Nel seguente articolo, Oscar Giannino ripercorre le vicende politiche che negli anni hanno determinato la nostra attuale situazione di “digital divide”:

https://www.leoniblog.it/2015/03/01/banda-larga-non-banda-bassotti-il-governo-ci-risparmi-un-piano-rovati-bis-espropriatore/

BANDA LARGA, NON BANDA BASSOTTI: IL GOVERNO CI RISPARMI UN PIANO ROVATI BIS ESPROPRIATORE

1 marzo 2015 – di Oscar Giannino

[…] Premessa: l’Italia è in fondo alle graduatorie europee per utilizzo di Internet. Troppi italiani che non lo usano, bassa percentuale di case e imprese collegate con reti capaci di elevato download e uplodad, basso utilizzo dell’e-commerce, PA incapace di digitalizzarsi sul serio perché significa rivelare il proprio overstaffing e troppi costi impropri. Da molti anni a questa parte, la questione si centra su una domanda. Poiché al fine di potenziare l’offerta digitale serve un’architettura di infrastrutture fisse e mobili di trasmissione che necessita di alti investimenti – da 2 a 3 punti di Pil a seconda dell’ampiezza di banda da garantire al più dell’Italia, e in che arco tempore – è possibile immaginare la condivisione dei “pezzi” di rete e torri di trasmissione mobile che finora appartengono a ciascun singolo operatore, di tlc e televisivo?

Ogni paese avanzato ha realizzato formule diverse, a seconda delle modalità di sviluppo dell’offerta tv prima e telefonica fissa e mobile poi. Noi non abbiamo la Tv via cavo e non l’avremo mai, a differenza di USA e altri paesi occidentali, perché la scelta andava fatta 40 anni fa ma la RAI di Stato non lo permise. Da noi, ogni azienda di tlc e tv ha mantenuto o realizzato, negli ultimi 20 anni di concorrenza, il “suo” pezzo di rete fissa e mobile. E dal 1997, dalla privatizzazione di Telecom Italia ex Stet-Sip, la mancata soluzione al problema di un’architettura di rete condivisa si sintetizza in due problemi, uno privato e uno pubblico: i debiti di Telecom, la difesa della RAI ( e, dietro di questa, la ripresa massiccia di tornare allo Stato-guida, non regolatore ma gestore).

Telecom Italia ha ereditato dal monopolista pubblico la rete su doppino di rame che arriva nel più delle case italiane. Sul rame, per quanto siano avanzate nei decenni le tecnologie che hanno consentito miracoli di compressione del segnale, non può passare la banca ultra-larga che ha bisogno della fibra ottica. Quella stesa in molte città italiane da Fastweb, che nacque dal cablaggio pubblico a Milano prima di divenire a propria volta privata e, da qualche anno, a controllo svizzero. La multinazionale Vodafone per anni erose il mercato italiano di Telecom Italia, in attesa di capire che cosa la politica e il regolatore Agcom decidessero sulla convergenza della rete. Per poi decidere di investire soprattutto altrove e non in Italia, visto che gli anni passavano e tutto restava bloccato.

Telecom Italia, mal privatizzata all’inizio con il nocciolino di controllo regalato agli Agnelli e poi sommersa da debiti dalla scalata del 1999 da 100 miliardi di cui il 70% erano in carico a Telecom stessa, ha da sempre il suo margine (TIM, nel mobile, a parte) appeso alla rete in rame. Negli anni, avrebbe dovuto capire che la transizione alla fibra era necessaria. Ma il debito ingentissimo imponeva di “spremere” il rame. Nella gestione Tronchetti, seguita a quella Colaninno, l’azienda lo comprese. Ma quando sottoscrisse una grande alleanza con Murdoch sui contenuti integrati fisso-mobile, e con il messicano Slim per dare più forza mondiale al gruppo, ecco che venne il piano Rovati che puntava a bloccare il progetto e a espropriare la rete fissa.

L’Italia perse l’occasione di una grande alleanza intercontinentale sinergica su servizi e contenuti. Dopo Tronchetti è venuta la gestione Bernabè con le banche italiane in Telco e l’alleanza con gli spagnoli di Telefonica. Poi la reazione della politica all’ascesa spagnola visto che l’azienda andava male e Telco non investiva, fino all’attuale public company guidata da Patuano. Ma i debiti restano due volte e mezzo sul fatturato quelli della Stet-Sip pubblica, all’estero Telecom Italia è rimasta solo con la presenza in Brasile, mentre sul mercato domestico questi anni sono stati magri per tutti. Ergo Telecom Italia continua ad annuciare mega piani di investimento sulla rete – l’ultimo da oltre 12 miliardi – ma serve solo a spingere la palla avanti, per proseguire a spremere il rame. La fibra non serve, non c’è domanda, è il mantra.

Da 10 anni, la politica italiana è stata ricorrentemente presa dalla tentazione di rimettere l’intera rete nelle mani pubbliche, attraverso Cdp e con qualche miliardo a Telecom: la sua rete è valutata 15 miliadi nell’attico patrimoniale, ma 11 sono di avviamento già ammortato. Senza quei 15 miliardi di patrimonio, però, Telecom crolla sotto i debiti rispetto al residuo patrimonio.

L’alternativa c’è sempre stata: costruire una convergenza spontanea “di mercato” tra tutti i players privati telefonici e televisivi (compresa la Rai) incentivando fiscalmente i conferimenti in una società comune (a controllo “neutro” o no: è una soluzione regolatori a seconda di che cosa si vuole ottenere), e aggiungendo agli incentivi fiscali tariffe di terminazione reciproca sui servizi incrociati che “spingessero” la convenienza di tutti gli operatori a realizzare l’auspicata convergenza tra privati.

Troppo complicato, per la politica. E poi di mezzo c’è la Rai, Mediaset, Sky di Murdoch: figuriamoci. Nel frattempo, la FCC, l’autorità delle comunicazioni statunitense, ha assunto una discussa decisione a maggioranza, per la quale d’ora in poi dovrà valere la net neutrality. Cioè nessun operatore che offre servizi di rete o contenuti deve operare, attraverso prezzi ai concorrenti per passare sulla propria rete e tariffe ai clienti finali, in modo da “avvantaggiarsi” nella fidelizzazione. Una scelta pesante, visto che imporrà vincoli alle strategie d’impresa di tutti i giganti privati, delle tlc e di Internet come Netflix e Google. Ma comunque un’altra galassia, rispetto al ritardo italiano.

In gioco c’è la possibilità per milioni di italiani di avere offerte convergenti a buon mercato di internet e tv, impossibili con qualche kilobites al secondo. Per decine di migliaia di imprese, avere una rete a disposizione per rivoluzionare la propria intera catena di clienti e fornitori elevando la produtttività. Per i produttori di contenuti, la possibilità di non restare “prigionieri” di intese esclusive con grandi operatori di rete.

Fino alla settimana scorsa, la politica ha sperato che la Telecom di Patuano accettasse di salire in Metroweb, la società erede di molta fibra il cui timone è nelle mani di Cdp e F2I. Ma Telecom, per difendere il proprio rame, senza il controllo di Metroweb dice no.

Ecco lo sfondo della decisione che il governo prenderà martedì. Le alternative sono due. Dalle bozze emerse ieri ( e smentite), siamo alla riproposizione dello Stato che decide lui che cosa devono fare i privati. A cominciare da Telecom, di cui si prescriverebbe lo spegnimento di metà della rete in rame fino alle case già a partire dal 2020, e completa al 2030. In più, un articolo prevederebbe che sia il governo a decidere quanto deve investire nei prossimi 15 anni ogni player privato. Uno schema sovietico in salsa IRI.

La seconda alternativa è quella di un paziente confronto tra governo, Agcom, tutte le telefoniche e tutte le società televisive e le maggiori multinazionali internet operanti in Italia, per fissare insieme una rete di incentivi fiscali e tariffari volti a realizzare entro alcuni anni un la convergenza delle reti a investimenti crescenti. Vedremo quale sarà, la scelta di Renzi: se un salto verso il futuro, o un ritorno al passato. Che comporterebbe sanguinose impugnative di tutte le aziende private, e il segnale a tutto il mondo che vogliamo assomigliare al Venezuela. […]

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