https://www.leoniblog.it/2015/05/07/corte-costituzionale-e-pensioni-per-equita-non-bisogna-restituire-tutto-a-tutti/

CORTE COSTITUZIONALE E PENSIONI: PER EQUITÀ NON BISOGNA RESTITUIRE TUTTO A TUTTI

[…] l’assenza di ogni riferimento all’equità intergenerazionale. Poiché, in un sistema previdenziale a ripartizione, nel quale le pensioni in essere sono pagate dai contributi di chi oggi lavora e non da quelli versati in precedenza da chi oggi è pensionato, tornare a rimborsare quei quasi 5 miliardi bloccati nel 2012 e 2013, e continuare a coprirne gli effetti per il 2014 e 2015 e anni a venire, significa dover reperire 12-13 miliardi di euro a carico di chi le pensioni retributive di cui si parla non le avrà mai, e a stento riuscirà ad averne tra molti anni di contributive, ma molto più basse. E non si ferma a questo, l’aspetto di equità tra generazioni che la Corte ha deciso di ignorare. Perché ha dimenticato che lo stop alle perequazioni a quelle pensioni già erogate si accompagnava non solo al cambio di sistema – da retributivo a contributivo, come detto – per i più giovani, ma anche al brusco innalzamento dell’età pensionabile, per alcuni milioni di italiani che contavano fino al giorno prima di andare in pensione a breve.

Oggi che si tratta di fronteggiare le conseguenze della sentenza, ora che il governo deve decidere a chi e come garantire il rimborso, la strada non è obbligata. Non è affatto vero, che la sentenza obblighi a ripagare tutto a tutti. Le strade possibili dipendono esattamente da quale sia l’opinione politica prevalente sulla decisione della Corte. Per questo abbiamo ripetuto le nostre critiche. Perché ci auguriamo che governo e parlamento ne tengano conto.

La destra, aliena ormai dal ragionare sul merito delle cose e interessata solo a un’opposizione frontale contro il governo, batte la strada del rimborso integrale a tutti. E se non tornassero i conti – visto che nel frattempo siamo già di nuovo sul filo di un possibile 3% di deficit e la UE tra pochi giorni a quanto pare dirà no anche alla reverse charge sull’IVA decisa dal governo (lo avevamo avvisato, non ha ascoltato) con altri 700 milioni di euro da coprire in questo stesso 2015 – tanto peggio per Renzi, pensa l’opposizione. No, tanto peggio per l’Italia e per noi tutti, ci permettiamo di replicare, se cittadini e contribuenti saranno ancora una volta obbligati per cause di forza maggiore a mettere vieppiù mano al loro esangue portafoglio.

La sentenza della Corte è invece l’occasione per riaffermare il principio al quale la Corte è rimasta sorda. Se per rispettare la decisione ha senso provvedere a un rimborso dei trattamenti di poco superiori a 3 volte il minimo INPS, non ha senso farlo per quelli 5,6.7 e 10 o più volte superiori. Lo ha detto fuori dai denti il sottosegretario al MEF Enrico Zanetti. E secondo noi ha fatto bene. Salvini ha replicato che è un furto. Ma al contrario è un furto a chi ha meno, molto meno, chiedere oggi di reintegrare trattamenti previdenziali che sono multipli del reddito medio e mediano degli italiani da una parte. E che, soprattutto, non sono affatto commisurati, in quanto pensioni retributive, ai contributi versati mentre si lavorava. Tranne un 7-8% di trattamenti previdenziali retributivi erogati oggi infatti a chi ha avuto retribuzioni alte e altissime nel più della carriera lavorativa, in tutti gli altri casi la pensione collegata ai soli ultimi anni di stipendio è un premio rispetto ai contributi versati. Senza contare poi le centinaia di migliaia di pensioni incassate oggi da chi apparteneva a fondi come quello dei lavoratori elettrici, o postelegrafonici, o agricoli, i cui trattamenti previdenziali retributivi, maturati grazie alle norme di patronage politico degli “allegri” decenni alle nostre spalle, possono essere pari anche a multipli vertiginosi dei contributi versati.

Oltre a un rimborso parziale rigorosamente a scalare al crescere del multiplo del trattamento minimo, dunque, questa potrebbe essere l’occasione giusta anche per una operazione-giustizia di revisione almeno di quei trattamenti eccessivamente “regalati” a spese, ripetiamolo, di chi oggi ha la certezza di riscuotere nel suo futuro molto meno, sempre che riesca a lavorare.

Non sappiamo se la politica avrà la forza di una simile scelta, visto che in ballo ci sono comunque oltre 5 milioni di pensionati. Ma quand’anche, com’è ovvio, i partiti dovessero guardare innanzitutto ai consensi invece che al merito di una “vera” giustizia tra generazioni, allora dovrebbero bastare due conti per sapere che i milioni di italiani chiamati con altri sacrifici – contributivi o di ulteriore aggravio tributario – a rimpinguare redditi previdenziali superiori alla media, sono più numerosi di coloro il cui solo ed esclusivo diritto è stato affermato dalla Corte. Diceva Lord Bowen che piove sul giusto e sull’ingiusto: ma sul giusto di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello. Ecco, aggravare ancora gli oneri a chi ha meno è proprio come levar loro anche l’ombrello, dopo che già offriamo loro un futuro italiano di pioggia fitta senza facili schiarite.

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Aggiornamento del 22 maggio 2015:

http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2015-05-17/quarto-anno-consecutivo-perdita-l-inps-peso-pensioni-pubbliche-e-gestioni-rosso-173401.shtml?uuid=AB2GGwhD

Quarto anno consecutivo in rosso per l’Inps. Il macigno di pensioni pubbliche e gestioni speciali

Pensioni, un guazzabuglio imprigiona il Paese

22 maggio 2015 – di SERGIO RIZZO
[…] «Il problema principale è smantellare un sistema previdenziale corporativo e iniquo. In Italia ci sono cinquantadue regimi pensionistici diversi, e ciò è dovuto al fatto che le categorie più forti si sono fatte regole migliori rispetto a quelle più deboli». […] L’elenco di quelle regole, molte abolite dalle varie riforme ma che ancora dispiegheranno i propri effetti per decenni, è sterminato. Ci sono le leggi che hanno garantito le baby pensioni, i trattamenti privilegiati dei militari e l’assegno sociale da subito ai dipendenti pubblici che non avevano accumulato un minimo di contributi. C’è la legge Mosca che ha regalato migliaia di trattamenti previdenziali a politici e sindacalisti sulla base di semplici dichiarazioni avallate dal partito o dal sindacato. Ecco quindi le regolette che hanno spalancato la strada alle pensioni d’oro dei telefonici, i pareri del consiglio di Stato che l’hanno concessa ai commissari delle authority (alcuni sono consiglieri di Stato), i codicilli che consentono ai dipendenti di Camera e Senato di andare ancora in pensione a 53 anni con assegni superiori allo stipendio, o che hanno rinviato di otto anni l’applicazione della riforma contributiva Dini per i dipendenti della Regione Siciliana… Oppure i prepensionamenti senza soluzione di continuità, grazie a cui abbiamo poligrafici pensionati dall’età di 52 anni mentre i manovali sono costretti a volteggiare sui ponteggi fino a 67.

E poi le furbizie piccole e grandi occultate nelle pieghe delle normative, grazie a cui un avvocato comunale ha potuto riscuotere una pensione tripla rispetto allo stipendio. O i meccanismi curiosi delle casse autonome, ognuna delle quali segue proprie regole, come quella dei giornalisti. Per non parlare della miriade di pensioni bassissime distribuite a pioggia senza un solo contributo versato, come pure degli assegni di invalidità, cresciuti del 52% in dieci anni. Con il risultato che oggi in Italia c’è una pensione di invalidità ogni 21 abitanti.
Su tutto, la politica: vitalizi parlamentari che si possono liberamente cumulare a vitalizi regionali, a vitalizi europei e a pensioni regalate a lor signori dai contribuenti con il meccanismo odioso dei contributi figurativi. Ma guai a toccarli. Subito i beneficiari insorgono a difesa dei presunti diritti acquisiti e dell’autodichia: principio in base al quale la politica decide per sé in totale autonomia e le sue decisioni non sono sindacabili.

Un enorme guazzabuglio nel quale privilegi, clientele e assistenzialismi si mischiano a orribili ingiustizie che riguardano soprattutto i giovani e i precari. Il tutto basato su un principio di fondo: l’assenza per la maggior parte delle pensioni pagate oggi e ancora a lungo nel futuro di qualunque rapporto con i contributi versati. […]

Con la popolazione sempre più anziana, il lavoro sempre più intermittente, e i versamenti contributivi sempre meno ricchi. Renzi ora promette flessibilità. Benissimo. Ma certo non basta. Per quanto possiamo ancora permetterci un sistema simile? Non sarà il caso di studiare, e in fretta, i correttivi necessari? Forse non lo dobbiamo ai nostri figli?

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