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Crisi e riforma della PA: un Focus IBL

Le esperienze in alcuni paesi europei sono accomunate da un serio ripensamento delle risorse della pubblica amministrazione, diversamente da quanto accaduto finora in Italia
Meno di un mese è passato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco dei contratti e degli stipendi del settore pubblico, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, ma non per il passato.
Con essa, si è riaperto, per l’ennesima volta, il dibattito sulla spesa pubblica italiana e sul suo processo di revisione nonché sulle tante mancate riforme con particolare riferimento alle riforme della pubblica amministrazione.
Nel focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi”, Giovanni Caccavello analizza i tentativi di ristrutturazione e efficientemento della spesa nel settore della pubblica amministrazione in tre paesi molto diversi tra loro dell’Europa – Regno Unito, Spagna e Estonia – accomunati tuttavia da un serio ripensamento delle risorse della pubblica amministrazione diversamente da quanto accaduto finora in Italia.

Il Focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi” è liberamente disponibile qui (PDF).

[…] Al di là della impostazione strategica, è importante evidenziare come nonostante tutti i 28 stati membri [dell’UE – ndItaliaCheRaglia] abbiano promosso nel corso di questi ultimi anni significative riforme del settore pubblico – mirate alla riorganizzazione e all’efficientamento dello stesso – i dati attualmente disponibili dimostrano che (a) tali interventi strutturali ed organizzativi non sono sempre stati incisivi, e (b) i singoli governi hanno adottato risposte spesso antitetiche ad un problema comune. 

Nel caso italiano, balza immediatamente agli occhi, ad esempio, che – nonostante che gli interventi di riorganizzazione del settore pubblico non siano mancati e con essi un discreto volume di tagli – tutti gli esecutivi che si sono succeduti a Palazzo Chigi negli ultimi sei/setti anni non sono stati in grado (principalmente a causa di una forte debolezza politica e della costante opposizione sindacale) di promuovere un serio programma di interventi in grado di per stimolare la produttività e l’efficienza dell’intero sistema amministrativo italiano.

A partire dal 2008, infatti, i vari piani di riforma annunciati (ci riferiamo, in particolare, alle misure messe in atto dal governo Berlusconi tra il 2008 ed il 2011 e quelle previste dal governo Monti nel 2012) hanno riguardato molti ambiti del settore pubblico. Tra essi, l’introduzione di incentivi e premi in base al merito e la performance, il congelamento delle assunzioni, la revisione del ruolo ed aumento dei poteri disciplinari per i manager, un nuovo modello organizzativo ed una razionalizzazione della spesa. Tuttavia, come viene messo in evidenza dal recente rapporto EuroFound 2014 (Figura 1), la scelta di fondo è rimasta incentrata sui tagli lineari e su una attitudine largamente difensiva (blocco del turnover, blocco della contrattazione) e, come tale, inevitabilmente incapace di incidere sui processi produttivi del comparto del pubblico impiego e sui suoi livelli di efficienza. La comparazione con i comportamenti prevalenti in altre grandi economie europee non merita commenti e la dice lunga sulla attitudine dei nostri ministri della Funzione pubblica a sentirsi rappresentanti del pubblico impiego piuttosto che del cittadino.

Se da un lato, quindi, non è mancata la consapevolezza della serietà del problema, dall’altro sembrano invece essere state assenti non solo la forza e la volontà politica, ma soprattutto le strategie e le competenze necessarie per attuare serie riforme strutturali ed organizzative della pubblica amministrazione capaci di incidere sul modo stesso di essere della pubblica amministrazione e sul suo rapporto con i cittadini. In questo senso, le sentenze più o meno recenti della Corte costituzionale potranno piacere o non piacere, ma non hanno fatto altro che sottolineare la debolezza strategica e la scarsa determinazione dei governi dell’ultimo decennio.

Il che, naturalmente, segnala come, al contrario di quanto accaduto negli altri paesi della periferia meridionale dell’Unione (fermo restando che la Grecia costituisce per molti versi un caso a parte) ed in molti altri stati membri fiscalmente più solidi come l’Austria, i Paesi Bassi ed il Regno Unito, i passi avanti fatti dal nostro paese in tema di consolidamento fiscale potrebbero essere più di facciata che sostanziali e passi indietro rimangano sempre possibili in un contesto caratterizzato da un incerto processo legislativo e da un pensiero strategico in tema di pubblica amministrazione che permane debole e quindi facilmente catturato dalle stesse strutture che si intenderebbe riformare, quando non facilmente bloccato dalle rappresentanze sindacali. Non stupisce, in questo quadro, vedere l’Italia impegnata in una battaglia di retroguardia a difesa di un comparto pubblico i cui limiti sono noti a tutti, piuttosto che impegnata a restituire ai cittadini la pubblica amministrazione che meriterebbero (rapporto EuroFound 2014, Figura 2), visto anche il carico fiscale che sopportano. […]

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