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Gli scarti alimentari saranno il nuovo petrolio? Già oggi energia da cioccolato, crauti e patatine

di Maria Teresa Manuelli – 23 February 2015

Energia dal cioccolato. Ma anche dal formaggio, dalle merendine scadute, dai crauti e dalle patate fritte… E’ la nuova vita degli scarti alimentari. Finora destinati solo in minima parte al foraggio animale e per lo più al macero, stanno brillantemente aiutando le aziende a ridurre gli sprechi di lavorazione e risparmiare sull’energia. Tutto grazie agli impianti di biocarburanti di seconda generazione, che si alimentano senza andare a prendere ingredienti della dieta umana o animale.

Il futuro delle biomasse

La biomassa, se ben sfruttata, nel 2030 potrebbe infatti arrivare a rappresentare il 60% del consumo di energie rinnovabili, coprendo il 20% del consumo energetico complessivo della Terra. Il dato emerge dal rapporto 2014 dell’Agenzia internazionale dell’energia rinnovabile (Irena), un’organizzazione intergovernativa che supporta i suoi membri – 133 Stati più l’Unione europea – nella transizione alle rinnovabili. In base al report, il 40% della biomassa potrebbe essere costituito da rifiuti e scarti agricoli, risorse che non intaccano la produzione alimentare, mentre il 30% verrebbe da prodotti forestali sostenibili, evitando quindi la deforestazione. E gli esempi di fattibilità, anche utilizzando le materie più impensabili, non mancano.

Energia dal cioccolato e dalle patatine

In Gran Bretagna il cioccolato ha rimpiazzato il petrolio presso un sito industriale di proprietà di Nestlé. L’azienda, situata nel Newcastle, produce cioccolato, chewing-gum e caramelle alla frutta. Dallo scorso autunno i residui di produzione finiscono in un impianto di metanizzazione: ogni anno 1.200 tonnellate di scarti di cacao e acque sporche di lavorazione vengono scaldate e ‘digerite’ da appositi batteri che producono gas, poi trasformato in energia. In un colpo solo, si riducono drasticamente gli scarti e si guadagna l’8% di energia necessaria a far funzionare la fabbrica.
Sempre oltre Manica, la britannica Greenergy ha annunciato di aver iniziato a produrre biodiesel a partire dagli avanzi di cibo, tra cui patatine fritte, torte, paste e altri prodotti alimentari non vendibili (perché scaduti o comunque non conformi agli standard di vendita). L’impianto processerà oli e grassi contenuti nei cibi, li purificherà e infine li convertirà in biofuel.

Anche la catena di supermercati Sainsbury ha avviato un progetto per rendersi autonoma dalla rete elettrica nazionale. Il suo punto vendita di Cannock, cittadina a circa 30 chilometri a nord di Birmingham, in Inghilterra, presto verrà alimentato esclusivamente attraverso l’energia generata dalla digestione anaerobica dei rifiuti del supermercato stesso: scarti degli alimenti rimasti invenduti a fine giornata che non è possibile donare.

La centrale elttrica scozzese alimentata a whisky

E in Scozia la centrale elettrica è alimentata a whisky. L’azienda Helius Energy ha pensato di costruire un impianto per le biomasse a Rothes nello Speyside, sfruttando gli scarti della lavorazione del liquore. Il sito – 70 milioni di euro di investimento – sarebbe in grado di produrre quasi 7,2 WM e la maggior parte delle distillerie presenti nella zona, tra cui anche i brand Glenlivet, Chivas Regal, Macallan e Famous Grouse, ha già dato la propria adesione per donare i propri scarti in cambio di energia elettrica.
In tutta l’isola si contano già 7mila impianti e il governo intende moltiplicare per dieci il numero di siti entro il 2020. Già da quest’anno dovrebbe partire l’alimentazione – dal punto di vista energetico – della città di Londra con i rifiuti provenienti da ristoranti e aziende food. Saranno convogliati all’impianto di smaltimento a Beston, nella periferia est di Londra, dove verranno trattati per ricavare energia elettrica, assicurando il fabbisogno di circa 40mila famiglie.

In Alsazia energia dai crauti

Anche in Francia la metanizzazione si sta espandendo. Ovviamente, seguendo le specialità locali: in Alsazia l’energia è prodotta con i crauti, al Nord con l’indivia e nelle Alpi con il formaggio. Anzi, i primi ad aver adottato questa tecnica sono stati proprio i monaci dell’abbazia di Tamié, in Savoia. Al posto di buttare via il siero, residuo della produzione del loro cacio, hanno deciso di trasformarlo in gas e oggi se ne servono per riscaldare l’abbazia. Oltralpe ormai si contano più di 150 impianti di metanizzazione, per riciclare gli scarti alimentari e agricoli.

Nei Paesi Bassi Unilever vuole farlo col gelato. La multinazionale, dopo l’acquisto di una fabbrica di Ben & Jerry’s, ha avviato la costruzione di un bio-digestore che converte i prodotti di scarto della produzione dei gelati e che fornirà il 40% del fabbisogno di energia alla fabbrica senza dover ricorrere a combustibili inquinanti.
In Spagna, il sindaco di Barcellona, invece, ha deciso di aprire una serie di “puntos verdes” in cui è possibile conferire l’olio alimentare usato. In poche settimane ha già raccolto quasi 200mila litri di grassi esausti che potrebbero essere destinati alla produzione di biocarburanti.

Un DC-8 volerà grazie al grasso di pollo?

A proposito di biofuel, negli Stati Uniti ci provano con il pollo. La Nasa sta testando su un DC-8 l’utilizzo di biocarburante ottenuto a partire da grasso di pollo idrotrattato, a basso costo ed eco-sostenibile. Se i test su performance ed emissioni daranno risultati soddisfacenti, il biofuel potrebbe essere impiegato per alimentare gli aerei.

Sempre oltre oceano, anche Disney World si è convertito agli scarti: da due anni i rifiuti alimentari di hotel e ristoranti del parco di divertimenti più famoso al mondo producono energia elettrica rinnovabile, grazie a un impianto a biogas. La centrale a cogenerazione è in grado di trattare 120mila tonnellate l’anno di rifiuti organici e ha una potenza di 5,4 MW, combinati tra calore ed elettricità. Praticamente può servire i 2 milioni di abitanti che vivono nei dintorni di Orlando.

Italia seconda in Europa per impianti a biogas

E in Italia a che punto stiamo? Il Bel Paese è il secondo mercato europeo, dopo la Germania, e il terzo mondiale, dopo la Cina, in impianti di biogas. Secondo lo studio Althesys, per cui, soltanto con la produzione di energia elettrica rinnovabile, il settore è in grado di innescare al 2020 un valore economico di 3,2 miliardi di euro al netto degli incentivi. E le realtà di autoproduzione di energia da scarti alimentari non mancano.

Un esempio è lo stabilimento Inalca di Ospedaletto Lodigiano (Lo), capace di sopperire al 70% del proprio fabbisogno energetico grazie alla combinazione di cogenerazione e biogas dai rifiuti di lavorazione delle carni. L’impianto ha richiesto un investimento di 4,5 milioni di euro e permette di auto-produrre energia fino a 7,5 GWh all’anno interamente da fonti rinnovabili, con un risparmio del 18% di TEP (Tonnellate Petrolio Equivalenti) e la riduzione di emissione di CO2 pari a 16mila tonnellate. Oltre a un abbattimento dei rifiuti del 95 per cento. In Emilia, Caviro, famosa realtà vinicola, dal maggio 2010 utilizza un impianto che funziona con gli scarti derivanti dalla stessa produzione del vino. In tal modo, l’azienda è in grado di rendersi indipendente energeticamente.

Amadori riutilizza i residui di panatura

Menz & Gasser, leader europeo nella produzione di confetture monoporzione, per recuperare il gap di competitività con le aziende straniere dovuto all’alto costo dell’energia in Italia, utilizza 100mila tonnellate di sostanze zuccherine derivanti dagli scarti delle marmellate per autoprodursi circa 450 KWH all’anno, grazie a un impianto di biogas. Il Gruppo Amadori riutilizza i residui di panatura, oltre che grassi e proteine, nello stabilimento di Mosciano Sant’Angelo (Teramo) per realizzare 14.800 KW di energia termica e 16mila KWh di elettricità giornalieri grazie ad un impianto di 625 Kw.
In Campania, gli Oleifici Mataluni da due anni sono capofila del Progetto VALO-RE, per convertire i reflui oleari in energia. Tra i partner di progetto la Coldiretti Benevento, insieme ad aziende agricole, al Centro di competenza in biotecnologie industriali e al Dipartimento di medicina sperimentale della II Università di Napoli.

Presto anche pneumatici dal riso?

Ma gli scarti alimentari e agricoli stanno diventando una fonte preziosa per più di un utilizzo, non solo la produzione di energia. Goodyear, per esempio, sta studiando da tempo come trasformare la lolla di riso in pneumatici, mettendo a punto un battistrada in grado addirittura di ridurre il consumo di carburante. Dalle ceneri di lolla, costituite da ossido di silicio, si ricaverebbe del silicio le cui prestazioni, studiate negli ultimi due anni presso il Centro di Innovazione della Goodyear Tire & Rubber Company, sarebbero pari a quelle dei materiali tradizionali, anzi migliori. Un bel passo avanti anche sul fronte della riduzione dei rifiuti di riso, che per le Nazioni Unite costituiscono una vera sfida ambientale.
Il cibo scartato diventerà il petrolio del futuro?

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SPRECHI ALIMENTARI E SPRECO ENERGETICO” – Ecoscienza numero 5 – anno 2014 (pdf)

“Con quest’energia, sarebbe possibile riscaldare per un anno ca. 122.000 appartamenti da 100 m2 di classe G, o 312.000 di classe C, o 730.000 di classe A (stime Unibo su valori Eni).”

“Da uno studio del Centro ricerche produzioni animali (Fabbri et al. 2011) emerge che, a livello nazionale, la quantità di biomassa da scarti agricoli potrebbe garantire la produzione di 6,5 miliardi di m3 di gas metano equivalenti, corrispondenti ai consumi (per riscaldamento e uso domestico) di oltre 16 milioni di cittadini italiani.”

“Se le circa 46000 t/anno di rifiuti alimentari prodotte dalla città di Bologna fossero recuperate e opportunamente trattate in un impianto per la produzione di biogas, sarebbe possibile ricavare circa 4 milioni di m3 di biometano, che potrebbero sostituire quasi interamente il metano di origine fossile (o un terzo del gasolio) consumato dall’azienda di trasporto pubblico locale (stime Unibo su dati Normanno 2010).”

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“Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo” a cura di Andrea Segrè, Luca Falasconi

Dal 1974 a oggi lo spreco alimentare nel mondo è aumentato del 50%. II 40% del cibo prodotto negli Stati Uniti viene gettato. In Svezia in media ogni famiglia butta via il 25% del cibo acquistato. E in Italia, ogni anno, prima che il cibo giunga nei nostri piatti, se ne perde una quantità che potrebbe soddisfare i fabbisogni alimentari per l’intero anno di tre quarti della popolazione italiana, vale a dire di 44.472.914 abitanti. Lo spreco alimentare è stato per troppo tempo sottostimato, poco indagato e poco documentato. Solo negli ultimi anni, complici la persistente crisi economica globale e il crescente allarme per il cambiamento climatico, si è acuita l’attenzione per questo problema. Lo scopo de Il libro “nero sullo spreco in Italia: il cibo” è quello di analizzare la filiera agroalimentare ed elaborare una stima degli sprechi e una valutazione delle conseguenze economiche, ambientali, nutrizionali e sociali generate dalla gestione delle eccedenze. Risultato? Consumare meno, ma soprattutto meglio, è possibile, basta volerlo.

“Il libro verde dello spreco in Italia: l’energia” a cura di Andrea Segrè, Matteo Vittuari

Quando consideriamo gli sprechi di energia, alla maggior parte di noi vengono in mente lo standby degli elettrodomestici o le lampadine a basso consumo. In pochi pensano al cibo come possibile causa di inefficienze. In realtà, il settore agroalimentare consuma e spreca enormi quantità di energia, anche per smaltire quegli scarti che con tanta indifferenza prendiamo dalla tavola e buttiamo nella pattumiera. Nel 2010, la produzione agricola lasciata nei campi del nostro paese sarebbe bastata a riscaldare 400.000 appartamenti di classe A da 100 metri quadrati per un anno intero. Questo singolo dato basta a dare la misura delle inefficienze e degli sprechi del nostro sistema agroalimentare, e allo stesso tempo evidenzia la quantità di risorse di cui potremmo disporre anche dal punto di vista energetico e che, follemente, continuiamo a non sfruttare.

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