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Non di casa mia, intendiamoci bene. Ma dell’Italia intera. Lo dice Alessandro Milan

Io darei le chiavi alla Merkel

Siamo antropologicamente incapaci di governarci da soli
 
di Goffredo Pistelli – 23/07/2015

[…] Alessandro Milan, che ogni mattina, dalle 6,30 alle 9,00, dal lunedì al venerdì, conduce 24Mattino su Radio24 […]

Domanda. Milan, la sua trasmissione ha ormai sei anni. Un periodo abbastanza lungo per giudicare l’attitudine degli Italiani verso la politica, che ne è un degli ingredienti principali.

Risposta. Beh, io vedo soprattutto i disgustati, a volte un po’ populisti, i rassegnati, i delusi anche se, le confesso, non so farmi un’idea di quanta parte del Paese rappresentino. Anzi, a volte ho la sensazione di capire di più entrando in un bar.

D. Lo fa spesso?

R. Beh, abbastanza, nella zona di Viale Padova, dove abito. Mi piace andarmi a prendere un caffè per fare due chiacchiere e soprattutto per ascoltare che cosa pensi la gente. Anzi, dopo un po’, sono arrivato a una conclusione.

D. Ce la racconti.

R. Beh, mi pare di poter dire che gli Italiani abbiano il vizio di piangersi addosso, un’attitudine alla lamentazione, impossibile da scrollarsi di dosso. Infatti, qualche giorno fa, in trasmissione, mi è scappato detto.

D. Che cosa?

R. Che, dipendesse da me, consegnerei le chiavi di casa ad Angela Merkel.

D. Temerario, con tutto questo sentimento antitedesco in giro.

R. E infatti, grillini e «no euro», soprattutto via Twitter, me ne hanno dette di ogni.

D. Per esempio?

R. Il più educato è stato Alberto Bagnai, l’economista e grande teorico dell’uscita dall’euro, che mi ha detto «A casa tua, puoi fare quello che vuoi…».

D. Ma è una boutade o lo pensa davvero?

R. No, no, sono arrivato alla conclusione che siamo antropologicamente incapaci di governarci seriamente. E se mi sente Renzi mi dà del gufo.

D. Lo è?

R. Il gufo è un animale amorevole, direi. No, scherzi a parte. È questione di realismo, la penso come il vostro Giuliano Cazzola al quale, qualche giorno fa, avevo chiesto se il Friuli Venezia Giulia ce l’avrebbe fatta a realizzare il reddito di cittadinanza.

D. E che risposta le aveva dato?

R. Che in Friuli ce la possono fare perché sono, appunto, il Friuli.

D. Capisco, sono meno Italiani. Per tornare alla Merkel, vuol dire che i Tedeschi sono più bravi di noi?

R. Senza alimentare lo stereotipo dell’italiano fannullone perenne, un po’ sì. Ammettiamolo.

D. L’oggetto della lamentela è spesso la politica.

R. Sì, anche se poi i politici di cui ci si lamenta, li abbiamo votati, non vengono da Marte.

D. A proposito di politici, lei, in questi anni, ha assistito a una grande trasformazione: ha raccontato la nascita dei grillini, del renzismo. Cosa ha visto cambiare?

R. La comunicazione, moltissimo. Questa è la generazione Twitter, totalmente diversa dai predecessori. Uno stacco notevole, basti pensare che, non molto tempo fa, Silvio Berlusconi, in una conversazione pubblica, fece capire di non avere una perfetta conoscenza di Internet.

D. Il grande comunicatore politico è Renzi.

R. Ha cambiato moltissimo. Bravissimo nello scegliere i messaggi, fa quello che qualche anno fa faceva Berlusconi, con altre piattaforme, con un altro stile.

D. Lo criticano aspramente per questo, specialmente alcuni dei suoi.

R. Sbagliano: la comunicazione politica conta perché sposta il consenso e sposta i voti. Insomma, qualche anno fa, negli Stati Uniti, l’amministrazione Bush decise di fare la guerra a Saddam, raccontando, giorno dopo giorno, come l’Iraq fosse uno stato canaglia. Ed ottenne il consenso della gente.

D. Durante le primarie del 2012, Pier Luigi Bersani rinfacciò a Renzi di ridurre la politica a comunicazione.

R. Vabbè, Bersani era quello che si fece fotografare mentre beveva la birretta in solitudine. Qualche problema con la comunicazione ce l’aveva. Dopodiché tutto va misurato, verificato. Prenda questa manovra fiscale da 50 miliardi.

D. Sulla quale qualcuno esprime dubbi a priori.

R. Si tratta di vedere se dopo il primo anno l’Imu è stata abolita, se dopo il secondo è toccato all’Ires e all’Irap, se dopo il terzo si sono cambiati gli scaglioni Irpef, ma lanciare il messaggio è legittimo. In un Paese normale dovrebbe accadere così.

D. E invece?

R. E invece a volte succede che le promesse non si mantengano, perché c’è stata la crisi, perché l’Europa s’è messa di mezzo ecc. ecc.

D. Renzi, l’ha avuto spesso in trasmissione, negli ultimi anni. Che idea s’è fatto di lui?

R. Sa che l’ebbi in studio durante le primarie del 2012?

D. Quelle perdute.

R. Mi colpì, perché era davvero un po’ Fonzarelli (il Fonzie di Happy Days, ndr): salutava «dando il cinque». Poi ha messo in un atto una strategia abilissima, e di una clamorosa rapidità, nello scalare il potere. Perché questo vuole un politico, no?

D. L’ha visto cambiare, come dicono alcuni?

R. Il potere snatura. Per mantenerlo bisogna dotarsi di apparati, che un tempo si chiamavano cerchi magici, oggi «gigli». Sennò lo si perde in un attimo, Enrico Letta docet. Non un questione famelica, per così dire.

D. E che cos’è?

R. È un dato di realtà: o fai così o ti fanno fuori. Sa cosa disse di Renzi, uno dei miei ospiti più amati dagli ascoltatori, Alberto Forchielli (imprenditore, esperto di Cina, ndr)?

D. Che cosa?

R. Che la doccia con Renzi, lui non l’avrebbe fatta, perché se gli fosse caduta la saponetta, sarebbero stati guai. Ma lui l’ha detta in un altro modo.

D. Forchielli è un bolognese molto diretto…

R. Sì. Comunque a Renzi deve essere riconosciuto che sta facendo il rinnovamento della politica e della classe dirigente italiana. Qualunque cosa si pensi dei Luca Lotti, dei Marco Carrai, delle Boschi, si deve prendere atto che, ancora due anni fa, non esistevano e c’era Gianni Letta. In due anni è cambiato il mondo.

D. Da un anno a questa parte è cambiando anche il mood degli Italiani verso Renzi.

R. Dalla luna di miele alle critiche esagerate: troppo prima e troppo adesso.

D. Si diceva poc’anzi anche del M5s, altro fenomeno che lei ha potuto mettere a fuoco in questi anni.

R. Mi sono fatto l’idea che il M5s funzioni bene a livello locale ossia l’idea del cittadino, che entra nel consiglio comunale e regionale, che va spulciare delibera, che fa il guardiano della malapolitica.

D. A livello nazionale, meno?

R. Mah, l’idea del Parlamento da aprire con l’apriscatole non funziona, perché alla Camera e al Senato, ormai, si pigiano dei bottoni e si parla per qualche minuto: non si incide. Dopodiché, han fatto cose che altri, pur indignandosi per i vitalizi, non avrebbe fatto mai, come ridursi le indennità.

D. Hanno un rapporto ambivalente con la comunicazione.

R. Per un lungo periodo era quella di una setta. Ricordo che quando ho fatto la trasmissione in tv, per 7Gold, mi sbattevo ogni giorno per averne uno in studio.

D. Dura?

R. Durissima. A parte avere a che fare, come portavoce, con Rocco Casalino che stava al Grande Fratello, mi stupiva ogni volta. Ma poi c’era da scontare tutta una serie di accorgimenti: i grillini in studio non potevano interloquire con gli altri politici, perché li avrebbero legittimati, rispondevano solo alle mie domande, insomma un delirio. Situazioni che mi hanno anche convinto di una cosa.

D. E cioè?

R. Che Beppe Grillo faccia bene a guidarli in una maniera un po’ talebana: o governi in maniera ferma o, sennò, liberi tutti.

D. Senta, il M5s nasce come risposte all’inadeguatezza della politica. Quella che ha fatto dire, a un suo ascoltatore, che per i politici «ci vorrebbe la zappa da cinque chili».

R. Anche Renzi se vogliamo ha goduto di questo clima. La gente, cioè, ha reagito. Sa che mi danno del populista, vero?

D. Lo è?

R. No, assolutamente, più che populista, mi sento dalla parte del popolo.

D. Come quando mette in file le notizie della serie «mani sul volante»?

R. L’espressione l’ha coniata un ascoltatore per definire quelle notizie che fanno così arrabbiare, quando si sentono in auto, che si rischia da andare a sbattere.

D. Quali sono?

R. Quelle dell’Italia che non riesce a cambiare mai. Siamo un po’ come in quel film de «il giorno della marmotta» e viviamo sempre la stessa giornata, come una condanna. Si chiamava “Ricomincio da capo”.

D. Facciamo un esempio recente.

R. Lo stadio del Milan a Milano.

D. Vabbé lei ne è un tifoso sfegatato.

R. Ma no, non è questo il punto. Le pare possibile che non si sia ancora parlato nel dettaglio del progetto, al Portello, e che esista già un comitato contrario? Ma secondo lei avran capito esattamente quello che si propone, dove e come?

D. Non lo so, d’altronde c’è un comitato pronto per ogni cosa. Ma si torna al punto: questa inclinazione a lamentarsi. E allora, dice lei, diamo le chiavi a frau Merkel. Il che vorrebbe dire auspicare l’arrivo della Troika.

R. No, non voglio entrare sul piano dell’austerità sì, austerità no.

D. E allora è una provocazione…

R. Certo. Io mi riferisco al fatto di come, in questo Paese, facciamo le cose. Che è un po’ il sentimento di molti ascoltatori, i quali sono mediamente molto istruiti, e si chiedono, per esempio, come mai in Giappone, dopo un terremoto, riescano a costruire un ponte in una settimana. Mentre da noi…

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