Nessun pessimismo, nessuno scetticismo. Solo puro realismo (che lo si voglia vedere o meno è un altro paio di maniche):

http://www.vincitorievinti.com/2015/03/perche-litalia-e-persa.html

PERCHE’ L’ITALIA E’ PERSA?

4 marzo 2015
Mentre stanno andando in onda cori festanti per la possibile crescita del PIL dell’Italia del primo trimestre, che, secondo l’Istat, sarà di appena lo 0.1% (con un intervallo che va da -0,1% a +0.3%), noi ci portiamo un po’ avanti e cerchiamo di capire perché è assai difficile immaginare un lieto fine per l’Italia.
Eppure, assumere un atteggiamento più pragmatico dovrebbe essere caratteristica imprescindibile di ogni governante, soprattutto  se questa performance (?) giunge dopo 20 trimestri di crescita negativa su 28 (7 anni) e dopo che l’italia ha perso almeno 330 miliardi di PIL, senza considerare tutti gli altri dati che sentenziano senza mezzi termini il livello di distruzione prodotta dalla crisi.

Che esistano fattori che inducano a pensare ad un miglioramento dell’attività economica, è fuori da ogni dubbio. L’euro debole che favorisce le esportazioni, il prezzo del petrolio sceso del 50% e le manovre espansive della Bce, sono elementi che, gioco forza, dovranno necessariamente tradursi in qualche beneficio per l’Italia. E sicuramente sarà così. Ma questo potrebbe non bastare, soprattutto in ottica futura, quando le condizioni si faranno meno favorevoli.
Per spiegarlo, partiamo con un semplice disegnino, che già basterebbe a smorzare i toni di esultanza, ampiamente infondati.
Che si vede? Si vede una cosa molto semplice, ossia che dalla fine della recessione del 2009 (terminata nel II trim. 2009) tutte le economie si sono riprese: tutte, tranne l’Italia che nel frattempo ha conosciuto altri  tre anni (abbondanti) di profonda recessione dalla quale stenta ancora a riemergere.
Magari si potrà discutere sulla qualità della crescita di quelle economie che hanno superato la crisi del 2009, ma non sul fatto che siano cresciute.
La ripresa intervenuta in quelle aree, per larga parte, ha consentito all’Italia di mantenersi a galla (ma anche no) per via delle esportazioni, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella tenuta dell’Italia e che, in un certo qual modo, hanno compensato (almeno in parte) la caduta dei consumi e degli investimenti interni.
A dire il vero, che l’Italia esprima livelli di crescita significativamente più ridotti rispetto ad altri paesi, non è un fatto nuovo e nemmeno recente.
Prediamo un’altro grafico che conoscete già.
Qui, l’orizzonte si allunga. fino al 1980.
Si osserva che l’Italia, almeno fin dalla metà degli anni 90, ha registrato delle performance sempre più distanti da quelle delle altre economie (che sono cresciute), e la situazione si è aggravata significativamente dopo il 2000, diventando disperata dopo la recessione del 2009. Da ciò concludiamo che l’Italia, almeno negli ultimi 20 anni, ha mostrato una capacità di crescita assai limitata rispetto alle altre economie e la situazione è andata via via aggravandosi fino ad arrivare ai giorni nostri. Detta in altre parole, possiamo aggiungere che l’Italia, almeno negli ultimi due decenni abbondanti, ha dimostrato una cronica impossibilita/incapacità di crescita, che si è tradotta in livelli di Pil talvolta stagnanti e, negli ultimi anni, addirittura in forte diminuzione.Il grafico che segue ne esprime l’evidenza, aggravata dal debito pubblico in forte ascesa dal 2008, a fronte di livelli di crescita quasi stagnanti o addirittura negativi negli ultimi anni.

Ora, dicevamo che la favorevole congiuntura internazionale degli ultimi anni ha offerto un prezioso contributo alle esportazioni, consentendo all’Italia di non precipitare del tutto. In una economia, come quella italiana, che cresce solo se al traino di altre economie (e sotto questo aspetto, la posizione di vulnerabilità dell’Italia si è ulteriormente aggravata) la domanda esterna  costituisce elemento cruciale che,  soprattutto negli ultimi anni, ha consentito di colmare almeno in parte la caduta dei consumi e degli investimenti privati.
Ma questa medaglia, come tutte le altre, ha anche il suo rovescio. Ossia, che l’eventuale rallentamento dell’attività economica estera (sopratutto se forte) rischierebbe imprimere un duro colpo all’Italia, stante la posizione di estrema fragilità che si protrarrà ancora per un lungo periodo di tempo.

Detta in altre parole, possiamo dire che le altre economie si trovano in una fase di ciclo economico assai più avanzata rispetto all’Italia. Non vi è dubbio che quando queste economie rallenteranno l’espansione o, peggio, precipiteranno in recessione, l’Italia sarà costretta a pagarne un prezzo altissimo per via della fragilità e per via del fatto che, quando accadrà, con ogni probabilità, si troverà ancora a farei conti con l’ultima crisi che è ben lontana dal considerarsi risolta. A quel punto, è assai difficile immaginare che l’Italia possa trovarsi nella condizione di arginare una forte riduzione dell’attività estera, magari per via di maggiori consumi interni o maggiori investimenti.

La realtà è che l’Italia, da questa crisi, ha subito un durissimo colpo e una parte certamente non marginale del tessuto produttivo è andata distrutta. Il quale tessuto produttivo, per potersi rigenerare e ricreare, presuppone periodi temporali dilatati rispetto a quelli a disposizione dell’Italia e, soprattutto, presuppone che vengano rimossi tutti i fattori che ne hanno determinato la scomparsa e la distruzione. Non mi sembra che il quadro di riferimento abbia subito significativi cambiamenti, né che possa essere modificato nei tempi solleciti richiesti dalla gravità della situazione italiana.

Certo, come ha scritto in questi pixel il prof Orsi, l’Italia potrà essere “tenuta a galla” artificialmente (dalla Bce) per un periodo di tempo piuttosto lungo, ma non indefinitamente, perché nel frattempo l’economia reale continuerà a deteriorarsi e il rapporto debito/Pil continuerà ad aumentare.

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Aggiornamento del 15 marzo 2015:

https://www.leoniblog.it/2015/03/09/il-canto-funebre-della-spending-review-che-invece-serve-ora/

IL CANTO FUNEBRE DELLA SPENDING REVIEW, CHE INVECE SERVE ORA

di Oscar Giannino – 9 marzo 2015

Che fine ha fatto la spending review? La riposta a questa domanda purtroppo irrita il governo, ma va detto: se s’intende una rivisitazione organica della spesa pubblica invece di (modesti) tagli lineari dell’ultimora, è rimasta nel cassetto. Per capirlo, sintetizziamo in tre tappe: la legge di stabilità, quel che proponeva Cottarelli, lo stato delle cose.

La legge di stabilità. Di fatto, era propaganda quella sui “18 miliardi di tasse tagliate”. Bisogna innanzitutto ricordare le clausole di stabilità che prevedono attraverso aggravi fiscali oltre 64 miliardi di euro nel triennio 2016-2018. Nella versione finale approvata dal parlamento, la legge di stabilità per il 2015 ha dunque previsto maggiori entrate, al netto dei tagli, per 64,7 miliardi tra il 2015 e il 2017, con un incremento della spesa pubblica per 62,4 miliardi. […]

Nel 2015, a fronte di minori entrate per 6,4 miliardi (un ruolo essenziale lo gioca la componente lavoro dell’IRAP, tagliata) scatteranno maggiori entrate per 16,2 miliardi, col risultato di un aggravio netto per 10,3 miliardi. Nel 2016 sono stati decisi tagli di tasse per 9,3 miliardi, ma altresì maggiori tributi per 32,7 miliardi, col risultato di un aggravio netto per 23,3 miliardi. Nel 2017, i 9,06 miliardi di minori entrate saranno compensati da 40,08 miliardi di incrementi fiscali per un incremento netto di imposte pari a 31,02 miliardi. Complessivamente nel triennio le minori entrate previste per 25,8 miliardi di euro sono “mangiate” da aggravi fiscali per 89,5 miliardi, determinando una stangata netta da 64,7 miliardi.

Andando alla spesa pubblica, i tagli pluriennali deliberati per complessivi 29,6 miliardi sono più che superati da nuove uscite per 102,09 miliardi. […] Complessivamente, nel triennio i tagli di spesa deliberati per 29,6 miliardi sono dunque più che bilanciati da aumenti per 102,09 miliardi, con un aggravio netto sul bilancio pubblico di 62,4 miliardi coperti in deficit.

Cottarelli. Il commissario alla spending review liquidato dal governo Renzi, che l’aveva trovato in eredità da Letta, propose innanzitutto “tagli netti”, cioè non compensati da aumenti di spesa più che proporzionali come fa il governo Renzi. E le sue proposte avrebbero avuto effetti immediati dal 2014, pari a 7 miliardi, che salivano a 18 miliardi nel 2015, e a 34 miliardi nel 2016. Si può dire che la spending review di Cottarelli era persino parecchio “modesta”, come ricorda spesso a ragione Riccardo Puglisi: era pari al 4% della spesa pubblica complessiva, rispetto al 10% cui mira programmaticamente la spending review in atto nel Regno Unito. Ma sta di fatto che nel 2014 si è perso il treno.[…] Aggiungiamo il famoso “giallo” dei pdf dei 25 gruppi di lavoro interni alla PA (5 commissioni però non finirono i lavori) presieduti da Cottarelli tra fine 2013 e febbraio 2014, per elaborare le sue proposte: mai pubblicati. Quel che sappiamo però basta e avanza. Cottarelli aveva individuato un metodo, con responsabili pluridicastero dell’attuazione coordinata dei tagli. E aveva proposte a largo spettro sulle maggiori poste di spesa pubblica, alcune delle quali sono attestate in alcune slides che presentò.

Oggi. […] I capitoli da cui ricavare 2 punti di Pil di minor spesa “reale” in 3 anni cominciando da 7-10 miliardi nel primo e cioè dal 2015, restano quelli di Cottarelli. Le partecipate locali, che costano 23 miliardi l’anno. Il passaggio da 35 mila a 35 stazioni d’acquisto e appalto pubblico in Italia, che gestiscono in maniera non trasparente e spesso collusiva con interessi impropri (e spesso illegali, basta vedere le raffiche di inchieste delle procure) ancor oggi oltre 100 miliardi di spesa pubblica annua, in consumi intermedi e investimenti. La sinergia e accorpamento tra forze dell’ordine e di sicurezza. La cessione del patrimonio pubblico immobiliare (attenzione: la cessione riguarda la parte patrimoniale del bilancio, MA non dimenticate che quel pessimo proprietario che è lo Stato ci rimette ogni anno sul suo patrimonio immobiliare invece di guadagnarci, ergo cedere ha anche impatto positivo sul conto economico). La riduzione delle retribuzione dei dirigenti pubblici. L’identificazione di esuberi veri nell’impiego pubblico (che stiamo invece ulteriormente gonfiando nella scuola). E financo le pensioni, applicando a tappeto il ricalcolo contributivo per le pensioni-regalo retributive. Farlo subito, destinando immediatamente dall’anno in corso per destinare ciontestualmente le risorse a sgravi fiscali per la crescita, taglierebbe le unghie al vasto fronte degli oppositori. Ma non far nulla è il peggio di tutto: significa non avere coperture per rafforzare la crescita (e dunque rinunciare alle maggiori entrate derivanti) oggi, e una stangata fiscale ancor più pesante domani. […]

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Aggiornamento del 4 aprile 2015:

http://www.vincitorievinti.com/2015/04/bastano-due-semplici-numeri-per-capire.html

BASTANO DUE SEMPLICI NUMERI PER CAPIRE CHE L’ITALIA E’ FALLITA

2 aprile 2015 – Pubblicato da Paolo Cardena

Bastano due semplici numeri per capire che, per l’Italia, è assai difficile immaginare un lieto fine. Il grafico che segue rappresenta la variazione del prodotto interno lordo e del debito pubblico dal 2007 (anno precedente all’inizio della crisi) al 2014.

Il Pil nominale, nel 2007, era di 1610 miliardi di euro. Dal 2007 al 2014 è cresciuto di appena 6 miliardi di euro, portandosi a 1616 (considerando anche le attività criminali).

Per contro, il debito pubblico, dal 2007 al 2014 è aumentato di 529 miliardi di euro, passando da 1606 miliardi a 2135 miliardi di fine 2014. Detto in altri termini, il debito pubblico, dal 2007, è aumentato di circa un terzo dello stock di allora.

Non è un caso che, usando i dati del Fondo Monetario Internazionale, in termini di sostenibilità, il debito pubblico italiano sia vicino a quello della plurifallita Grecia. 

Anche BlackRock, il più grande gestore di patrimoni al mondo, nel BlackRock Sovereign Risk Index, colloca l’Italia tra i paesi più rischiosi al mondo. Certo, non sembra…visti i rendimenti dei titoli di stato. Ma la Bce non è eterna….

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