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La Politica e l’antimafia di facciata

Lunedì 13 Luglio 2015 – di Carmelo Miceli

Archiviare  una politica che ha reso la parola “antimafia” un termine etereo, indefinito, pericolosamente strumentale.

C’è una politica, vecchia e logora, che sulla retorica dell’antimafia ha costruito intere carriere. Una politica che, ancora oggi, lungi dall’abbandonare il campo e lasciare spazio, pensa di poterlo, anzi doverlo continuare a percorrere con lo stesso schema di sempre: “Tutto è mafia tranne me. Tutti sono mafiosi tranne i miei accoliti”. […] Se la politica dell’antimafia di facciata ha fatto e continua a fare danni pesanti, guai a dimenticare che in Sicilia, per troppo tempo, ha governato la politica dei “non antimafiosi”. È questa la politica di coloro che hanno sostenuto, e sostengono tutt’ora, che la mafia non esiste e non è mai esistita; che dicono che se la mafia è esistita è già stata battuta; che, quando sono costretti a riconoscere che la mafia è tutt’altro che battuta, preferiscono dire che è meglio non parlarne, perché parlandone la si rende più forte. La politica dei “non antimafiosi”, per essere più precisi, è quella che alla mafia ha riconosciuto la qualità di “soggetto”, se non di Stato nello Stato; quella che con la mafia ha trattato e fatto affari; quella che ha scientemente creato e alimentato un sistema clientelare e corruttivo per fargli permeare tutto e tutti. Difficile dire quale, tra la politica “dell’antimafia di facciata” e quella “dei non antimafiosi” abbia fatto più danni alla nostra amata Isola. Agevole, invece, capire che l’una è il completamento dell’altra. Che entrambe sono, drammaticamente, due facce della stessa medaglia.
Dunque? Ha forse ragione chi dice che la politica è tutta uguale e che i politici, nella migliore delle ipotesi, sono tutti conniventi? ASSOLUTAMENTE NO. No, perché c’è politica e Politica. Perché anche e soprattutto in Sicilia esiste la Politica che studia il passato per comprendere il presente e anticipare il futuro; che sa che nella nostra martoriata terra, per capire e fare un po’ di più, occorre parlare di “cosa nostra” e “stidda”, non solo di mafia in senso lato; che è consapevole che la mafia esiste ancora, è ancora forte e, probabilmente, sta tornando ad essere violenta con il preciso fine di ricreare il clima di insicurezza e terrore dei primi anni ottanta; che riconosce che c’è una mafia evoluta, una mafia “S.P.A.”, che si combatte facendo in modo che i mercati diventino impermeabili ai capitali di illecita provenienza; che capisce che il riciclaggio, l’evasione, e l’elusione, il traffico di droga, quello dei rifiuti e quello delle armi sono la linfa vitale del sistema mafioso; che pensa che bisogna garantire l’accesso al credito ai soggetti a rischio usura, imponendo al sistema bancario un ritorno alla sua funzione essenziale di “trasferire risorse finanziarie dai risparmiatori a chi ne ha necessità” (Cfr. Home page Banca d’Italia, Sic.!); che è convinta la denuncia debba essere conveniente per le vittime, non per il politico e che, invece, è consapevole che, troppo spesso, l’isolamento delle vittime comincia proprio con la loro denuncia; che è convinta che la Scuola deve essere sempre di più il primo e fondamentale strumento di lotta alle “mafie”; che è convinta che la lotta “alle mafie” altro non è che un dovere civico, prerogativa essenziale e inderogabile (quindi non eccezionale) di qualsivoglia mandato, lavoro o professione. Una Politica, questa, che partecipa alle commemorazioni soltanto per ricordare, non per apparire, e che, talvolta, ricorda lavorando; che non vuole essere classificata “politica della buona antimafia” perché preferisce essere chiamata soltanto Politica. Si, Politica, ma con tanto di “P” maiuscola.

* L’autore è segretario provinciale del Pd di Palermo. 

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