Ma perchè in Italia non sappiamo risolvere i problemi se non creando ulteriori danni? Ma perchè, anzichè rimettere a norma un impianto così importante per l’Italia dal punto di vista economico (la chiusura dello stabilimento Ilva provocherà infatti una riduzione stimata tra lo 0,5 e l’1% del Pil nazionale, considerando le attività produttive che rifornisce… d’altra parte stiamo parlando del ventesimo gruppo siderurgico mondiale), si permette all’azienda di chiudere tutto, lasciando peraltro disoccupate MIGLIAIA di persone? Non dovrebbe essere lo Stato italiano a pagare, ma coloro che sono stati responsabili del disastro ambientale e degli effetti sulla salute di lavoratori e cittadini. Troppo facile adesso chiudere lo stabilimento e non pensarci più. Tuttavia, secondo alcuni opinionisti, la famiglia Riva non disporrebbe delle risorse necessarie, perciò egli propone l’utilizzo cumulativo di tre tipologie di risorse (famiglia Riva, Stato italiano e finanziamenti europei), una strada che potrebbe essere l’unica percorribile per risolvere degnamente questa drammatica situazione…

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2012/09/10/news/auto_elettrodomestici_tubi_quanto_conta_lacciaio_ilva_per_lindustria_italiana-42253871/

Auto, elettrodomestici, tubi: quanto conta l’acciaio Ilva per l’industria italiana

Roberta Paolini
[…] Secondo le stime della Federacciai, la sparizione dell’acciaieria del Gruppo Riva aprirebbe le frontiere all’incursione di competitors stranieri pronti ad accaparrarsi le quote di mercato lasciate vacanti. Di più: ridurrebbe il ruolo in Europa del comparto siderurgico italiano (oggi al secondo posto per produzione dopo la Germania) e metterebbe in seria difficoltà tutta l’industria utilizzatrice a valle della filiera. […] L’Ilva pesa non solo sul comparto siderurgico in termini di milioni di tonnellate prodotte, ma incide in maniera determinante sulla cosiddetta industria utilizzatrice. Questo mastodonte che ingloba due acciaierie ha una capacità produttiva di circa 10 milioni di tonnellate l’anno. Negli ultimi dodici mesi ha fatto uscire 8 milioni di tonnellate di prodotti finiti piani. Nel portafoglio clienti dell’unità produttiva pugliese del Gruppo Riva ci sono Fiat, Bmw, Peugeot, i principali tubisti italiani come Marcegaglia, Alfieri e Padana Tubi, le carpenterie metalliche, come Cimolai e il Gruppo Manni, imprese del settore elettrodomestici e caldaie, aziende del comparto costruzioni che operano nella realizzazioni di grandi infrastrutture (come ponti). Poi c’è tutta la parte legata al commercio di prodotti piani, che compra lamiere e coils da Ilva per approvvigionare la piccola domanda frammentata e locale degli artigiani e delle micro aziende. Si tratta di una rete di circa 1500 commercianti, metà dei quali tratta prodotti piani. Del segmento dei prodotti piani l’Ilva ha l’80% del mercato nostrano (il 40% in complesso sui 28,5 milioni di tonnellate di produzione di acciaio italiana). «La struttura industriale nazionale – conteggia Gozzi – si mangia 5 milioni degli 8 milioni di tonnellate prodotte dall’Ilva, ovvero il 40/45% fabbisogni della filiera industriale trasformatrice, se mancassero questi 5 milioni le fabbriche a valle della filiera dovrebbero importare dall’estero, con extra costi di natura logistica, finanziaria e di una supply chain più lunga. Un combinato disposto che avrebbe come effetto uno spiazzamento competitivo per queste industrie che va tra i 2 e i 5 miliardi di euro». E questo è, ovviamente, solo un pezzo del problema, perché Ilva con la sua egemonia nel comparto dei prodotti piani, se dovesse svanire, aprirebbe una faglia gigantesca nel mercato siderurgico italiano in cui i primi ad infilarsi sarebbero i competitor stranieri. Al momento nessun gruppo siderurgico nazionale sarebbe in grado di compensare la sparizione di Taranto dal proscenio industriale nazionale. Ci sarebbe il Gruppo Arvedi, unico concorrente di Ilva, ma che non ha capacità produttiva non occupata per coprire eventuali ulteriori fabbisogni. Mentre alla porta sono pronti a scattare i big europei, che sarebbero in grado di coprire senza problemi la domanda scaturita dall’assenza di Taranto. […] L’impatto sulla bilancia commerciale italiana sarà dunque doppia: un maggiore costo per importare i milioni di tonnellate di acciaio mancante, e un ulteriore costo di sistema per la riduzione delle esportazioni. L’effetto complessivo di sostituzione sulla bilancia commerciale oscilla tra 3,7 e i 5,5 miliardi all’anno. A questi valori vanno aggiunti altri oneri legati all’importazione, che si muovono nella forbice tra i 750 milioni e 1,5 miliardi di euro. E scendendo nelle considerazioni il conto economico diventa sempre più rosso. L’onere complessivo per la cig, dice Federacciai, potrebbe essere stimato in circa 330 milioni l’anno. […]

10 settembre 2012

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ilva-nuovi-arresti-taranto-859405.html

L’Ilva annuncia la chiusura dello stabilimento di Taranto

Chiara Sarra – 26/11/2012

L’Ilva ha comunicato ai sindacati “la chiusura, pressoché immediata, di tutta l’area attualmente non sottoposta a sequestro” e ciò riguarda oltre 5.000 lavoratori a cui si aggiungerebbero a cascata, nel giro di pochi giorni i lavoratori di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica.

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http://www.fermareildeclino.it/articolo/ilva-una-paradossale-storia-italiana

ILVA: Una paradossale storia italiana

Mer, 28/11/2012 – Oscar Giannino

[…] Mantenere l’industria di base è una priorità per un paese manifatturiero, anche se l’energia in Italia è carissima. Uscire dall’acciaio aggraverebbe la nostra bilancia dei pagamenti, oltre a impoverirci. Ma le bonifiche necessarie a Taranto per mantenere la produzione sono estesissime e onerosissime. La famiglia Riva da sola non può farcela, per quanto debba essere incalzata (e lo è, visto il numero dei suoi componenti agli arresti). Occorre da una parte uno sforzo straordinario della finanza pubblica, ancora maggiore di quello sin qui annunciato, del quale una buona fetta era già assegnata al porto di Taranto. E bisogna insieme riuscire a far diventare questo grande investimento di salute e sicurezza una priorità europea, un modello che valga anche per Germania e Polonia che continuano come noi ad avere impianti siderurgici o a carbone nei centri abitati. Certo, è complicato unire l’aspetto giudiziario, quello economico nazionale e quello europeo. Ma il declino è peggio, mille volte peggiore per l’apparente facilità con cui si si scivola oggi dentro per gli errori del passato.

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http://economia.panorama.it/aziende/Ilva-si-ferma-l-altoforno-2-Altri-800-esuberi-da-luglio

Ilva e il piano europeo per l’acciaio

Mentre a Taranto fermano anche l’altoforno 2 e aumentano gli esuberi, a Bruxelles varano un piano per il settore

13-06-2013 – Marino Petrelli

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https://www.leoniblog.it/2013/09/13/ilva-in-malora-un-pezzo-di-economia-italiana-politica-imbelle-e-decreto-letta-hanno-le-loro-colpe/

ILVA, IN MALORA UN PEZZO DI ECONOMIA ITALIANA. POLITICA IMBELLE E DECRETO LETTA HANNO LE LORO COLPE

[…] I fatti. Da oggi, il gruppo Riva ha messo in libertà circa 1.500 addetti che operano nelle 13 società riconducibili alla famiglia e oggetto del sequestro di beni e conti correnti per 916 milioni di euro operato tre giorni fa dalla Guardia di Finanza, nell’ambito dell’inchiesta tarantina per disastro ambientale. Cessano tutte le attività dell’azienda esterne al perimetro dell’ILVA, in tutta Italia. Chiudono gli stabilimenti di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), chiudono i servizi energetici e i trasporti aziendali. […] Sequestrare i saldi attivi di conto corrente significa bloccare le attività bancarie, e noi non possiamo più pagarvi, dicono i Riva a dipendenti e sindacati. Giornali e politica lo prendono come un ricatto. Invece, è un fatto. […]
Lo so che tirare le fila di tutta questa vicenda è lungo. Ma dà l’idea del punto essenziale. L’Italia è l’unico Paese avanzato ad avere forti problemi ambientali per impianti siderurgici ed energetici di vecchio tipo? No, basta conoscere la realtà di nazioni come Germania e Polonia per sapere che non è vero. Eppure, è l’unico paese avanzato in cui l’ordinamento consente che, per misure cautelari disposte dalla magistratura cioè fuori dal contraddittorio,venga profondamente intaccata la continuità aziendale, fino a farla cessare se si dispone il sequestro di liquidità e conti bancari.
Qui non si tratta di difendere i Riva, o di sottovalutare responsabilità gravi e gravissime loro contestate, che devono essere giudicate in Tribunale sul rispetto delle normative ambientali, e sulla corruzione delle stesse autorità pubbliche locali chiamate a farle rispettare. Si tratta di assumere un elementare principio di buon senso: scrivere norme precise e chiare, che separino le responsabilità penali personali, le integrino con le responsabilità delle aziende a integrare gli investimenti e a procedere alle bonifiche, rispetto invece alla messa a morte delle stesse imprese, alla perdita di lavoro, reddito e crescita. 
Il gruppo Riva era il secondo europeo e l’undicesimo al mondo negli acciai, l’intera manifattura italiana se ne serviva. Dopo 14 mesi di braccio di ferro tra magistratura e politica, con quest’ultima incapace di scrivere norme diverse da quelle che “obbligano” i magistrati a colpire dovunque la legge lo consenta, siamo riusciti a mettere in ginocchio non solo il gruppo Riva e chi ci lavora, ma ad aggravare l’intera crisi dell’acciaio italiano nel mondo, come giustamente protesta il presidente di Federacciai, Gozzi. E come se ce ne fosse bisogno, in un paese che è già in ginocchio di suo.
E tutto questo perché la politica, alla sola idea dell’impopolarità rispetto alle conseguenze dell’inquinamento tarantino su salute e sicurezza, dimentica che era lo Stato ad aver realizzato l’impianto così e ad averlo portato a fallimento. E preferisce non sfidare la protesta di chi vorrebbe, impossibilmente, che le aziende continuino a produrre nello stesso frattempo in cui vengono messe in ginocchio. E’ una politica così, a portare a fondo l’Italia.

di Oscar Giannino – 13 settembre 2013

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https://www.leoniblog.it/2015/07/24/ilva-la-lotta-tra-poteri-di-stato-sinora-ha-bruciato-20-miliardi/

ILVA: LA LOTTA TRA POTERI DI STATO SINORA HA BRUCIATO 20 MILIARDI

I 47 rinvii a giudizio per la vicenda ILVA, cominciata nel luglio 2012, non sono solo il primo passo formale di un maxi-processo ormai atteso. Sono in realtà una sconfitta per lo Stato. Perché l’ILVA ormai da tempo è un’azienda tornata di Stato, espropriata ai suoi proprietari senza indennizzo ben prima di un rinvio a giudizio. E siccome l’azienda è di Stato, e i magistrati sono un organo dello Stato, allora il risultato di tre anni in cui lo Stato ha deciso di trattare l‘ILVA come un banco di prova della deindustrializzazione per via giudiziaria è solo una sconfitta dello Stato.

Di questi tempi, dall’ILVA a Fincantieri ad altri casi, i magistrati ripetono che non spetta a loro occuparsi delle conseguenze economiche dei loro atti. Fiat iustitia, pereat mundus. Con l’ILVA espropriata e atterrata, poiché da cinque altoforni il rischio oggi è che ne resti a malapena in attività uno, il mondo finito è quello di un campione della siderurgia europea. Oltre tre milioni di tonnellate di acciaio l’anno in meno – il frutto della tenace azione dei magistrati, contro ogni tentativo di ogni governo di continuare nella produzione, distinguendo indagini da paralisi produttiva – significano non solo la fine del campione europeo, quando era gestito dai Riva. Significa un aumento netto del 32% nel primo semestre 2015 delle importazioni d’acciaio dai paesi extra europei cioè dai giganti asiatici, e del 50% da quando la vicenda giudiziaria è cominciata. Nel solo comparto dei laminati piani, ormai importiamo dall’Asia al ritmo di 4 milioni di tonnellate l’anno, prima degli interventi dei magistrati la quota era del 75% inferiore. Chiunque abbia a che fare con la siderurgia sa che per la manifattura italiana ed europea comprare dall’ILVA è diventata una scommessa, perché dipende dai giudici se tra tre settimane garantirà 6 mila tonnellate di ghisa al giorno o 8mila, visto che i magistrati hanno in corso un altro sequestro al penultimo altoforno attivo.

Molti, oggi, daranno spazio al rinvio a giudizio di Vendola. La destra gongolerà, i titoli saranno su di lui. Nel dibattimento si accerteranno le sue responsabilità. Ma i titoli cubitali dovrebbero essere riservati al danno economico nazionale: per almeno 1,5 punti di PIL – sissignore, oltre 20 miliardi di euro- che sin qui l’economia italiana mette a segno tra diminuzione della produzione e dell’export, aggravio della bilancia commerciale, meno occupati, meno tasse incassate, miliardi di valore bruciato negli impianti ( che da 3 anni, a gestione commissariale, non sono più in grado di produrre un bilancio degno di questo nome, l’ultimo è quello approvato dai Riva..), e perdita ieri oggi e domani dei clienti in Italia ed Europa.

Un disastro assoluto. Che non ha precedenti in Europa. Dove pure, per esempio in Germania e Polonia, esistono eccome impianti simili all’ILVA, nelle vicinanze dei centri abitati. Ma da nessuna parte sono stati sequestrati e bloccati dalla magistratura. Come in nessun altro paese i giudici hanno bloccato conti delle imprese e patrimoni dei soci, materie prime e prodotti finiti, aree di stoccaggio e parchi minerari. Né si sono sognati di decretare lo stop della lavorazione a ciclo continuo.

Possiamo credere che siamo improvvisamente diventati lo Stato europeo e nell’area OCSE più ferreamente intransigente in materia di rispetto dei vincoli ambientali. O piuttosto è uno Stato incapace di far rispettare in precedenza ragionevoli vincoli ambientali, che diventa poi feroce persecutore non di reati compiuti da manager, soci e regolatori pubblici– ottima cosa – ma dell’idea stessa che possa esistere un impianto tanto importante, che è cosa del tutto diversa? Uno Stato incapace prima, e punitivo ed espropriatore poi, disse due anni fa Gianfelice Rocca al suo esordio come presidente di Assolombarda: aveva ragione. Ed è andata ancor peggio.

La politica ci ha provato, diamogliene atto, a limitare i danni. A distinguere tra giuste prerogative della magistratura nel perseguire ipotesi di reato, e necessità della continuità produttiva del sito. Era il 26 luglio 2012, quando Emilio e Nicola Riva e 6 dirigenti dell’ILVA di Taranto furono arrestati. A ottobre, il governo Monti rilasciò una nuova e più accurata Autorizzazione Integrata Ambientale, perché le emissioni e le polveri a Taranto fossero messe in regola con opportuni investimenti. Era novembre, quanto i magistrati tarantini disposero altri arresti. A dicembre il governo Monti intervenne con un decreto ad hoc, la legge 231 del 2012 che venne chiamata “salva-Ilva”, perché nasceva proprio dalla necessità di non interrompere la continuità dell’acciaieria di Taranto, per effetto dei sequestri degli impianti disposti dai magistrati. Ma i magistrati la considerarono incostituzionale. E la Corte costituzionale invece la confermò, nell’aprile 2013. A maggio, contro il parere della Procura, il Riesame dissequestrò i semilavorati e le materie prime dell’acciaieria, garantendole l’operatività, sia pure ridotta a meno della metà. Una settimana dopo, la Procura sequestra ad Adriano ed Emilio Riva 1,2 miliardi. Due giorni dopo, i magistrati dispongono il sequestro di ben 8,1 miliardi di euro, intervenendo su tutto il perimetro delle società controllate in Italia dalla holding, non sull’acciaieria di Taranto.

E nel frattempo il governo Letta interviene il 4 giugno 2013 con un altro decreto. Ma è costretto ad arrendersi. Si stabiliscono, come vuole la magistratura, norme di commissariamento per tutte le eventuali imprese sopra i 200 dipendenti la cui attività produttiva comporti pericoli per ambiente e salute. Il commissariamento pubblico può così sostituirsi agli organi di amministrazione, con contestuale sospensione dell’assemblea dei soci. E assumere su di sé, tramite un commissario, tutti i poteri e le funzioni per un massimo di ben 3 anni, senza rispondere di eventuali diseconomie. Col governo Renzi, la politica tenta di nuovo interventi per garantire la continuità della produzione. Ma i magistrati impugnano di nuovo alla Corte costituzionale, reiterando malgrado il decreto la chiusura del penultimo altoforno rimasto in funzione.

Perde la faccia lo Stato, perdono i lavoratori, perde l’Italia, perdiamo tutti. Ci si dimentica che l’ILVA a Tarato è stata decisa e realizzata così com’è dallo Stato, non dai privati subentrati quando lo Stato perdeva nell’acciaio pubblico cifre pazzesche. La FINSIDER, che realizzò l’attuale ILVA di Taranto, bruciò in perdite oltre 20mila miliardi di lire nei soli 15 anni pre-privatizzazione. Ma nei 15 anni di proprietà privata, a fronte dei decenni di quella pubblica, gli investimenti in protezione ambientale furono una quota importante degli investimenti totali, e furono superiori agli utili riservati ai soci: queste sono cifre ufficiali, che si leggono nei bilanci privati, mentre i commissari pubblici di bilanci non ne producono.

Si dirà: meglio uno Sato vendicatore di salute e ambiente piuttosto che imbelle. Con tutto il rispetto: è una sciocchezza. Lavoro e ambiente sono due beni fondamentali e costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro; bilanciati anche nel diritto fallimentare, là dove si tratta di mantenere la continuità aziendale. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e produzione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l’intera comunità, e vanno risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali e proprietà . Espropriata e ripubblicizzata, dell’ILVA doveva occuparsene il parlamento, per la sua eccezionale importanza sull’economia nazionale. Averla ridotta al solo maxi processo dopo averla messa in ginocchio, aver eliminato dal panorama mondiale il secondo gruppo siderurgico in Europa e l’undicesimo planetario – tale era il gruppo Riva – è solo la prova di un paese inconsapevole di come, nella lotta tra suoi poteri pubblici, accelera il suo declino.

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Vedi l’articolo “Ilva di Taranto: i guadagni fatti sulla pelle di lavoratori e cittadini

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