http://www.corriere.it/opinioni/15_agosto_10/turismo-ci-batte-pure-norvegia-6fd59a9a-3f1e-11e5-9e04-ae44b08d59fb.shtml

Turismo, ci batte pure la Norvegia

Renzi può anche mettere 12 miliardi sulla banda larga. Ma senza una svolta culturale rischiamo di restare indietro

 di GIAN ANTONIO STELLA

Sedici lingue di benvenuto ai visitatori nel portale turistico della Norvegia e solo due, italiano e inglese, in quello della Sicilia. Basta questo confronto per inchiodare la classe politica isolana, sinistra e destra, alle responsabilità del fallimento di quella che nel bla-bla-bla quotidiano viene spacciata come la Straordinaria Opportunità del Turismo. È quasi tutto il Sud, purtroppo, a faticare.

A dispetto della stupefacente ricchezza della sua offerta. Con 18 siti Unesco, talora condivisi con altre regioni e spesso multipli sparsi sul territorio, più quattro «immateriali» (le grandi macchine a spalla della devozione popolare, lo zibibbo di Pantelleria, il canto tenore sardo, i Pupi) più i vini e una gastronomia d’eccellenza più tre quarti delle coste italiane spesso bellissime e larga parte delle isole, il Mezzogiorno attira in totale, secondo dati Istat-Regione Veneto, solo un ottavo degli «arrivi» stranieri e un settimo di quanto spendono. Per capirci: i 3 miliardi e 238 milioni finiti al Sud sono meno di quanti sono stati lasciati dagli ospiti esteri nel solo Veneto e poco più che nella sola Toscana.

[…] Negli anni del più grande boom turistico di tutti i tempi, con un numero di viaggiatori quasi triplicati dal 1990 ad oggi (da 440 milioni a un miliardo e 138 milioni nel 2014) e una crescita nel 2014 del 4,4% […], pur restando quinti per arrivi internazionali (anni fa eravamo primi), l’anno scorso siamo scesi al 7º posto per introiti dopo il sorpasso della Gran Bretagna: 45,9 miliardi di euro loro, 45,5 noi che l’anno prima eravamo davanti di quasi 3 miliardi.

Proprio il Regno Unito, del resto, dimostra come, pur avendo un terzo dei nostri siti Unesco (meno del nostro solo Meridione) e meno sole e meno spiagge e meno eccellenze gastronomiche, si possa evidentemente sfruttare il «travel boom» meglio che da noi. Spiega l’ultimo rapporto World Travel & Tourism Council che se noi ricaviamo da Venezia e dai faraglioni di Capri, dalle Dolomiti e dai Fori Romani, indotto compreso, il 10,1% del Pil, loro ricavano il 10,5. E se da noi lavorano nel turismo, indotto compreso (per capirci, incluso chi fabbrica gilet per i camerieri), l’11,4% degli occupati, pari a 2 milioni e 553 mila persone, da loro sono il 12,7% per un totale di 4 milioni e 228 mila addetti. Poi, per carità, ci saranno anche contratti diversi. Ma lo stacco è nettissimo. E incredibilmente ignorato. Basti dire che pur occupando il solo turismo diretto dieci volte più addetti della chimica, la numero uno dei sindacalisti italiani Susanna Camusso non ne parla mai. Un titolo Ansa su 5.615 a lei dedicati. Turismo cosa?

[…] Come dimostrano gli studi di Silvia Angeloni, ad esempio, il turista chiede anche altro: trasporti, rete web, prezzi competitivi, pulizia… Quali danni fa il rimbalzo sui social network di certi viaggi infernali e pericolosi di qualche visitatore sulla Circumvesuviana?

Prendiamo l’ultimo Travel & Tourism Competitiveness Index. Due anni fa, con parametri evidentemente forzati, eravamo al 26º posto, oggi va meglio: siamo ottavi. Miglioriamo per «accesso ai servizi igienico-sanitari», «presenza delle principali compagnie di autonoleggio» o «copertura della rete mobile» (siamo primi!), per densità di medici (settimi) e «numero di siti naturali Unesco» (decimi). Ma restiamo al 133º posto per «competitività dei prezzi». E siamo scesi al 35º per l’uso di Internet e tecnologie, al 48º per la sicurezza, al 70º per «qualità delle infrastrutture del trasporto aereo», 123º per «efficacia del marketing nell’attrarre i turisti».

E qui torniamo a quanto dicevamo. Perché certo, il Sud ha buone ragioni per chiedere fibre ottiche, treni più decorosi e più veloci (Matera, futura capitale europea della cultura, è ancora tagliata fuori dalla rete), collegamenti aerei, campagne di spot che vadano ad acchiappare turisti nel mondo. E i ritardi dei governi in questi anni, spesso indifferenti al turismo, han finito per pesare di più sul Mezzogiorno.

[…] A farla corta: Renzi può anche mettere 12 miliardi sulla banda larga. Ma senza una svolta culturale rischiamo di restare indietro. Basti vedere, appunto, la distanza abissale nella visione del turismo di oggi e di domani che separa noi, soprattutto il nostro Mezzogiorno, dalla Norvegia. Il Paese scandinavo non sarebbe, sulla carta, votato al turismo. O almeno così appare a chi identifichi la vacanza con spiagge, sole, vino buono, mozzarella e pomodori. Se poi l’unità di misura fossero i siti Unesco sarebbero guai. Ne ha sette, l’ultimo dei quali il sito industriale Rjukan-Notodden. Per capirci: noi potremmo allungare ancora la lista con la cappella degli Scrovegni, Segesta, la fortezza di Palmanova, i portici di Bologna… Quello che hanno, però, a partire dai fiordi, lo sanno vendere.

Il sito ufficiale visitnorway.com, come dicevamo è semplice, ma fatto bene e soprattutto si apre ai turisti di tutto il pianeta con portali in giapponese e in portoghese, polacco e russo per un totale di 16 lingue. La Norvegia ha la stessa popolazione della Sicilia (poco più di 5 milioni di abitanti), un territorio molto più grande, un patrimonio culturale molto più piccolo. Ma nel 2014 ha ricavato dal turismo, dice il rapporto WTTC, cinque miliardi di dollari. Poco meno di quanto incassa dagli stranieri l’intero Mezzogiorno. Quanto alla Sicilia, sul versante estero che rappresenta la metà circa dei propri ospiti, non arriva, compresi viaggi di lavoro, al miliardo e mezzo.

Ma come si vendono, sul web, le regioni meridionali? Malissimo la Campania (italiano e inglese: fine), un disastro il Molise e la Calabria (solo italiano con un pasticcio di rinvii a paginette pdf), decorosamente la Sardegna (5), bene la Puglia e l’Abruzzo che svettano con sei lingue. Costo delle traduzioni? In tutto 70 mila euro, spiegano gli abruzzesi. Diecimila e poco più a lingua. E altri 70 mila di manutenzione annuale di una ventina di presenze importantissime sui social network. E la Sicilia? Lo dicevamo: italiano e inglese. Manca perfino il tedesco, nonostante siano tedeschi, nella scia di Goethe, gli stranieri che più amano l’isola. «Io ci provai a cambiare il sito», sospira Michela Stancheris, per qualche tempo assessore con Crocetta. «Mi spiegarono che dovevo rivolgermi a “Sicilia Servizi”. Un incubo. Alla fine uscii stremata». Chissà, forse mancavano i soldi. Franco Battiato denunciò poco dopo l’insediamento un buco all’assessorato di 90 milioni. Buco aperto ad esempio anche con un diluvio di concerti (a Comitini sbarcarono i Nuovi Angeli) in ogni contrada. Come potevano avere i soldi per un sito web decente?

http://www.generativita.it/focus/idee/2012/07/30/futuro-la-via-italiana/

Futuro, la via italiana

«The child is father to the man», (il bambino è il padre dell’uomo) scriveva il poeta William Wordsworth. Il talento individuale è la «causa» della tradizione, affermava Marshall McLuhan, mentre Thomas S. Eliot scriveva: «In my end is my beginning» (nella mia fine è il mio principio). Le parole di questi illustri interpreti della modernità oggi ci possono aiutare a illuminare di nuova luce lo sguardo sul futuro, dopo la fine della fiducia nel progresso, l’ansia della società del rischio, l’angoscia della crisi. E, più in generale, a reinterpretare, in un modo che sia adeguato alle sfide di oggi, il rapporto tra passato, presente e futuro.

Tendiamo infatti a oscillare tra due poli ugualmente sterili: un presente smemorato, del «life is now», del carpe diem, dell’istante intenso, dove per vivere le cose come nuove (l’unico attributo che, pare, le rende dotate di valore) dobbiamo dimenticarci di quello che abbiamo detto e fatto il giorno prima (soprattutto delle promesse, degli impegni, ma anche delle delusioni, e persino delle gioie); e un attaccamento al passato come fosse una sorta di età dell’oro perduta, che ci ostiniamo a voler replicare, che pensiamo di difendere e onorare semplicemente mantenendolo uguale a se stesso, in un conservatorismo anacronistico che in realtà uccide il suo valore e la sua capacità di parlare al presente. Il futuro non può essere una replica atemporale del presente assoluto, né la difesa di un passato ritenuto immodificabile (atteggiamento che ci appare in tutta la sua evidenza nei fondamentalismi religiosi, ma che ci è molto meno estraneo di quanto ci piacerebbe pensare). Il nuovo per il nuovo, e la difesa a oltranza di ciò che nel passato ha funzionato sono oggi due vie perdenti. Credo invece che per rispondere alla crisi del presente, che sembra rendere incerto e minaccioso il futuro, si possa trovare una “via italiana” che, valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio antropologico, apra sguardi inediti su un presente difficile che non può essere affrontato solo con strumenti “tecnici”, ma che ha soprattutto bisogno di senso.

Un patrimonio da cui penso si possano cogliere alcuni spunti – che, non a caso, hanno a che fare con il tema del “generare” e del “legame” – utili per contenere le derive di un malinteso individualismo, che ha contribuito a portarci dove siamo. Il tema del generare ci riporta all’idea della non autosufficienza: esistiamo perché qualcuno ci ha messo al mondo e si è preso cura di noi. L’autosufficienza assoluta (il «self made man») è un “falso ideologico”: se siamo riusciti a combinare qualcosa nella vita, è perché qualcuno ci ha insegnato qualcosa, qualcun altro ha creduto in noi e ci ha dato fiducia, da qualcuno abbiamo potuto trarre ispirazione ed esempio e così via. Nemmeno il genio e l’artista sono immuni dal debito, come scriveva Romano Guardini nell’Opera d’arte.

Solo poi per il fatto di vivere in città dense di storia, arte e bellezza, di avere imparato a distinguere sapori che variano nel giro di pochi chilometri di distanza, di aver ascoltato le sfumature della lingua e ammirato la varietà dei paesaggi, abbiamo ricevuto in dono un capitale culturale enorme. Al quale possiamo essere fedeli solo nella gratitudine e nel desiderio di rigenerare, rinnovandolo, quanto di buono abbiamo ricevuto.

Perché il tempo non è solo lineare. Esiste una dimensione paradossale del tempo, che è quella che consente ai figli di “ri-generare” i loro genitori, nel momento in cui ne raccolgono l’eredità per farla germogliare in nuove direzioni; o che permette al singolo talentuoso, collocandosi in una tradizione, di ridarle nuova vita facendone sviluppare aspetti inespressi; o che ripete il miracolo della morte-rinascita nel momento in cui ciò che sembrava spegnersi rivela, per chi la sa vedere e accompagnare, una vitalità inaspettata.

La vita artistica, imprenditoriale, sociale del nostro Paese è ricca di esempi di questo tipo, che scardinano la sequenzialità, l’irreversibilità dei processi, la tirannia del tempo per valorizzare la reciprocità, il potenziale propulsivo della gratitudine, la trasformazione delle fini in nuovi inizi. Solo con la fantasia e il desiderio di far rinascere la tradizione che abbiamo ricevuto, e l’umiltà e l’impegno che scaturiscono dalla gratitudine per quanto altri hanno fatto per noi, magari senza poterne godere a loro volta, potremmo dar vita a un futuro, da consegnare ai nostri figli, che non sia segnato semplicemente dalla rinuncia, dalla decrescita, dalla frustrazione, ma dall’eccedenza della vita, che sa innovare perché creativamente fedele a ciò che l’ha generata.

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