Libro “La lista della spesa” di Carlo Cottarelli

“Il livello di spesa pubblica appropriato dipende anche da quanto un paese si può permettere. Non a caso, come motto per la revisione della spesa mi è stato suggerito un vecchio adagio cremonese: ‘Se se pol mia, se fa sensa’, ovvero: se non si può, si fa senza.”

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La Corte ha deciso: Mettere a dieta il Leviatano

di Alessandro De Nicola – 6 LUG 2015“Si scontrano due posizioni: La prima è quella di chi sostiene che le imprese pubbliche possono fare qualunque cosa purché non abbiano perdite e non siano sovvenzionate. La seconda è che le imprese pubbliche devono operare solo quando esistono forti motivi per pensare che imprese private non possano fare la stessa cosa. Ci deve essere, in altre parole, un ‘fallimento del mercato”. Così scrive nel suo ultimo libro, parlando delle società con capitale pubblico, Carlo Cottarelli, ex commissario del governo alla spesa pubblica, ora felicemente ritornato al Fondo Monetario Internazionale. L’economista precisa che i confini del fallimento di mercato sono mobili: una volta si pensava che i privati non fossero in grado di garantire l’approvvigionamento del latte o la presenza di farmacie, oggi non è più così. E Cottarelli è fin troppo generoso, poiché nel corso degli anni si è scoperto che televisione, telecomunicazioni, trasporti, poste, energia, gas e persino la zecca di stato erano settori che potevano benissimo essere gestiti in concorrenza da operatori privati; che alcuni “monopoli naturali” non erano tali e che i presunti fallimenti del mercato molto più spesso erano causati del governo il quale, come minimo, aveva instaurato un cattivo sistema di regolamentazione. Insomma, benché in Italia larghi settori dell’economia siano ancora in mano pubblica e, grazie alla certosina opera di Cassa Depositi e Prestiti, il perimetro tenda addirittura ad allargarsi, in generale le giustificazioni teoriche e morali della proprietà statale delle imprese sono collassate e la classe politica si affida alla voce stonata di chi difende “strategicità” e “italianità” di certe aziende.
Questa consapevolezza non si è però diffusa fino al punto tale da dar vita ad un ripensamento più profondo di quale sia il ruolo dello Stato all’interno della società e dell’economia. In Italia non si verifica nulla di simile all’approccio adottato dal governo conservatore britannico il quale, avendo già ridotto la spesa pubblica al 40,8% del PIL (nel Belpaese è superiore al 50%), conta di portarla al 35 % nel prossimo quinquennio, vicina a livelli “americani”. Lo stesso Cottarelli ha sempre avanzato delle proposte molto più tese ad eliminare gli sprechi (cosa buona e giusta, per carità) che a limitare le funzioni attualmente svolte dalla mano pubblica.
A sorpresa, a porre il problema ci ha pensato la Corte dei Conti, la nostra magistratura contabile. Nella sua prolusione di presentazione del rendiconto generale dello Stato per il 2014, la relatrice Laterza ha ricordato prima di tutto alcune amare verità.
Infatti, nonostante il gran parlare di “tagli selvaggi” che si è fatto in questi anni, la realtà ci dice che negli ultimi anni la spesa pubblica si è appunto mantenuta al di sopra del 50% del PIL e il governo ha spremuto di tasse i contribuenti. Inoltre, nel quadriennio 2009-2014 il minore indebitamento (-34 miliardi) è risultato derivare da un aumento di entrate di 55 miliardi compensato da un incremento di 16 miliardi di spesa primaria e di 6 miliardi per gli interessi sul debito. E laddove sono crollati gli investimenti, sono schizzate le spese per le pensioni.
Insomma, i tradizionali strumenti di contenimento del deficit sembrano non funzionare e, in assenza di privatizzazioni, lo stock del debito pubblico continua ad aumentare. Ecco perché la Corte dei Conti ha osato pronunciare l’impronunciabile: “Il necessario contributo (alla crescita economica) ancora atteso dalla riduzione della spesa pubblica… non può eludere la scelta di fondo di porre limiti alla prestazione di alcuni servizi pubblici in una condizione di permanente squilibrio tra costi e ricavi”. Chiaro no? Lo Stato deve fare meno e, per non lasciare dubbi, i magistrati contabili, dopo aver ribadito le necessità di diminuire le tasse (“restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”), sferrano il colpo finale “Un duraturo controllo della spesa pubblica può ormai difficilmente prescindere dalla questione del perimetro dell’intervento pubblico” il che comporta “riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici” sulla base di “una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo”.
A memoria, nessun partito presente in Parlamento negli ultimi 40 anni (da quando cioè è esplosa la spesa) né alcuna istituzione ha pronunciato parole così chiare. Gli interessi costituiti e il calcolo elettorale sono freni quasi insuperabili ad un taglio graduale delle uscite e sempre più viene da sospettare che si debba ridurre il campo di gioco per liberare risorse da investire produttivamente: riformare completamente il sistema previdenziale, con una minima pensione garantita dallo Stato ed il resto affidato a fondi, certamente regolamentati e vigilati, che possano reinvestire nell’economia; pagare solo ai veramente meno abbienti le prestazioni sanitarie, lasciando spazio alle assicurazioni e alle mutue sanitarie, più adatte a controllare i costi; sbarazzarsi dell’equazione servizio pubblico = proprietà pubblica. Si tratta sicuramente di un “vaste programme” avrebbe ironicamente celiato De Gaulle. Tuttavia, le cure fatte di imposte e piccole sforbiciate finora non hanno funzionato e il nostro paese, che ha una classe imprenditoriale imbattibile nell’innovare e adattarsi, ristagna e va peggio di tutti gli altri. La Corte dei Conti ha reso un grande servizio, se lo si saprà cogliere: pensare l’impensabile è la maniera migliore per progredire.

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