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I cento passi

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« Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! »
(Peppino Impastato/Luigi Lo Cascio)

I cento passi è un film del 2000 diretto da Marco Tullio Giordana dedicato alla vita e all’omicidio di Peppino Impastato, impegnato nella lotta alla mafia nella sua terra, la Sicilia.

Il titolo prende il nome dal numero di passi che occorre fare a Cinisi, per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

[…] Il titolo del film ha dato il nome all’azienda vinicola Centopassi, costituita in provincia di Palermo da due cooperative del progetto Libera Terra che gestiscono beni confiscati a boss di Cosa nostra.

Trama

Il giovane Peppino Impastato vive cercando di sfuggire a quest’inesorabile legame con l’ambiente mafioso che il padre, Luigi Impastato, un po’ per inerzia, un po’ perché ha una moglie da proteggere e due figli da crescere, non ha la forza di rompere. Anche di fronte alla vulnerabilità sua e della propria famiglia, Peppino, animato da uno spirito civico irrefrenabile, non esita, con l’involontaria complicità del fratello Giovanni, ad attaccare “don Tano” e a denunciarne pubblicamente le malefatte.

Il percorso “controcorrente” di Peppino nasce quando, bambino, vede scorrere davanti a sé gli albori della lotta politica contro la mafia e il potere a essa colluso, lotta a cui poi prenderà attiva parte una volta adolescente e poi da adulto. La morte violenta dello zio capomafia, l’incontro con il pittore comunista Stefano Venuti, il rifiuto del padre biologico e della famiglia intesa in senso mafioso e il formarsi con il pittore idealista, suo vero “padre etico”, sono i punti di svolta della vita di Peppino bambino, che lo segneranno per il resto della sua esistenza. Successivamente scrive articoli, nei quali viene espressa la frase: «La Mafia è una montagna di merda». Peppino apre poi Radio Aut nella quale prende in giro la mafia e soprattutto il boss Tano Badalamenti. La frase «noi comunisti perdiamo perché ci piace perdere» sembra quasi un preludio alla sua tragica morte, che giunge quando ormai è diventato troppo scomodo ai mafiosi e il padre, morto in un oscuro incidente, non lo può più proteggere da don Tano. Viene ucciso soprattutto per l’operato dell’irriverente Radio Aut, dai microfoni della quale si è scagliato senza freni a denunciare la mafia e i suoi misfatti.

La critica

« Questo è un film sulla mafia, appartiene al genere. È anche un film sull’energia, sulla voglia di costruire, sull’immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell’illusione di cambiarlo. È un film sul conflitto familiare, sull’amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere allo stesso sangue. È un film su ciò che di buono i ragazzi del ’68 sono riusciti a fare, sulle loro utopie, sul loro coraggio. Se oggi la Sicilia è cambiata e nessuno può fingere che la mafia non esista, ma questo non riguarda solo i siciliani, molto si deve all’esempio di persone come Peppino, alla loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza. »

L’abitazione di Gaetano Badalamenti, a 100 passi da quella di Peppino.

Peppino Impastato venne ucciso nel 1978, nello stesso giorno del delitto Moro. Messe in ombra dalla tragedia nazionale in atto in quei giorni, la sua storia e la sua tragica fine passarono praticamente inosservate e restarono ignote alla massa per più di vent’anni, sino all’uscita del film.

La critica cinematografica ha notato come questo film di Giordana, con la scena finale dei pugni alzati nel saluto comunista e le bandiere rosse sventolanti, «… potrebbe sembrare un film di propaganda. In realtà è un film di impegno civile (che non si vergogna di citare il Rosi di Le mani sulla città) che si assume il compito di ricordarci che la lotta a quel complesso fenomeno che passa sotto il nome di mafia non appartiene a una “parte”.»

Un impegno civile ribadito quasi unanimemente da tutta la critica: «Molto impegno civile. Come, del resto, in altri film di Giordana».

Forse il film «… fa ricorso ad eccessive vicende di contorno e a vari personaggi di secondo piano. Quando però si tratta di seguire da vicino il personaggio centrale, i suoi rapporti in famiglia e i suoi scontri con i mafiosi, allora il racconto si fa teso, scattante, addirittura aggressivo e la regia nervosa di Giordana ha modo di vibrare e di far vibrare di giusta indignazione.» (Gian Luigi Rondi, ibidem)

Altresì viene riconosciuto come elemento essenziale del successo del film l’interpretazione di «una squadra di attori di sorprendente bravura guidati senza sbavature da Giordana» tra cui si distingue quella di Luigi Lo Cascio, alla sua prima prova e già premiato con un David di Donatello.

Anche per il regista Marco Tullio Giordana questo film rappresenta una sorta di consacrazione che gli permetterà di continuare quel percorso a lui caro, di rivisitazione della vita del Paese negli “anni bui”, attraverso le esperienze di personaggi storici o di fantasia (si pensi a La meglio gioventù del 2003), nel solco tracciato, tra gli altri, da Francesco Rosi, Elio Petri e Ettore Scola.

Tipiche di questa sua narrazione sono le citazioni musicali o il richiamo ad avvenimenti che avendo segnato la loro epoca (il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro in questo caso) ci fanno immergere pienamente nell’atmosfera e vivere o rivivere i sentimenti o le angosce di quegli anni. Alcuni osservatori hanno tuttavia riscontrato degli anacronismi tecnici.

Alcuni critici hanno parlato di “didascalismo” del regista ma ciò non toglie che

« Si capisce che il film sia stato accolto con lunghi applausi dalla stampa. Ma Giordana, che cita Le mani sulla città di Rosi e abbonda in canzoni d’epoca, evita ogni retorica concentrandosi giustamente sulla dimensione famigliare. Il padre che non capisce e non può capire la ribellione del figlio, che vola in America per cercare una via d’uscita; la madre che lo difende in segreto; gli “zii” mafiosi che da bambino lo tenevano sulle ginocchia e oggi lo blandiscono e minacciano insieme. Per un’assurda coincidenza, alla sua morte Impastato non fece notizia. Chissà che questo film non entri nella leggenda. »

http://compagniaragli.wix.com/compagniaragli#!la-bastarda-/cn04

LA BASTARDA – una vita coraggiosa

Liberamente ispirato alla vita di Lea Garofalo

L’amore è, purtroppo, anche una trappola infernale capace di carcerare l’anima nella prigione del sentimento. Amare, talvolta, è un’azione talmente libera e incontrollabile che porta la cognizione umana a trascendere dalla realtà e accecare la visione. Lea Garofalo è una donna bellissima, una calabrese innocente, vittima, come tutti, di quel sentimento pregiato. Non ha nessuna colpa quando il suo cuore sedotto decide di amare Carlo Cosco, uno ‘ndranghetista. Non ci può essere nessun filtro davanti alla libertà dell’amore. Un uomo e una donna, legati dal sentimento, concedono alla vita il risultato di quell’unione: Denise, una figlia. Dalla magia, l’amore si sgretola e si appanna e, annebbiato, inciampa nella realtà.

Gli occhi scuri di Lea decodificano qualcosa di marcio che le ronza di fianco, scoprono una macchia indelebile che potrebbe nuocere alla sua bambina, scoprono la verità dell’appartenenza malavitosa. Come una leonessa che protegge il suo cucciolo, la donna e madre, rinuncia alla sottomissione e al silenzio, deflagrando la verità, sconfessando segreti impronunciabili. Lea sceglie, tra il male e il bene prende una posizione chiara e decide, eroina innocente, di condannarsi al peccato numero uno dell’organizzazione criminale calabrese: il tradimento. Svela troppo marciume, accusa suo marito, accusa suo fratello, protegge la sua creatura. Diventa “la bastarda”, diventa “carne morta”, diventa una vittima della libertà.

Lea Garofalo ha pagato con la vita il suo atto di civiltà, si è comportata come ci si dovrebbe comportare sempre, in un mondo ideale. I suoi nemici, vili animali, hanno pensato di poter chiudere la bocca alla “bastarda”, scegliendo la soluzione più efferata. Ma sciogliere e far sparire Lea ha purtroppo nuociuto solo alla carne, perché la verità, salda e vigorosa, Lea Garofalo l’ha piantata ben salda per l’eternità.

I suoi carnefici l’hanno chiamata “bastarda”, per svilirne il nome. Hanno toppato anche in questo appellativo, apparentemente dispregiativo, ma che in realtà Lea ha palesato in modo chiaro: bastardo, infatti, vuol dire “ibrido fra due razze” e, tra l’una e l’altra, Lea, ne ha scelto una terza, che l’ha resa unica. Nello spettacolo proveremo a disegnare la figura di Lea, seguendola nel suo fiducioso sforzo di libertà, evidenziando quanta caparbietà sia capace di generare l’amore materno.

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http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-11-02/imprenditori-dicono-no-pizzo-22-arresti-mafia-bagheria-102939.shtml?uuid=AC4R5kRB

Mafia, rivolta di 36 imprenditori di Bagheria contro il pizzo: 22 arresti

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