Ritorniamo qui su una delle tematiche che più ci stanno più a cuore, ovverossia il rapporto tra l’Italia ed il suo patrimonio culturale. Abbiamo visto come questo nostro patrimonio sia davvero immenso, sia quantitativamente che qualitativamente, ma che purtroppo non siamo in grado di gestirlo in modo tale da valorizzarlo tanto quanto lo meriterebbe. Questo ha come diretta conseguenza il nostro impoverimento, sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista economico. Nel seguente articolo, pubblicato sul Wall Street International, l’autore riflette proprio su questo e richiama l’attenzione sul fatto che tutti quanti dovremmo imparare a conoscere meglio e più a fondo il nostro territorio, per poter trasmettere, attraverso il racconto, tutto il suo fascino e la sua bellezza ai turisti, soprattutto stranieri, i quali si recano in nel nostro paese per visitare esclusivamente i luoghi “blockbuster” (Roma, Firenze, Venezia…), non sapendo quel che si perdono al di fuori di essi. Ciò arricchirebbe non soltanto la nostra economia, ma anche la nostra cultura.

http://wsimag.com/it/economia-e-politica/13653-un-paese-da-raccontare

Un paese da raccontare

Tra conservazione e sfruttamento commerciale

Enrico Tomaselli – 06 marzo 2015

Indubbiamente l’Italia è uno dei paesi con il più ricco patrimonio artistico e culturale, tanto più denso se rapportato alla superficie complessiva del paese; quasi impossibile fare un passo senza imbattersi in un significativo pezzo di storia. Eppure, sembra che non si riesca mai ad avere – con questo patrimonio – un rapporto equilibrato, perennemente sospesi tra la conservazione e lo sfruttamento commerciale.

Laddove poi, sin troppo spesso, la conservazione è più un riflesso teorico, la pulsione al mantenere tutto com’è, imbalsamato e cristallizzato, magari conservato nei depositi di un museo, mentre un luogo unico al mondo come Pompei se ne cade pezzo dopo pezzo. E lo sfruttamento commerciale è quasi sempre un grumo di abusivismo e paccottiglia agglutinata intorno ai luoghi di grande attrazione; o, nella sua versione più moderna, il sequestro privatistico di luoghi pubblici. Un po’ come l’opinione pubblica del paese, in questo solleticata dai media, oscilla periodicamente tra garantismo e repressione, così procediamo ondivaghi tra Sovrintendenze (e già il nome ha un che di ancient regime…) ancorate a una visione sacrale dei beni culturali, e un management che invece li considera alla stregua di hamburger e patatine.

Abbiamo una straordinaria ricchezza, la cui pura e semplice manutenzione ha di per sé dei costi considerevoli, ma non sappiamo bene che farne. Perché – tra l’altro – stiamo via via perdendo un rapporto vero, autentico, con questo patrimonio. La consapevolezza del suo valore (storico e culturale, prima di tutto), così come il nesso significante tra questo valore e ciò che noi siamo (come collettività), è sempre meno diffusa. E in questo, le responsabilità dell’istituzione scolastica innanzi tutto, ma anche dei media, sono enormi.

C’è un interessante esperimento, condotto dall’artista Eric Fischer, il quale ha georeferenziato i selfie realizzati in alcune grandi città, distinguendo tra quelli dei turisti e quelli dei residenti. Ne viene fuori un quadro di flussi urbani differenziati in modo significativo. Pur trattandosi di un lavoro senza pretese scientifiche, e avendo ben chiaro che, in una certa misura, ciò è del tutto normale, appare evidente come restituisca in qualche modo anche la visualizzazione di un crescente distacco tra cittadini e città. Pur essendo luogo del vivere quotidiano, e quindi di grande familiarità, il legame tra (la storia dei) luoghi e abitanti si affievolisce. Come se, tra le mura domestiche, paradossale conseguenza del vivere comune fosse la perdita di consapevolezza dei legami che stanno alla base di quella convivenza. Occorrerebbe invece trovare un punto d’equilibrio, capace di tenere insieme la consapevolezza del bene (e quindi il senso del suo valore non meramente economico e/o storico), e la sua capacità di produrre economia.

Ciò è particolarmente urgente in un paese come l’Italia, poiché il combinato disposto tra ricchezza del patrimonio artistico-culturale e povertà di cultura manageriale produce disastri – e soprattutto impedisce di imboccare con chiarezza, coerenza e decisione, un percorso capace di salvaguardare e valorizzare i beni culturali nazionali. Una riflessione su alcuni aspetti del nostro patrimonio può essere in questo di grande aiuto. Questo patrimonio, come si diceva ricchissimo anche in termini quantitativi, è estremamente diffuso sul territorio. Pur in presenza di alcuni poli di straordinaria ricchezza ed attrazione – a partire dalle cosiddette città d’arte, Roma, Firenze, Venezia, Napoli… – non c’è provincia o comune che manchi di beni culturali di valore. Il risultato, anche per via di una mancante politica d’organizzazione dei flussi turistici (in termini di trasporti e accoglienza, tanto per cominciare), è che molti di questi beni risultano essere solo un onere (di conservazione), quando non sono del tutto abbandonati.

Si crea così una divaricazione tra luoghi blockbuster, con una saturazione di presenze capace a volte di metterli anche a rischio, e il resto del patrimonio culturale e artistico. Essendo i primi innanzitutto anche luoghi che catalizzano grandi quantità di pubblico, suscitano anche gli appetiti commerciali. Si produce quindi un fenomeno di assalto al territorio, che va dalla presenza di guide e venditori di souvenir abusivi sino all’acquisizione di interi edifici storici (vedi Fondaco dei Tedeschi a Venezia) per farne megastore.

Ma il modello blockbuster non si basa solo sulla concentrazione, e quindi, di riflesso, sullo svuotamento degli altri luoghi, esso produce un rapporto tra il luogo / l’opera d’arte e il pubblico che è assolutamente straniante. Chi ha fatto – ad esempio – l’esperienza di vedere la Gioconda al Louvre, sa bene di cosa si parli. Osservare a distanza di sicurezza un quadro non particolarmente grande, nel mezzo di una calca multilingue, cos’altro può restituire se non il mero poter dire “l’ho vista”? Non v’è alcuna empatia possibile tra l’osservatore e l’opera, non alcun passaggio di senso. Perché questo modello di consumo culturale prevede la concentrazione non solo di luogo, ma anche di tempo. E spesso il tempo disponibile per il godimento dell’opera non è che una minuscola frazione del tempo necessario per accedervi!

Ovviamente, non si tratta qui di svuotare gli Uffizi, o stabilire il numero chiuso a Venezia (per quanto…). Si tratta piuttosto di immaginare delle linee strategiche di offerta culturale diverse, capaci di spalmare i flussi su tempi e luoghi più ampi. Di indirizzare verso un modello desaturato. Difficilmente si potrà eliminare il desiderio dell’esperienza visiva. Il David di Michelangelo, Piazza San Marco, la Fontana di Trevi… rimarranno comunque degli attrattori straordinari. Ma si può cambiare il valore di quell’esperienza. Darvi un senso, un significato differente. Cambiando quindi non solo la percezione dell’osservatore, ma il modo stesso in cui questo si approccia all’opera d’arte.

L’Italia è un paese ricchissimo di Storia. E di storie. Eppure sembra non sapersi raccontare. Sembra incredibile, eppure l’italiano è una delle lingue più studiate al mondo (la quarta, credo). E chiaramente da persone con una particolare sensibilità e attenzione per il nostro patrimonio culturale, tanto da voler potervi accedere senza la mediazione di una traduzione. Ancora oggi, la Divina Commedia di Dante è una delle opere letterarie più lette e studiate. L’Italia non è soltanto da vedere, è un immenso bacino di storie da raccontare. Se cominciassimo a offrire anche questo, la narrazione di un paese attraverso il racconto di migliaia di storie diverse, raccontate attraverso i moltissimi linguaggi che l’arte e la tecnologia mettono a disposizione, potremmo riorientare l’offerta culturale del paese, renderla più attrattiva – e al tempo stesso più diffusaaumentandone sia la redditività che la sostenibilità.

Vedere un luogo o un opera d’arte, ce ne restituisce l’impressione retinica della sua superficie. Avere insieme anche una serie di informazioni, incrementa la nostra capacità di comprenderla. Ma se ciò che ci arriva è narrazione, racconto storico o fantastico, epico o romantico, sarà la nostra capacità di empatia con essa a risultarne espansa. Tutta un’altra storia, no?…

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Libro “Libertà di cultura. Meno Stato e più comunità per arte e ricerca” di Nannipieri Luca

Per far rinascere la cultura e la ricerca in Italia occorre un cambiamento radicale che dia centralità alla persona e alle libere comunità che nascono nei territori. Nessun museo, biblioteca, archivio, festival o università deve essere preservato senza che siano gli individui e le comunità a volerlo. La cultura infatti non è un obbligo o un diritto, ma un desiderio. Un museo come gli Uffizi può essere domani trasformato o chiuso, e le sue opere disperse, se così vorranno gli individui e le comunità. Il peso dello Stato deve pian piano regredire e permettere che le comunità si riapproprino dei loro patrimoni e territori e trasformino le loro culture come meglio credono, senza che vi sia un supervisore superiore che ne orienti le scelte con divieti o appoggi. Per far questo occorre un cambiamento della Costituzione e delle leggi, l’abolizione delle Soprintendenze e degli Istituti centrali, e una trasformazione profonda dei paradigmi che dominano l’asfittico sistema culturale italiano.

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Aggiornamento del 29 febbraio 2016:

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/reportage/trasmissione-dicembre-2015-133540-gSLAmxJ0TB

Più impresa nella cultura: la rivoluzione dei musei italiani

Cultura e impresa. Pubblico e privato. Un binomio vincente e ormai imprescindibile per la sostenibilità economica, e non solo culturale, dei nostri musei. Tuttavia in Italia un approccio manageriale alla gestione delle imprese culturali fa ancora fatica ad affermarsi. Importanti passi in avanti però sono stati compiuti con la riforma dei musei da poco completata che ha previsto la nomina di direttori-manager e grazie all’iniziativa di molti imprenditori che si sono avvalsi dello strumento dell’art bonus, ovvero la possibilità per chi effettua donazioni a sostegno del patrimonio pubblico italiano di detrarre fino al 65% della somma, misura confermata anche da questa legge di stabilità.

Ma come bilanciare l’aspetto economico con quello culturale? E i musei italiani stanno davvero cambiando pelle? Un viaggio tra i più importanti musei italiani grazie alle testimonianze di Eike Schmidt, direttore degli Uffizi; Gabriel Zuchtriegel direttore del Parco archeologico di Paestum; Gabriella Belli, direttrice dei Musei Civici di Venezia; James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera; Diego della Valle patron della Tods.

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