Dopo avervi proposto le analisi di Oscar Giannino e le sue “ricette” per risolvere l’annoso problema dell’immigrazione (si veda l’articolo “Come affrontare il problema dell’immigrazione?“), oltre ad alcuni articoli che parlano di quanto siano forti i nostri pregiudizi nei confronti degli immigrati (“Bugie mediatiche: il rapporto tra immigrazione e criminalità“, “E’ vero che gli immigrati ci rubano il lavoro?“, “Produzione del Grana Padano: gli immigrati salvano la tradizione italiana“), vi segnaliamo quest’altro articolo, di Mario Calabresi, pubblicato su La Stampa. Il titolo (“Il coraggio di guardare la realtà”) è piuttosto emblematico della mentalità delle nostre classi dirigenti, le quali, invece di affrontare i problemi, li rifuggono attraverso la negazione o la repressione degli stessi (si vedano, ad esempio, gli articoli “Italia ai primi posti in UE per il consumo di droghe” e “Prostituzione: l’Italia la “regolamenta” con la testa sotto la sabbia!“).

http://www.lastampa.it/2015/06/14/cultura/opinioni/editoriali/il-coraggio-di-guardare-la-realt-7OMYldOvd9psuDkOG0xFbP/pagina.html

Il coraggio di guardare la realtà

14/06/2015 – MARIO CALABRESI

Viviamo in un’epoca di semplificazioni assolute, di esagerazioni dettate dalla pancia e di tragica mancanza di buon senso. Un’epoca in cui manca la memoria ma ancor più la razionalità, non si tiene più conto di numeri, proporzioni e contesti. Non si capisce che la complessità non si affronta e non si risolve con i proclami ma con un lavoro faticoso in cui l’egoismo dei singoli (siano essi Stati, Regioni o Comuni) rischia di essere letale.  

[…] Tutto questo non diminuisce di certo il disagio, i problemi e i rischi che gli italiani devono affrontare e non ci rassicura, ma forse può aiutarci ad avere una visione più oggettiva di quello che sta accadendo. Tutto questo dovrebbe invece spingere tutti a mettere in atto politiche nuove che abbiano come obiettivo quello di cercare di gestire i flussi e, per quanto possibile, di rallentarli, agendo in Nord Africa, procedendo anche con le espulsioni, garantendo sicurezza e legalità.  

[…] Ci preoccupiamo della sicurezza e delle questioni igienico-sanitarie? Bene, allora non abbandoniamo la gente in mezzo alla strada, sotto i ponti o nelle stazioni. È un discorso che vale per i Paesi della Ue come per le regioni: lo scarica-barile non migliora la situazione, serve solo a fare propaganda politica.

E quei barconi che arrivano ogni giorno non possono essere l’alibi per un racconto della realtà completamente emotivo e slegato dalla verità. Quando si parla di tassi di criminalità, di pirati della strada o di stazioni insicure si fa bene a pretendere più severità e un maggiore controllo del territorio, ma non raccontiamoci che prima vivevamo nel Paese delle fate. Lo dicono le statistiche ma anche la memoria.

Le bande di stranieri che fanno le rapine nelle case sono un’emergenza? Vanno affrontate con più forze dell’ordine nelle nostre province, ma non fingiamo di non ricordare anni di malavita italiana o la drammatica stagione dei rapimenti. «Investono la gente ubriachi e drogati!». Guardate ai fatti di cronaca, ai pirati della strada, e nella maggioranza dei casi troverete rispettabili padri di famiglia italiani o i loro figli. Chi ha ucciso un quindicenne a Monza a marzo e poi è scappato non era un rom ma un quarantenne brianzolo con un’Audi.

«Sono pericolosi ed efferati!». Olindo e Rosa non sono musulmani, Yara non pare sia stata uccisa da un albanese e la cronaca quotidiana è piena zeppa di delinquenti italiani. Le stazioni oggi ci fanno paura? Ce ne accorgiamo perché sono luoghi più belli e puliti di quanto non lo fossero 10 o 20 anni fa, con i negozi, i bar, i ristoranti e allora lo notiamo. A me la Stazione Centrale di Milano o Roma Termini facevano molta più paura vent’anni fa, piene di tossici e spacciatori.

Questi sono i problemi della nostra epoca, migrazioni dovute a guerre, estremismo, miseria, fame e cambiamenti climatici. Non possiamo pensare di arrenderci o soccombere ma nemmeno di nascondere il problema o scaricarlo sul vicino, bisogna avere il coraggio di essere adulti, chiamare tutti alle responsabilità e chiamare le cose con il loro nome. Costruire percorsi virtuosi (di accoglienza, studio, rispetto delle regole per chi ha i requisiti) e insieme meccanismi di rimpatrio e di aiuto ai Paesi da cui partono, ma evitare di voltare la testa dall’altra parte regalando migliaia di disperati al lavoro nero e alla criminalità organizzata. 

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