effettuate e mancate (dalle aziende alimentari dell’Iri alla Telecom), o di tentativi più o meno espliciti di indirizzare le operazioni di mercato (il governatore Antonio Fazio su Antonveneta e Bnl).

Certamente Debenedetti ha chiaro in mente quale sia la sua metà del cielo e quella destinata davvero a creare prosperità. È molto interessante la sua narrazione in prima persona di passaggi cruciali per il nostro Paese in cui è stato protagonista, spesso accanto a suo fratello Carlo, o comunque testimone privilegiato. Prima come manager/imprenditore: la Gilardini, l’azienda storica della famiglia, l’esperienza in Fiat, i lunghi anni all’Olivetti e in altre aziende in settori diversi. Poi come politico, senatore del Pds e dei Ds dal 1994 per tre legislature. Infine, come acuto e molto prolifico osservatore/commentatore/studioso delle vicende economiche del nostro Paese. In tutte queste esperienze Debenedetti è sempre schierato dalla parte del mercato e contribuisce attraverso l’attività legislativa a gettare le fondamenta delle regole del mercato dell’Italia post 1992, l’anno della svolta secondo lui. L’anno in cui con Tangentopoli viene sconquassata la prima repubblica e si gettano le fondamenta della seconda ed anche dove prendono forma le migliori esperienze di transizione del quadro istituzionale verso una vera economia di mercato: le privatizzazioni, il testo unico sulla intermediazione finanziaria, la legge sulle Offerte pubbliche di acquisto (OPA), la legge sulle fondazioni bancarie ecc.

[…] E anche dopo la svolta del ’92, il mercato per la grande impresa continua a non funzionare come davvero dovrebbe, si pensi alla privatizzazione di Telecom del 1997. Paradossalmente il ’92 è anche l’anno in cui l’Italia smette di crescere più della media europea ed a convergere verso i Paesi ricchi. Insomma la fine del capitalismo di Stato non porta a una transizione compiuta verso il mercato, almeno per la grande industria, che infatti in gran parte scompare. «È mancato un progetto culturale capace di contrapporre il valore dell’impresa capitalistica allo statalismo della politica industriale». Infine, con Berlusconi l’imprenditore si fa Stato. Sopravvive e prospera il capitalismo solo nelle piccole e medie imprese, attente ai loro mercati e lontane dal grande gioco delle relazioni. Se di mercato abbiamo bisogno, nei settant’anni del dopoguerra non l’abbiamo ancora del tutto trovato.

Gli ultimi capitoli del libro sono sull’Italia di oggi e i primi passi di Renzi. Debenedetti guarda con diffidenza l’attivismo economico del Governo, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, nell’Ilva, nella questione della rete Telecom. Quel che il nostro autore critica è la presunzione di saper risolvere i problemi meglio di come avrebbe fatto il mercato. Questa, dice, è la premessa su cui è nato il disastro dell’industria pubblica. Del resto, però, molti sono i passaggi in cui lo Stato proprio non può starsene con le mani in mano. Dunque, di metà del cielo ne avremo sempre due. La questione, a cui forse nessuno ha risposta, è come farle convivere bene.

Da Il Sole 24 Ore – Domenica, 8 maggio 2016

Scegliere i vincitori, salvare i perdenti. L’insana idea della politica industriale di Franco Debenedetti – 2016, Marsilio

Protezionismo, autarchia, keynesismo, programmazione, strategie, italianità: tutte variazioni su uno stesso tema, l’idea che lo Stato, per governare l’economia, debba intervenire e sappia farlo imboccando le strade giuste.
È la politica industriale: lo Stato si sostituisce al mercato e sceglie i vincitori della gara concorrenziale. Salvo poi, quando l’«insana idea» non ha successo, dover correre ai ripari salvando i perdenti.
Ma la politica industriale influenza e condiziona anche «l’altra metà del cielo», quella dell’industria privata, delle grandi famiglie e non solo. Si allarga alla politica finanziaria, si espande a quelle culturali e giudiziarie.
Cade sulle sue contraddizioni, risorge, si allinea alle regole dell’Unione europea.
Quasi coetaneo dell’Iri, che in Italia dell’intervento pubblico in economia è stato l’eponimo, Franco Debenedetti, per i ruoli che ha ricoperto, vi ha convissuto per molto tempo: prima da manager, lavorando nell’«altra metà del cielo», poi da politico e da saggista, cercando di smontarne le strutture.
Ora, estraendo i tratti di filo rosso dell’ideologia su cui si regge e riannodandone i capi, scrive la lunga storia della politica industriale in Italia. Dalla Grande depressione alla Grande recessione, dagli altiforni alla banda larga, dall’Italietta di Giovanni Giolitti all’Unione europea di Angela Merkel, gli assi di lettura di questo libro – storico, politico, personale – si incrociano in un punto: la politica industriale e le ragioni per cui è un’«insana idea».

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Libro “Torniamo a industriarci. A novant’anni dalla «grande crisi»” di Riccardo Gallo

L’industria italiana negli ultimi trentacinque anni ha visto ridurre il proprio contenuto manifatturiero e dalla fine degli anni Novanta ha fortemente ridotto gli investimenti, lasciando invecchiare i mezzi di produzione. Le risorse generate e non reimpiegate nello sviluppo hanno remunerato gli azionisti e sono servite a ridurre l’indebitamento verso le banche. L’origine del processo viene qui ricondotta ad una forte riduzione della propensione degli imprenditori a intraprendere per il venir meno, uno dopo l’altro, di tutti gli strumenti di intervento pubblico diretto in economia, cui essi erano stati abituati, e per l’impossibilità con l’euro a svalutare. Storicamente il presidente di turno di Confindustria ha sempre chiesto di tutto al governo, senza suggerire da dove cominciare. Questo pamphlet è indirizzato idealmente al nuovo presidente di Confindustria, affinché si faccia promotore di un chiarimento radicale e definitivo su dove metter mano per ripartire subito.

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