Questo non è un viaggio “Basilicata coast to coast“, come nel film, ma un viaggio nella Basilicata sotterranea, terra ricca di giacimenti di idrocarburi (oil fields). Vanno benissimo le energie rinnovabili e tutto ciò che di eco-compatibile e sostenibile possa esistere, puntiamo sulla green economy e sulla chimica verde, ma cerchiamo di non rinunciare, a causa delle miopi opinioni di fanatici integralisti ambientali, ad una ricchezza che potrebbe darci davvero una mano dal punto di vista energetico, e che sarebbe stupido non sfruttare.

« La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi. »

http://www.petrolioegas.it/la-ricerca-degli-idrocarburi-in-basilicata/

Basilicata: la ricerca degli idrocarburi

La scoperta del petrolio in Basilicata ha origini lontane. Nei primi anni del ‘900 iniziano le prime attività di ricerca in Val d’Agri, l’area più importante, dove attualmente sono situati i maggiori giacimenti di idrocarburi di tutto il Paese. I primi studi si concentrano a Tramutola in provincia di Potenza dove il petrolio affiorava naturalmente.

Intorno agli anni ‘30 il governo istituisce l’Azienda Generale Italiana Petroli, AGIP, e inizia la vera e propria attività di esplorazione che, tra il 1939 e il 1947, porterà alla realizzazione dei primi 47 pozzi. All’epoca il bacino di Tramutola garantì una produzione di circa 100.000 barili di olio e di 7 milioni di metri cubi di gas.

Negli anni i consumi variano e oltre all’illuminazione pubblica e domestica la diffusione dei motori a scoppio coinvolgerà rapidamente il mondo dei trasporti e il settore agricolo e industriale.

Finita la seconda guerra mondiale, l’attività di esplorazione petrolifera si avvalse delle prime prospezioni geofisiche e iniziò una nuova campagna di ricerca con risultati poco significativi: nonostante la grande profondità raggiunta (2.000 metri) non si riuscì a raggiungere la roccia serbatoio degli idrocarburi.

I primi risultati positivi si ottennero quando si resero disponibili le moderne tecniche di prospezione sismica digitale sviluppate negli anni ’70. A quel punto l’attività esplorativa riprese con maggiore intensità e portò alla scoperta del pozzo di Costa Molina e poi di Caldarosa e di Tempa Rossa.

I ritrovamenti in Basilicata costituiscono il più grande giacimento petrolifero d’Europa onshore e con circa 40 pozzi di produzione in Val d’Agri garantiscono l’80% della produzione nazionale di petrolio.

http://www.petrolioegas.it/tempa-rossa/

Tempa Rossa

Il giacimento di idrocarburi “Tempa Rossa”, situato nell’area dell’Alto Sauro è stato scoperto nel 1989 ed è considerato un importante risorsa energetica del nostro Paese, con riserve accertate per 400 milioni di barili di olio equivalente.

Si tratta di un’area ad alto valore naturalistico, dove le attività E&P devono quindi confrontarsi con una forte attenzione per la tutela dell’ambiente e dei sistemi naturali. A oggi vi sono cinque pozzi già perforati e 1 in fase di realizzazione, localizzati nei Comuni di Corleto Perticara (5) e di Gorgoglione (1), in provincia di Potenza, con una capacità giornaliera a regime di circa 50.000 barili di petrolio, 250.000 metri cubi di gas naturale, 267 tonnellate di GPL e 60 tonnellate di zolfo.

Nel Comune di Corleto Perticara è inoltre prevista l’installazione di un centro di trattamento per la separazione e il trattamento degli idrocarburi estratti mentre a  Guardia Perticara verrà realizzata un centro per lo stoccaggio del gpl per una capacità complessiva di 3.000 metri cubi.

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http://www.lastampa.it/2014/09/01/economia/ecco-litalia-delle-trivelle-che-pu-raddoppiare-la-produzione-di-petrolio-HnrInIW7gkwtZ8Al34LwSM/pagina.html

Ecco l’Italia delle trivelle, che può raddoppiare la produzione di petrolio

Il premier Renzi: “Ce n’è tanto in Basilicata, sarebbe assurdo rinunciare”
01/09/2014 – LUIGI GRASSIA

Il decreto Sblocca-Italia aspira anche a essere un decreto Sblocca-Trivelle: come rivelato ieri da La Stampa, toglie alle Regioni il potere di veto sulla ricerca e sulla trivellazione di pozzi di petrolio e di metano. La Strategia energetica nazionale (Sen) vuole più che raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia, fino a 24 milioni di barili equivalente all’anno (l’unità di misura che omogeneizza petrolio e gas naturale). Si ipotizzano «investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno». Inoltre è atteso un miliardo di euro extra di introiti fiscali annui.  Una manna, in teoria. Ma altro petrolio e altro metano da sfruttare in Italia ci sono? Gli esperti dicono di sì, mentre resta in sospeso la volontà di trivellare. Ieri Matteo Renzi ha ribattuto alla richiesta di cambiare il decreto arrivata da Legambiente, che teme gravi rischi: «Abbiamo preso provvedimenti molto seri – ha detto il presidente del Consiglio -. Se c’è il petrolio in Basilicata (la Regione più promettente, ndr) sarebbe assurdo, in questo momento, rinunciarvi».  Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, giustifica le speranze: «In Italia c’è una dorsale del petrolio e del gas che parte da Novara e poi si distende lungo l’Appennino fino in fondo alla Calabria e prosegue in Sicilia.  Nel Mare Adriatico c’è una dorsale parallela offshore, da Chioggia al Gargano. La produzione potrebbe facilmente raddoppiare, proprio come prevede la Strategia energetica nazionale: basta perforare dove già si sa che gli idrocarburi ci sono. Invece è tutto bloccato». Incalza Giulio Sapelli, già nel consiglio d’amministrazione dell’Eni: «Per cercare petrolio e gas, una volta in Italia venivano fatte da 600 a 700 trivellazioni all’anno. Adesso soltanto 5. Si potrebbe tornare a fare molto di più».  […] Un piccolo sceiccato italiano del petrolio è (o potrebbe essere) la Basilicata citata da Renzi. Questa regione estrae da sola 5 degli 11 milioni di barili nazionali ma ha risorse non sfruttate per altri 400 milioni di barili accertati (e i tecnici valutano un potenziale di un miliardo di barili). Tabarelli si scandalizza perché «in Basilicata è stata bloccata addirittura la ricerca dei giacimenti, dico la pura e semplice ricerca».  Ma anche sulla Lucania c’è un contro-parere ambientalista: «Io ho lavorato nell’industria petrolifera» dice il geologo Mario Tozzi. «E c’ero anch’io quando in Basilicata è stata tirata fuori la prima “carota” con il greggio. I danni ambientali sono risultati subito evidenti».Poi c’è il capitolo degli idrocarburi non convenzionali, i cosiddetti «shale», cioè da scisto, che in realtà possono essere contenuti anche in argille, ma non solo; per esempio è «non convenzionale» anche il metano che ristagna nei giacimenti di carbone, cioè il famigerato e temuto grisù che rischia sempre di far esplodere le miniere. Se ne trova in Toscana e in Sardegna, ma sullo sfruttamento del grisù, che pure è stato ipotizzato, anche Davide Tabarelli è scettico: «Spero che non se ne faccia niente».Invece Giulio Sapelli (ex Eni) sottolinea i pochi danni che fa all’ambiente lo «shale» quando si tratta di petrolio: «Si tratta solo di trivellare orizzontalmente, con dei robottini, i pozzi già trivellati verticalmente e considerati esauriti. I robot vanno a scovare il greggio che si era depositato diversamente e quindi non era stato raccolto al primo passaggio». Più problemi invece per lo «shale gas», che va estratto con una tecnica di frantumazione delle rocce con getti d’acqua e additivi chimici inquinanti. I tecnici dicono che l’impatto ambientale si può gestire, come si fa negli Stati Uniti (peraltro con polemiche) mentre l’Europa è frenata dai divieti. Tabarelli sottolinea che «persino dalla Polonia, lo Stato europeo più promettente per lo shale gas, l’Exxon, l’Eni e altre compagnie se ne sono già andate».Massimo Siano, di Etf Securities, sull’Europa non è ottimista: «In America gli idrocarburi “shale” non sono stati sviluppati dalle grandi compagnie, ma da operatori che dieci anni fa erano piccoli come Amazon agli esordi, adesso sono molto cresciuti, e fra dieci anni saranno dei giganti. In Europa questo non sta succedendo. E chi farà le infrastrutture per portare lo shale gas dalla Polonia, in concorrenza con le reti degli attuali oligopolisti europei? Nessuno. Quindi noi non avremo le Amazon europee dell’energia. E continuerà a crescere lo spread fra il Brent (il petrolio europeo, più caro) e il Wti americano. Così l’elettricità in Europa costerà di più, e questo frenerà la nostra crescita». 

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http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/conti-belva/ripartono-consumi-occupazione-italia-182821-gSLAIGppMB

Puntata del 3/10/2015 de “I conti della belva” (Radio24):

[…] L’Italia dei no ora se la prende con le trivelle

Il petrolio si estragga ma altrove!
Se dall’altra parte del Mediterraneo ci sono cortei a favore dell’estrazione del petrolio al grido “più trivellazioni e petrolio, meno povertà”, parliamo della Tunisia, in Italia politici e movimenti d’opinione si oppongono alle nuove trivelle. Nessuno vuole rinunciare a nulla, ma guai a cercare nuove fonti energetiche fossili. I consigli regionali di dieci Regioni hanno infatti depositato in Cassazione sei quesiti referendari. Si richiede l’abolizione dell’articolo 38 contenuto nello Sblocca Italia e di altre norme del Decreto Sviluppo. Ne parliamo con Piero La Corazza, presidente del Consiglio Regionale della Regione Basilicata e Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia.


Per approfondire:

I referendum anti-trivelle di 10 regioni: 3 motivi per dire no
In Tunisia l’anti-nimby: cortei di protesta per avere più trivellazioni e petrolio, meno povertà
Referendum contro le trivelle

Qui un breve estratto della puntata:

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