http://www.internazionale.it/opinione/jacopo-ottaviani/2015/02/20/scuola-studenti-italia-abbandono

In Italia uno studente su tre non finisce le scuole superiori

 

Uno studente italiano su tre abbandona la scuola statale superiore senza aver completato i cinque anni. È quanto emerge dai dati del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca elaborati nel dossier Dispersione di Tuttoscuola. Un dato che in alcune regioni, come le isole, arriva a quota 35–36 per cento.

Una vera e propria emorragia tra le mura e i banchi delle scuole italiane, che prosegue silenziosa e inosservata. “Negli ultimi 15 anni quasi 3 milioni di ragazzi italiani iscritti alle scuole superiori statali non hanno completato il corso di studi”, spiegano gli autori del dossier. “Si tratta del 31,9 per cento dei circa 9 milioni di studenti che hanno iniziato in questi tre lustri le superiori nella scuola statale”. Facendo i calcoli è come se l’intera popolazione scolastica di Piemonte, Lombardia e Veneto non ce l’abbia fatta.

Un fenomeno nazionale, che unisce nord e sud passando per il centro e le isole. Si passa da regioni più virtuose come l’Umbria e le Marche dove circa l’80 per cento degli studenti termina il quinquennio, a regioni come la Sicilia, la Sardegna e la Campania dove il dato arriva a poco più del 60 per cento. Un problema che colpisce anche le regioni settentrionali, dove la quota più allarmante si registra in Lombardia, con il 29,8 per cento, seguita dalla Toscana con il 28,4 per cento di ragazzi persi per strada prima del quinto anno.

Le cose poi variano molto di provincia in provincia, come se ogni regione d’Italia avesse la sua sacca di dispersione scolastica. Province nella stessa regione presentano tassi di abbandono molto diversi. Per esempio Firenze e Prato, dove rispettivamente il 29 e il 38 per cento degli studenti non completano il quinquennio. La maglia nera va a Caltanissetta, dove quasi la metà degli studenti non termina il ciclo delle scuole superiori (41,7 per cento), seguita da Palermo e Catania (rispettivamente 40,1 per cento e 38,6 per cento). Ciò significa che in queste province quattro studenti su dieci abbandonano i banchi precocemente.

Una distribuzione a macchia di leopardo che ridimensiona il divario tra mezzogiorno e resto d’Italia. Se infatti Caltanissetta spicca in negativo, al meridione appartiene anche la provincia che presenta il tasso di dispersione più basso: Benevento, con il 14 per cento di dispersi prima di finire le superiori. Allo stesso tempo, tra le province con il più alto tasso di abbandono ne compaiono alcune del centronord come Prato (38,5 per cento) e Asti (36,3 per cento).

Nel tempo le cose sembrano migliorare, ma il fenomeno è duro a morire. […] Concentrandosi sul biennio dell’obbligo a livello nazionale, il 15 per cento dei giovanissimi italiani nell’anno scolastico 2013-14 ha lasciato i banchi senza completare il terzo anno delle scuole superiori. […]

Quello della dispersione scolastica è un problema che passa inosservato, ma che porta con sé costi sociali, politici ed economici molto alti. Lo sa bene l’Europa che ha inserito tra i cinque obiettivi principali della Strategia Europa 2020  [vedi l’articolo “La strategia “Europa 2020” per lo sviluppo sostenibile: qual è la situazione dell’Italia?“] – il pacchetto decennale per la crescita e il lavoro lanciato dall’Unione europea nel 2010 – quello di ridurre al 10 per cento la quota di early school leavers, ossia dei giovani europei tra i 18 e i 24 anni che smettono di studiare dopo la licenza media (o l’equivalente europeo). I ragazzi che lasciano la scuola, spiega l’Unione europea, “sono più soggetti alla disoccupazione, hanno bisogno di più sussidi sociali e sono ad alto rischio di esclusione sociale, con conseguenze sul benessere e la salute. Inoltre, tendono a partecipare meno ai processi democratici”.

Nel contesto europeo l’Italia appare ai piani bassi della classifica, con il 17 per cento di early school leavers registrati nel 2013. Un dato che posiziona il nostro paese a pari merito con la Romania. Ben al di sotto della media dei ventotto paesi europei, pari al 12 per cento. E lontanissima dalle prime in classifica, come Slovenia e Croazia, entrambe sotto il 5 per cento. […]

Molti dispersi finiscono inoltre per rientrare nella categoria dei neet [vedi l’articolo “Il lato peggiore della crisi: giovani che non sanno più sognare“], i giovani che non studiano e non lavorano (not in education, employment or training). L’Istat, nel rapporto Noi Italia 2014, ne ha contati oltre due milioni, circa il 24 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Una quota significativamente superiore a quella media dell’Unione europea (15,9 per cento di inattivi). […]

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http://www.huffingtonpost.it/anna-maria-de-luca/dispersione-scolastica-unire-forze_b_6000380.html

Come si combatte la dispersione scolastica?

[…] ogni anno in Italia oltre 600 mila ragazzi tra i 10 e 16 anni abbandonano la scuola senza ottenere un titolo di studio. Ciò colloca il nostro Paese, e soprattutto il Sud – dove le percentuali sono più alte – all’ultimo posto nella classifica europea sull’abbandono degli studi.

Sono due facce della stessa medaglia: la criminalità trova nella dispersione scolastica il suo vivaio per comporre le squadre in gioco sullo scacchiere Paese. Non a caso il rapporto che è stato presentato al Miur in questi giorni si chiama LOST-Dispersione scolastica e punta a studiare quanto costa alla collettività l’abbandono della scuola ma anche quale ruolo ha il terzo settore nel combattere la dispersione. La ricerca si è svolta in quattro città – Milano, Roma, Napoli e Palermo […]. La domanda è: quanto ci costa perdere ogni anno decine di migliaia di ragazzi? Tra il 1,4% e il 6,8% del Pil, a seconda della crescita del Paese. Interessante il fatto che la ricerca abbia per la prima volta studiato in che modo il Terzo settore intervenga per contrastare la dispersione. Pur con notevoli differenze da città a città, l’attività principale risulta essere l’aiuto nei compiti sco­lastici (46,5%), seguita a distan­za dai centri di aggregazione giovanile (25,6%) e da attività di socializzazione. Conti alla mano, il Terzo Settore – da solo – investe ogni anno 60 milioni di euro per contrastare la dispersione scolastica. Uno sforzo comparabile a quello del Ministero dell’Istruzione, che investe circa 55 milioni di euro ogni anno in progetti attivati nelle scuole, principalmente con finalità di recupero.

Una riflessione è dunque d’obbligo: la battaglia contro l’abbandono scolastico ha bisogno di più eserciti. […] In concreto, la chiave resta nella comunicazione: scuole, genitori e associazioni devono trovare il modo di interloquire. […]

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http://www.huffingtonpost.it/milena-santerini/dispersione-scolastica-rinuncianesimo_b_6278542.html

Dispersione scolastica e rinuncianesimo

09/12/2014 – Milena Santerini

La scuola non serve a niente? Andrea Bajani intitola così un suo libro e, mentre lo scrive, la difende e la ama. Ma prova anche a stare dalla parte di tutti quei ragazzi che non capiscono più il perché. Quelli del “rinuncianesimo”, che lasciano, non ci credono, perdono il significato. […] Speriamo di aiutarli veramente questi insegnanti che ogni giorno credono nei loro bambini e ragazzi. Speriamo di tenerli veramente a scuola questi adolescenti annoiati, scontrosi, che non capiscono a cosa serva lo studio. Il problema è che vediamo sempre la scuola dalla parte dell’istituzione, e poco da chi sta nei banchi. Anzi, i banchi non dovrebbero neanche esistere più…

Un’insegnante mi ha mandato un breve video folgorante. A costo quasi zero hanno colorato la classe, hanno diviso i banchi a gruppi. Basta così poco per cambiare anche materialmente la prospettiva. Se non vediamo la scuola “dall’altra parte” non contrasteremo la dispersione e gli abbandoni. Gli early school leavers, cioè quelli che dai 18 ai 24 anni non sono né al lavoro né a scuola, sono più del 17%. […] Non dovremmo stare svegli la notte con questi numeri? […]

Nell’Indagine conoscitiva della VII Commissione abbiamo raccolto le strategie più valide suggerite da esperti, insegnanti, associazioni. Rimettiamo in questione il modo in cui si studia, ripensiamo alle bocciature nel biennio (senza lassismi), monitoriamo le assenze frequenti, finanziamo la formazione professionale, portiamo il lavoro dentro la scuola, cambiamo orari e spazi, diamo voce al non profit che fa miracoli, non mortifichiamo il corpo, la mano e il cuore, organizziamo l’organico funzionale in modo che ci siano insegnanti dedicati a “studiare con” gli studenti che rischiano di perdersi.

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http://www.localgenius.eu/tutti-a-iscol-regione-sardegna-combattere-la-dispersione-scolastica-e-migliorare-le-competenze-12406.htm

Tutti a Iscol@, Regione Sardegna: combattere la dispersione scolastica e migliorare le competenze

Bando da 15 milioni di euro. Le scuole potranno presentare domanda dal 21 gennaio all’1 febbraio

Per migliorare le competenze degli studenti, contrastare la dispersione scolastica e favorire l’inclusione, la Regione Sardegna mette in campo il progetto “Tutti a Iscol@”, con un bando da 15 milioni di euro (per questo anno), pubblicato sul portale istituzionale dell’amministrazione. […] E’ una importantissima azione strategica e strutturale della Giunta, che ha una durata di tre anni e va a incidere e investire su ciò che di più importante abbiamo: i giovani e la loro formazione. Non possiamo più permetterci che i nostri ragazzi abbandonino gli studi”. “La Sardegna è tra le regioni italiane con il più alto livello di abbandono scolastico – ha proseguito l’assessore Firino – con una percentuale del 24,7% contro una media nazionale del 17%. Anche per ciò che concerne le percentuali di difficoltà di apprendimento c’è stato un aumento negativo negli ultimi anni, che fa registrare un 27% nella lettura e un 33% in matematica. Il progetto ‘Tutti a Iscol@’ è rivolto agli istituti che fanno registrare i tassi più elevati di abbandono, e con studenti che si trovano in particolari situazioni di difficoltà e svantaggio”.

[…] “Tutti a Iscol@” – spiega la nota stampa – si sviluppa su tre grandi linee di intervento che prevedono il miglioramento dell’apprendimento di base, scuole aperte e inclusione e sostegno psicologico.

Miglioramento competenze di base: Questa linea, finanziata con 5 milioni di euro – continuiamo a citare testualmente -, si prefigge di colmare il deficit di competenze che, spesso, dà luogo anche a fenomeni di abbandono, ed è rivolto soprattutto alle scuole secondarie di primo grado e al biennio delle scuole superiori di secondo grado. […] Lo fa immettendo nelle scuole nuovi docenti che daranno supporto agli insegnanti ordinari per potenziare il percorso didattico nelle abilità in cui gli studenti fanno più fatica, ovvero la capacità di comprensione e riutilizzo di un testo scritto e le competenze logico-matematiche”.

Scuole aperte: Per questa linea di “Tutti a Iscol@” la Giunta Pigliaru – si legge ancora nel comunicato – ha stanziato 4,5 milioni di euro per ampliare l’offerta formativa con progetti e percorsi extracurriculari. “La scuola – ha sottolineato l’assessore Firino – è uno dei nuclei centrali di una comunità e deve essere chiamata a fare rete con il territorio che, a sua volta, deve cooperare per rafforzare l’offerta formativa. Saranno previsti laboratori didattici con la realizzazione di prodotti digitali multimediali come siti web, blog, narrazioni digitali. […] Con questo investimento saranno potenziate le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi con i quali gli studenti, lavoratori di domani, dovranno confrontarsi”. All’interno di “Scuole aperte” sono state individuate due azioni pilota innovative: la diffusione del coding (programmazione), anche alla luce anche dell’accordo tra la Regione Sardegna e Codecademy, e la sperimentazione dei Fab Lab: laboratori in piccola scala di digital fabrication, per dare sostegno alla formazione tecnica, molto debole soprattutto nelle scuole superiori”.

Inclusione e sostegno psicologico: “Il dialogo tra gli studenti e tra alunni e docenti, appartenenti a culture e condizioni sociali diverse – ha sottolineato l’esponente della Giunta – è fondamentale e serve a combattere qualsiasi forma di discriminazione. Per fare questo sono stati messi in campo 5,5 milioni. Psicologi, pedagogisti e mediatori saranno i professionisti che si occuperanno del sostegno ai ragazzi e alle famiglie, con una particolare attenzione agli studenti non italiani e a quelli con disabilità, per il superamento degli ostacoli psico-sociali, favorendo così l’inclusione e un ambiente scolastico democratico e improntato ai valori dell’uguaglianza”.

[…] Monitoraggio e valutazione: “Il finanziamento sarà mirato – ha concluso Firino – non saranno distribuiti soldi in maniera casuale. Per questo motivo ci sarà un monitoraggio iniziale e una valutazione finale attraverso la compilazione di appositi test e questionari, e il supporto alle scuole per la presentazione dei progetti”.

Local Genius – www.localgenius.eu
29 dicembre 2015
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Aggiornamento del 12 gennaio 2016:

Rete della conoscenza. Divario nord-sud: i problemi della formazione italiana tra le righe dell’annuario ISTAT

di redazione – 4 gennaio 2016

“L’Istat conferma delle pericolose tendenze sull’istruzione che il Governo non solo non vuole risolvere, ma che in certi casi tende ad avallare” dichiara Danilo Lampis, coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti “E’ il caso, per l’appunto, dell’aumento degli iscritti ai percorsi triennali di istruzione e formazione professionale, +27.077 alunni rispetto all’anno precedente, un dato viziato dalla situazione economica delle famiglie, che sono costrette a scegliere un percorso apparentemente più vicino al mondo del lavoro, dall’idea che studiare a lungo non serva a nulla, Poletti docet, e dall’attacco culturale alla presunta “licealizzazione” dell’istruzione. Questo dato, se affiancato al tasso di partecipazione al sistema formativo nel suo complesso, che cala passando dal 99,3% a 98,6, e all’aumento dei ripetenti, in aumento di dell’1,7%,  conferma la forte selezione e chiusura delle scuole, incapaci di attuare politiche di recupero e di abbattimento della dispersione scolastica.”

“Rispetto ai percorsi universitari” afferma Alberto Campailla, portavoce di LINK – Coordinamento Universitario “si registra una flessione negativa dell’1,9% degli iscritti. Il dato peggiore però è la distribuzione geografica di questi ultimi. Infatti le università del Nord raccolgono quasi il 41 per cento del totale degli iscritti mentre poco meno del 34 per cento degli studenti sono iscritti negli atenei del Mezzogiorno. Questo dato conferma il declino del sistema universitario al sud, particolarmente colpito dalle politiche di ripartizione dei fondi di questi anni. Inoltre è allarmante il dato complessivo del numero dei laureati: nel 2014, la quota di residenti in possesso di un titolo universitario è pari al 12,7 per cento, percentuale che si innalza di una decina di punti percentuali considerando solo le generazioni più giovani, ma che resta comunque lontana dagli obiettivi europei.“

“Le disuguaglianze si riproducono non soltanto nell’accesso all’istruzione, ma anche nel proseguimento degli studi: tra i diplomati negli istituti tecnici e professionali prosegue gli studi solo, rispettivamente, il 19,9 e il 6,7%, segno evidente anche dell’inconsistenza e dell’inaccessibilità in termini di welfare dei sistemi di istruzione terziaria più professionalizzanti, a partire dagli ITS“ – dichiara Riccardo Laterza, Portavoce Nazionale della Rete della Conoscenza“Drammatiche le disparità territoriali sull’occupazione dei diplomati: mentre al Nord-est si attesta al 60%, nelle Isole precipita al 38%, palesando la mancanza, soprattutto al Sud, di politiche occupazionali pubbliche e di investimenti sull’innovazione di processo e di prodotto.  Infine, i dati confermano come gli studi universitari favoriscano l’inserimento nel mercato del lavoro (a 4 anni dal titolo lavora il 48,9% dei diplomati, contro il 63,9% dei laureati triennali e il 75% dei laureati a ciclo unico), ma approfondendo le statistiche emergono profonde disparità territoriali e di genere: i disoccupati con laurea triennale superano il 20 % nel mezzogiorno mentre si attestano sul 10 % al nord, inoltre le laureate hanno una relativa difficoltà rispetto agli uomini a trovare (o mantenere) un’occupazione specie per alcuni gruppi disciplinari”

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Aggiornamento dell’11 luglio 2016:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/08/test-invalsi-ancora-divario-tra-nord-e-sud-difficile-integrazione-per-immigrati/2890892/

Test Invalsi, ancora divario tra Nord e Sud. Difficile integrazione per immigrati

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