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Adattarsi al clima che verrà

Tratto dal numero di marzo 2015 della rivista Le Scienze:

Gli effetti del cambiamento climatico iniziano a manifestarsi anche in Italia: per esempio il 2014 è stato l’anno più caldo dal 1800 e i mari che bagnano la penisola hanno registrato negli ultimi anni un aumento delle temperature medie superficiali. Gli scenari futuri prevedono un inasprimento dei fenomeni attuali. Per esempio, sebbene per ora le precipitazioni siano variate di poco in quantità, in futuro la piovosità generale diminuirà drasticamente, con una maggiore frequenza di eventi estremi come piogge intense e, riguardo alle temperature, ondate di calore. Affrontare il cambiamento climatico e i suoi effetti, non solo sul meteo ma anche su economia e società, è fondamentale. L’Italia, come altri paesi europei, si è dotata di una strategia nazionale di adattamento, che andrà però attuata con uno strumento operativo, un piano di adattamento
di Giovanni Sabato – 02 marzo 2015

Formazione meteo e servizio meteorologico nazionale

[…] “In Italia la formazione è inadeguata. Non c’è una laurea in meteorologia e le cattedre di fisica dell’atmosfera sono ridotte a una pattuglia sparuta. In alcuni atenei non c’è neanche un esame”, denuncia Guido Visconti, docente, appena pensionato, di fisica dell’atmosfera e oceanografia e direttore del Centro di eccellenza per la previsione di eventi meteorologici severi (CETEMPS) all’Università dell’Aquila, e accademico dei Lincei […]. “Probabilmente all’Aquila istituiremo un master, ma per cambiare il panorama servirebbe un programma nazionale promosso dal ministero, cui abbiamo chiesto più volte di avviare un programma straordinario per istituire un minimo di cattedre o un corso di laurea in meteo. Ma abbiamo trovato solo indifferenza”, spiega Visconti. Così, prosegue Visconti, il personale che nelle regioni elabora a risoluzione più dettagliata le previsioni dell’Aeronautica Militare, o quelle dell’European Centre for Medium Range Weather Forecasts, non sempre ha una preparazione specifica. E peggio ancora chi va in televisione o apre siti meteo.All’estero tutto ciò è impensabile. Nel Regno Unito hanno una formazione a ogni livello, dalle lauree brevi ai dottorati. Negli Stati Uniti quasi ogni Stato ha un dipartimento d’avanguardia specializzato per le esigenze locali: in Oklahoma nei tornado, in Florida negli uragani… Persino per dare le previsioni in televisione serve un diploma dell’American Meteorological Society”. “Anche paesi meno ricchi, come la Serbia, hanno spesso una formazione meteorologica migliore, conferma Carlo Cacciamani, direttore del Servizio idro-meteo-clima dell’Agenzia regionale prevenzione e ambiente dell’Emilia Romagna. “In Italia la professione del meteorologo non esiste, chiunque può dirsi meteorologo” […]. “L’Italia è l’unico paese, oltre alla Grecia, ad avere solo un servizio meteo militare e non anche uno civile”, osserva Visconti. “Se vuoi fare il meteorologo devi essere un militare, cosa insensata. Poi non c’è coordinamento nella ricerca, o nei modelli usati nelle diverse Regioni. Ci sono centri di ricerca specializzati su un tema […], ma non sostituiscono un centro nazionale che integri ricerche a tutto campo su temi che spaziano per esempio dall’influsso dell’orografia sulle precipitazioni ai modelli di scorrimento al suolo dell’acqua per capire l’impatto della pioggia”. “Il servizio dell’Aeronautica Militare va benissimo per le forze armate, ma non basta più per tutte le esigenze civili, perchè oggi alla meteorologia si chiede molto di più”, osserva Cacciamani. Negli anni, in molte regioni si sono quindi affiancate al servizio nazionale strutture per elaborare in dettaglio le previsioni su scala locale, e la legge 100/2012 di riordino della Protezione Civile prevede di mettere a sistema il tutto in una nuova struttura civile: un servizio meteo nazionale distribuito, gestito dallo Stato e dalle Regioni, che coordini i vari centri statali e regionali di osservazione, previsione e ricerca esistenti. Una soluzione che non convince Visconti: “Mancherà comunque un grande centro di ricerca. Una perturbazione attraversa l’Italia in un giorno, per seguirla occorrerà un coordinamento pazzesco fra enti regionali eterogenei per competenze e organizzazione, mentre lo farebbe molto meglio un unico istituto centralizzato con sedi dislocate”. […]

[…] l’Italia – pur essendo il paese europeo con più vittime da eventi idrogeologici, con oltre 7000 fra morti, feriti e dispersi negli ultimi cinquant’anni, non ha un programma nazionale di ricerca sul rischio idrogeologico, né un coordinamento delle iniziative in materia, e neanche il Programma nazionale di ricerca 2014-2020 apre spazi in questo senso. “E’ necessario un cambio di paradigma”. […] La ricerca sarebbe quanto mai necessaria anche per capire come risistemare il territorio per renderlo meno vulnerabile […].

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Libro “I Cambiamenti Climatici in Italia: Evidenze, Vulnerabilità e Impatti” di Sergio Castellari

In questo volume viene finalmente esposto con semplicità, ma in modo approfondito e professionale, il tema dei cambiamenti climatici e dei loro impatti, attraverso il diretto coinvolgimento di scienziati italiani di livello internazionale.

Consegnamo al lettore comune, così come all’esperto del settore, un libro che intende offrire le basi della dinamica dei principali processi climatici del bacino del Mediterraneo nelle sue principali componenti (atmosfera, oceano, suolo, ciclo completo dell’acqua) attraverso l’analisi delle loro interazioni, e con un’attenzione rivolta a ciò su cui si ha certezza e a ciò su cui si dovrebbe riflettere sia come scienziati, sia come privati cittadini.

La seconda parte del volume tratta gli impatti dei cambiamenti climatici sull’intera area del Mediterraneo, con particolare attenzione alla situazione italiana.

Con notevole sforzo si è cercato di rendere il più possibile chiari i concetti e i termini utilizzati, inserendo note e glossari per facilitare la lettura e la comprensione.

Oggi il tema dei cambiamenti climatici non può più essere ignorato. Questo libro ha la pretesa di offrire ai disinformati un bagaglio di conoscenze sufficienti a suscitare in loro maggiore consapevolezza, agli esperti, scettici o catastrofisti che siano, alcuni spunti di riflessione e discussione qualificata e competente, ai soggetti socialmente e politicamente responsabili una maggiore sensibilità verso l’ambiente e la salvaguardia del pianeta.

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http://www.lastampa.it/2015/04/02/italia/cronache/litalia-ossessionata-dal-meteo-perde-anche-lultimo-meteorologo-0VOq09k1oayCpw1S06Q27N/pagina.html

L’Italia ossessionata dal meteo perde anche l’ultimo meteorologo

In pensione tutti i professori ordinari, Gabrielli lancia l’allarme al ministro
02/04/2015 – GIUSEPPE SALVAGGIULO

«Caro prefetto Gabrielli, il nostro Paese presenta una peculiarità che è l’assenza di università che rilasciano lauree triennali o magistrali in Meteorologia e/o Fisica dell’atmosfera. Questo è dovuto all’assenza di Dipartimenti specifici come avviene nella maggior parte dei Paesi». Comincia così la lettera inviata dagli esperti della Commissione Grandi Rischi al capo della Protezione Civile, che l’ha girata riservatamente al ministro dell’Università Stefania Giannini, sollecitando un intervento.

Gli scienziati ricordano che recentemente hanno cessato di lavorare i tre professori universitari rimasti a occuparsi specificamente di meteorologia (su 250 del raggruppamento Fisica). Ora non ci sono più docenti ordinari, né ce ne saranno in futuro perché in Italia solo i professori ordinari di una materia possono crearne altri. Il circuito è chiuso, a meno di un deciso cambio di rotta politico, che Gabrielli invoca con gli scienziati.

Il paradosso

Nel Paese in cui il meteo è diventato argomento di conversazione di massa e proliferano siti internet, app e programmi televisivi tematici, la meteorologia nelle università sta scomparendo. Non è solo una questione da senati accademici. Una moderna gestione del rischio idrogeologico, che serve a ridurre perdite umane e danni da frane e alluvioni, si fonda su una catena con tre anelli: meteorologia (previsioni atmosferiche); idrologia (previsioni degli effetti al suolo) e protezione civile (piani operativi sulla base delle prime due informazioni).

In Italia, il terzo anello è ancora efficiente. Quanto al secondo, gli scienziati che l’hanno irrobustito stanno andando in pensione, ma lasciano allievi adeguati. L’emergenza riguarda il primo anello, senza il quale tutta la filiera funziona male.

Fuori tutti

Dopo Guido Visconti a L’Aquila e Antonio Speranza a Camerino, anche Stefano Tibaldi, l’ultimo meteorologo italiano di fama internazionale, è andato in pensione ieri. Ha lavorato al Centro europeo di ricerca meteo, ha insegnato all’università di Bologna, ha diretto l’Agenzia regionale emiliana, tra le più avanzate con quelle piemontese e veneta. «In Italia – racconta – la meteorologia è sempre stata cenerentola, ospite della fisica o della geofisica. Il motivo è semplice: sono gli utenti qualificati a chiedere all’università meteorologi qualificati, e qui l’utenza è di bassa qualità».

Anche lo Stato ha contribuito a «deprimere la meteorologia italiana». Negli altri Paesi europei, anche più piccoli, esiste un Servizio meteo nazionale. È un’istituzione che raccoglie, organizza e diffonde le informazioni, anche alle organizzazioni internazionali. Sono i dati di base su cui a diversi livelli di professionalità tutti – agenzie pubbliche, siti web, televisioni – costruiscono le previsioni.

In Italia un Servizio Nazionale non esiste. Previsto finalmente dal decreto Bassanini nel 1998, l’anno della tragedia di Sarno, a 17 anni di distanza non è ancora operativo. Ci si arrangia con l’Aeronautica militare, che fa del suo meglio ma è nata per l’assistenza al volo e ha risorse scarse.

Il fallimento

L’approssimazione pubblica ha abituato male il mercato. Poi è arrivata la rivoluzione del web. I siti privati hanno stimolato il sistema. «Ma questa scossa non si è trasmessa all’università, che non ha speranza – sospira Tibaldi -. Se c’è spazio per una disciplina, in altri paesi il sistema accademico investe autonomamente prima di essere costretto a farlo; qui è governato dai professori in modo autoreferenziale, ogni disciplina bada a sé. L’accademia è sorda, cieca e muta».

Dunque per la meteorologia non c’è posto. «Le decisioni le prende il ministero, totalmente dominato dall’accademia attuale che pensa a sé. Ci pensi: i professori di fisica allo stato solido dovrebbero farsi carico di rinunciare a una parte delle proprie risorse per creare una cattedra di meteorologia. Improbabile, no?». L’utenza di bassa qualità dilaga, quella qualificata (grandi aziende agricole, industrie, piattaforme petrolifere, trasporti marittimi), si rivolge alle società di consulenza internazionali.

Tibaldi lascia con amarezza. «Dopo tredici anni in Inghilterra, ero tornato nel 1987 per fare qualcosa per la meteorologia italiana. A malapena sono riuscito a fare qualcosa per me stesso. Un fallimento totale».

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