Conoscenza, innovazione, rilancio dell’economia” – Lectio magistralis di Salvatore Rossi – Direttore Generale della Banca d’Italia (pdf)

17 marzo 2015

“[…] L’economia italiana si ritrova, oggi, come dopo una guerra. Non una guerra del passato, per nostra fortuna, di quelle con spargimenti di sangue e distruzioni fisiche. Ma una di queste guerre moderne, virtuali, in cui capannoni, uffici, posti di lavoro possono vaporizzarsi con il click di un mouse.

Rispetto a sette anni fa produciamo quasi un decimo in meno. Nell’industria la contrazione è del 17 per cento, nelle costruzioni di oltre il 30. Si stima che l’apparato manifatturiero abbia visto scomparire in questi anni un sesto della sua capacità produttiva. La distruzione netta di posti di lavoro è stata di quasi un milione. Il complesso delle imprese italiane ha investito l’anno scorso un terzo meno che sette anni prima. Le famiglie, considerate anch’esse nel loro insieme, hanno speso, in termini reali, l’8 per cento in meno. Le esportazioni sono a stento rimaste costanti.
I danni inferti all’economia italiana dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008, poi dalla crisi europea dei debiti sovrani del 2010-2011, sono stati molto maggiori di quelli subiti dagli altri principali paesi avanzati. Bisogna chiedersi perché.

[…] Confidando che la ripresa si consolidi, dobbiamo al tempo stesso tornare a chiederci perché questi anni di crisi ci abbiano colpiti così più duramente degli altri paesi con cui ci confrontiamo. L’analisi ci condurrà alla radice del problema strutturale che vincola l’economia italiana da decenni.

Fra le due ultime recessioni – quelle del 1992-93 e del 2008-2014 – è successo qualcosa di fondamentale intorno alla nostra economia: è cambiata la tecnologia dominante nel mondo, facendo accelerare la globalizzazione dei mercati; è stato creato l’euro.

Gran parte del sistema produttivo italiano ha reagito con lentezza all’opportunità di sfruttare le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per accrescere l’efficienza, come hanno fatto altri sistemi nazionali; non ha subito compreso che l’assuefazione alle continue svalutazioni della lira, dai guadagni competitivi temporanei ma dalle conseguenze inflazionistiche durature, doveva venir meno e che occorreva rafforzare strutturalmente la capacità competitiva.

Non poteva in realtà fare né l’una né l’altra cosa perché ereditava dal passato una morfologia inadatta, segnata dalla dominanza di imprese piccole e renitenti alla crescita anche quando poste di fronte alla concreta opportunità di un salto dimensionale: ciò per un retaggio culturale familistico, e più ancora per l’ostilità dell’ambiente politico-istituzionale circostante. L’Italia è, tra i principali paesi europei, quello dove il divario di produttività tra imprese piccole e medio-grandi è più ampio. Le imprese nascono piccole ovunque, ma poi o muoiono o crescono in fretta. In Italia, se non muoiono, quasi sempre restano indefinitamente nel limbo della piccola dimensione.
Una tale morfologia va aiutata a mutare, perché confligge con il requisito della capacità innovativa, su cui ora brevemente mi soffermo.

L’innovazione

L’innovazione incessante è il tratto distintivo del tempo moderno. Un secolo fa accadeva sovente a chi produceva o commerciava di trascorrere una intera esistenza trattando sempre lo stesso bene o servizio, con immutate caratteristiche, che i clienti domandavano in misura maggiore o minore solo a seconda delle alterne vicende della loro condizione economica. Oggi un bene o un servizio non può restare identico a se stesso se non per breve tempo, poi deve essere rinnovato, nella sostanza o almeno nella presentazione, pena l’uscita dal mercato. I consumatori attendono di essere continuamente sorpresi da qualcosa di cui non sospettavano l’esistenza. I beni capitali devono cambiare anch’essi per accomodare e sospingere l’innovazione nei beni finali. […] La rivoluzione digitale ha frantumato le produzioni verticalmente integrate in singoli compiti – la logistica, la contabilità, la produzione dei vari componenti, la manutenzione, la commercializzazione e così via – che possono essere svolti ovunque nel mondo da fornitori esterni. […] Infine, avanza a grandi passi la robotica. Il potenziale di innovazione dei modi di produzione ancora non sfruttato nelle tecnologie già esistenti è enorme e sta per avviare una stagione di robotizzazione quasi integrale della produzione manifatturiera, con sconvolgenti ripercussioni sul mercato del lavoro sia nei paesi emergenti sia in quelli avanzati. Fatte salve nicchie di artigianato di superlusso, produrre “a mano”, secondo l’etimologia della parola manufatto, vorrà dire manovrare non un tornio ma un mouse o un joystick per attivare servomeccanismi e stampanti tridimensionali. […]

Restringendo l’attenzione alla sola innovazione di prodotto o di processo, in una indagine effettuata nel momento in cui scoppiava la crisi globale solo il 40 per cento delle imprese italiane dichiarava di svolgerla: una quota molto al di sotto del 64 per cento della Germania. Sappiamo inoltre che i risultati dell’innovazione sono meno buoni in assenza di un’esplicita attività di ricerca e sviluppo: è minore la capacità delle imprese di registrare brevetti, disegni industriali, marchi o diritti di autore; è più contenuta la quota di fatturato realizzato con prodotti innovativi; è più bassa la probabilità di produrre beni che siano nuovi per il mercato, non solamente per l’impresa. In Italia sembra prevalere ancora un modello basato su innovazioni incrementali, che richiedono all’impresa un impegno, finanziario e organizzativo, inferiore a quello richiesto dall’attività formale di ricerca e sviluppo. La spesa totale per quest’ultima nel 2013 era da noi appena pari all’1,2 per cento del PIL, rispetto al 2,1 della media dell’Unione europea, al 2,9 della Germania. […]

La piccola dimensione si accompagna con una struttura proprietaria e con pratiche manageriali spesso poco inclini ad assumere i rischi dell’innovazione. D’altro canto, il mercato del venture capital, cioè la modalità di finanziamento specializzata nel favorire la crescita rapida di start-ups innovative, è ancora poco sviluppato in Italia. Soprattutto, è determinante la qualità della forza lavoro.

La conoscenza e la sua “fabbrica”

[…] Per sviluppare il capitale umano di un paese non basta più fornire a un numero elevato di studenti un bagaglio di nozioni da applicare in modo standard durante la loro vita lavorativa. È necessaria quella che gli educatori chiamano appunto la “competenza”, cioè la capacità di mobilitare risorse personali – saperi, saper fare, atteggiamenti – e risorse informative esterne per rispondere in modo efficace a situazioni spesso inedite. […] Su questo terreno, l’Italia non è necessariamente svantaggiata. Se si discute dei problemi e delle prospettive del nostro sistema produttivo con imprenditori e manager, emerge costantemente una caratteristica che contraddistingue le imprese italiane di successo, piccole e grandi: la capacità di adattare i propri prodotti alle diverse esigenze dei clienti, discostandosi dai modelli standard. Esiste una “flessibilità” italiana spesso vista come la risposta all’“affidabilità” tedesca. […] Non sembra qui esservi uno svantaggio italiano. Perché allora non siamo riusciti a sfruttare maggiormente questa predisposizione innata degli imprenditori e dei lavoratori italiani?

[…] Serve una conoscenza scientifica di alto livello, per essere alla frontiera della ricerca, di base e applicata; ma serve anche sviluppare uno scambio costruttivo tra artigiani e scienziati. […] Il luogo in cui si “fabbricano” la conoscenza scientifica e il corredo di competenze dei lavoratori più qualificati è l’università. 

L’Italia si discosta dal novero dei paesi avanzati nel livello, molto più basso, delle risorse annuali complessivamente dedicate, dalle famiglie e dal settore pubblico, a ciascuno studente universitario: meno del 20 per cento del PIL pro capite contro una media europea di poco inferiore al 30. Manca ancora, nonostante l’introduzione delle lauree triennali, una netta diversificazione dell’istruzione superiore tra quella “leggera”, adatta alle mansioni operaie e impiegatizie che stanno alla base dell’apparato produttivo, e quella rivolta a fornire al vertice dell’apparato produttivo un flusso regolare di specialisti e professionisti che possano stare, nel mondo ormai globalizzato, al passo con i coetanei che escono da un INSEAD, da un Massachusetts Institute of Technology o da una London Business School.

Si è creato un circolo vizioso tra offerta e domanda: il sistema universitario italiano non produce capitale umano adeguato a un’economia moderna e avanzata; le imprese che dovrebbero domandarlo non sono in realtà quasi mai attrezzate a riconoscerne i diversi gradi di qualità e ad assegnare loro il prezzo giusto, spesso perché troppo piccole. I livelli stipendiali, anche nei contratti ad personam, non distinguono quasi mai fra un neo-laureato di una università italiana di basso livello e un PhD di Harvard. Se si pensa alle graduate schools americane, inglesi e tedesche o alle grandes écoles francesi, sembra quasi che l’Italia abbia rinunciato a formare in casa propria la sua élite professionale, lasciando che a svolgere questo compito siano istituzioni universitarie di altri paesi.

Negli Stati Uniti ciascuno studente investe ogni anno nella propria istruzione post-secondaria quasi 15.000 dollari ai prezzi del 2011; il settore pubblico ne aggiunge altri 8.000, per un totale di 23.000. In Italia, convertendo in dollari con pari potere d’acquisto i valori in euro, per ciascuno studente vengono investiti in totale circa 6.500 dollari, di cui 2.200 a carico della famiglia e 4.300 a carico dello Stato. Questi dati riflettono una differenza marcata nelle scelte fondamentali delle due società: in quella americana, l’investimento in istruzione qualificata dei giovani è centrale nelle decisioni pluriennali di spesa delle famiglie e dello stesso settore pubblico. Chiunque abbia una sia pur minima familiarità con gli stili di vita americani sa quanti sacrifici, quanto risparmio molte famiglie dedichino a questo tipo d’investimento, al punto da programmare l’iscrizione di un figlio al college fin dalla nascita. Non ci si deve stupire poi del fatto che quella società generi gran parte delle innovazioni che si producono nel mondo, in ogni campo del sapere e del fare.

L’altra rilevante differenza fra i due modelli sta nell’utilizzo che viene fatto delle risorse pubbliche. Negli Stati Uniti la quota indirizzata direttamente alle famiglie, nella forma di borse di studio o di prestiti personali agli studenti, è decisamente più alta che in Italia; da noi la modalità del prestito, particolarmente incentivante, è quasi assente. Questo canale di spesa pubblica delega allo studente l’individuazione del beneficiario finale dei fondi pubblici attraverso la scelta dell’università a cui iscriversi e a cui pagare la relativa quota; ha il vantaggio di stimolare la competizione fra università nell’attrarre iscrizioni. Nei paesi in cui i titoli di studio non hanno un valore legale uguale per tutti, come invece in Italia, questa competizione si combatterà non a colpi di voti facili, ma di reputazione nell’assicurare un buon ingresso nel mercato del lavoro, nel quale conteranno di più i titoli conseguiti nelle università migliori.

[…] Negli Stati Uniti come nei principali paesi europei, Italia inclusa, uno su due degli attuali posti di lavoro sarebbe a rischio di essere automatizzato nell’arco di uno o due decenni. Non c’è mai stato un momento migliore come oggi per un lavoratore con abilità speciali o semplicemente con la giusta istruzione, perché egli è in grado di utilizzare la tecnologia per creare valore. Simmetricamente, non c’è mai stato un momento peggiore come oggi per un lavoratore con abilità solo ordinarie, perché sta avanzando a passi spediti un replicante che lo rimpiazzerà e non vi saranno blade runners a impedirlo. […]

Conclusioni

Gli economisti s’interrogano da sempre su quali siano le variabili determinanti per lo sviluppo economico nel lungo periodo. […] Esse sono: la capacità di un’impresa, di un’economia, di una società, di “imparare” continuamente; il dinamismo, l’inventiva endogena, il gusto della sfida intellettuale e imprenditoriale. 

[…] Far nascere nuovi imprenditori, convincere quelli che ci sono a far crescere le loro imprese, separandole dai destini della famiglia, premiare il coraggio e l’inventiva, disincentivare le rendite di posizione, questo dev’essere l’impegno prioritario della politica economica oggi nel nostro paese. Un compito complesso, che investe tutti gli aspetti della vita associata, in primis il sistema educativo. Ma non solo: anche l’ordinamento giuridico, le condizioni di concorrenza, l’efficienza della pubblica amministrazione. Insomma, l’intero ecosistema normativo e istituzionale in cui vivono le imprese produttive.

Perché è nelle imprese che si mettono a frutto le conoscenze e le competenze generate nei laboratori e nelle aule, le si trasforma in un flusso continuo di innovazioni, si rilancia l’economia creando posti di lavoro, domanda di beni, redditi, benessere.

Spetta alla rappresentanza politica il compito, complesso e gravoso, di fluidificare il circuito conoscenza-innovazione-rilancio economico, rimuovendo ostacoli inutili, fissando i giusti incentivi e disincentivi a tutela di interessi pubblici effettivi, infine assicurando l’equità sociale. Sempre rammentando che senza sviluppo ogni equità è vana.”

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