In realtà abbiamo qui accomunato due argomenti: il primo riguarda appunto il problema della comunicazione scientifica, mentre il secondo riguarda i drastici e sconsiderati tagli all’istruzione (sia scolastica che universitaria), nonchè alla ricerca, che sono stati effettuati dal 2008 sino ad oggi. Entrambi questi fattori stanno contribuendo a determinare ciò che desumerete dal seguente articolo:

http://www.scienze-ricerche.it/?p=1696

Il Sole non è un pianeta. La divulgazione scientifica in Italia

di Giovanni Puglisi, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione – IULM.

(tratto da: Giovanni Puglisi, Il Sole non è un pianeta, in Scienze e Ricerche n. 2, dicembre 2014, pp. 5-6)

Ogni anno, nella mia personale agenda di letture, c’è un momento che attendo con particolare trepidazione: si tratta dell’uscita, per i tipi de “il Mulino”, dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society. Non appena ho il volume tra le mani, lo sguardo corre frenetico al primo capitolo dove, solitamente, Massimiliano Bucchi fotografa in poche righe lo stato della relazione tra i cittadini italiani e la scienza, attraverso la riproposizione di tre semplici questioni, in grado di testare la nostra alfabetizzazione scientifica. Così, grazie all’Annuario 2014, scopriamo che circa la metà dei cittadini italiani non conosce le proprietà degli antibiotici, ritenendo erroneamente che essi possano essere utilizzati per contrastare sia batteri che virus; che un italiano su due non sa che un elettrone è più piccolo di un atomo; e, infine, che il 40% dei nostri concittadini è convinto che il Sole sia un pianeta. E mentre i curatori del volume esultano, rilevando come solo pochi anni fa le percentuali rappresentassero un quadro assai più desolante (solo nel 2010, a non riconoscere il carattere siderale del Sole era quasi il 50% degli italiani), noi non possiamo certo dirci soddisfatti.

In effetti, in una società sempre più determinata dal progresso scientifico e tecnologico, questi dati – accompagnandosi ad altri, altrettanto preoccupanti, come quelli su numero ed età dei nostri ricercatori (4,3 ogni mille occupati, contro la media europea di 7, di cui solo il 12,1% sotto i quaranta anni contro, ad esempio, il 49% della Germania) – parlano di un Paese in difficoltà sia dal punto di vista dello sviluppo economico – sempre più guidato, a livello globale, dalle capacità di innovazione tecnologica dei singoli Paesi – sia dal punto di vista delle competenze democratiche dei suoi cittadini: come affermato, infatti, nella Prefazione dell’ex Commissario europeo per la ricerca Philippe Busquin alla sezione “Scienza e società” del VI Programma quadro dell’Unione Europea In una società della conoscenza, una governance democratica deve garantire ai cittadini i mezzi per partecipare, in piena consapevolezza, alla scelta delle opzioni offerte da un progresso scientifico e tecnologico responsabile”; e ciò sia sul piano delle scelte etiche – inerenti la vita e la morte, la malattia e le cure – sia sul piano più propriamente politico, ad esempio nell’opzione tra diversi modelli di sviluppo e di consumo.

Se quanto detto sopra è vero, ne consegue direttamente la necessità che tutti i livelli del corpo sociale – politico, amministrativo, accademico, intellettuale e via dicendo – cooperino per la diffusione di una comunicazione della scienza e di una divulgazione scientifica di qualità […] a questa esigenza dovrebbero rispondere sia la programmazione del servizio pubblico radio-televisivo, che in Italia – quinta tra i paesi OCSE per consumo quotidiano di programmi tv con una media di 4,2 ore al giorno per cittadino – mantiene un ruolo di primaria importanza nonostante la crescente diffusione della Rete sia, più in generale, le iniziative del comparto editoriale, tra le quali spicca – oramai da due anni – l’istituzione del Premio Nazionale di divulgazione scientifica organizzato dall’Associazione Italiana del Libro con il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche. […]

Ora, proprio le caratteristiche uniche della comunicazione digitale – quali l’immediatezza, l’interattività, la globalità e l’economicità – possono rivelarsi impareggiabili strumenti di partecipazione e, al tempo stesso, formidabili dispositivi di disinformazione, in grado di produrre contenuti capziosi, di diffondere opinioni infondate e di orientare così l’opinione pubblica sulla base di un’informazione scorretta. Per questo, è sempre più necessaria la costruzione – a tutti i livelli dell’istruzione e della formazione – di una condivisa cultura critica dell’informazione; ma soprattutto, per questo, è necessario l’inserimento entro i programmi di studio universitari di insegnamenti tesi alla formazione di veri e propri professionisti della comunicazione e della divulgazione scientifica, i quali sappiano unire una solida preparazione di base sulle discipline di loro elezione alle doti personali di creatività, passione, fantasia ed empatia che deve possedere ogni bravo comunicatore e, infine, a una formazione rigorosa sulle basi deontologiche ed etiche della comunicazione della scienza.

Solo in questo modo, solo se le Università saranno in grado di formare seri professionisti della comunicazione e della divulgazione scientifica – sia entro i corsi di studio delle diverse scienze, sia all’interno delle Facoltà di comunicazione – la comunicazione scientifica in Italia sarà in grado di assolvere quel ruolo di facilitatore della partecipazione democratica che essa è chiamata a svolgere, tra l’altro, dall’Unione Europea; solo quando il mercato sarà in grado di comprendere l’importanza e il valore di inserire simili figure professionali entro le strategie e le politiche di istituzioni museali, centri di ricerca pubblici e privati e aziende, potrà essere finalmente smentita l’affermazione di Adriano Buzzati-Traverso che, nel 1969, denunciava come nel nostro Paese “la gente, anche le persone colte, che coprono posizioni di grande responsabilità, con pochissime eccezioni, non ha ancora capito che il livello della ricerca scientifica e tecnica è il più sicuro metro per valutare l’importanza di un paese nel mondo moderno [1]”; solo, infine, quando un’intera generazione di comunicatori della scienza, responsabili e rigorosi nell’esercizio della loro professione, avrà assunto un ruolo da protagonista nel panorama dell’informazione italiana, potremo sperare che, di fronte alle imprese di Samantha Cristoforetti – l’astronauta italiana ingaggiata per prendere parte alla Missione Futura sulla Stazione Spaziale Internazionale – i media italiani smetteranno di indugiare, sottilmente compiaciuti, sui commenti maschilisti e discriminatori di alcuni, o molti, nostri sciocchi concittadini, e si soffermeranno, invece, sui contenuti della missione spaziale, sugli affascinanti misteri del cosmo che essa contribuirà a svelare e – chissà, tra le righe – ricorderanno a tutti noi che il Sole non è un pianeta.

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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/ricerca-e-formazione-sette-anni-tagli-piu-profondi/gennaio-2015

Ricerca e formazione: in sette anni i tagli più profondi

La spesa pubblica in Italia cresce, anche al netto del debito pubblico. Ma alcune voci di spesa diminuiscono. E anche piuttosto drasticamente. Le voci che diminuiscono di più sono gli investimenti in ricerca, università e scuola. È questo, in estrema sintesi, quello che ci dice il documento “L’andamento delle spese per missioni, programmi e stati di previsione del bilancio dello Stato nel periodo 2008-2014” che la Ragioneria dello Stato ha presentato in Senato lo scorso mese di dicembre. […]

Ma, mentre la spesa pubblica aumentava, ci sono state dei capitoli di spesa che sono diminuiti. Tra i principali tagli ci sono quelli all’istruzione scolastica: – 4,2 miliardi, pari al 7,5% del budget massimo relativo del 2009; alla ricerca scientifica: – 1,3 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008; all’istruzione universitaria: – 0,8 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008.

In termini percentuali i tagli più drastici hanno riguardato la ricerca scientifica, con un secco e per certi versi clamoroso -31,1%. Il che porta la spesa di questa “missione” (Tabella 2) dallo 0,56 allo 0,34% dell’intera spesa pubblica. In particolare la spesa in ricerca di base scende dallo 0,14 allo 0,12% della spesa dello stato (Figura 1).

Anche l’istruzione universitaria ha subito tagli piuttosto netti, per un ammontare di 0,8 miliardi di euro rispetto al massimo relativo del 2008. In percentuale significa un netto – 9,6%, il che porta la spesa pubblica per l’università dall’1,19 allo 0,95% del bilancio dello stato. L’andamento discendente è mostrato nella Figura 2.

Infine la scuola. Nel 2014 i tagli ammontano a 4,2 miliardi rispetto al massimo relativo del 2009. Una diminuzione del 6,5%, che porta la spesa pubblica in istruzione scolastica dal 5,69 al 5,00% della spesa totale dello Stato.


Figura 3 – Andamento della spesa pubblica in istruzione scolastica

La Tabella 3 rapporta tutti questi numeri al prodotto interno lordo (Pil) del paese. La ricerca finanziata con fondi dello stato non va oltre, ormai, lo 0,17 del Pil; quella per l’università non va oltre lo 0,48% e quella per la scuola si ferma al 2,54%.
Vero è che la spesa dello stato non è l’intera spesa pubblica. A questi fondi occorrerebbe aggiungere quelli degli Enti locali. Tuttavia dal rapporto della Ragioneria dello Stato un dato emerge con chiarezza: i vari governi hanno cercato di far quadrare i conti del bilancio statale tagliando soprattutto in ricerca e formazione. Il “pacchetto conoscenza”, infatti, è diminuito non solo in assoluto, ma anche in termini relativi (Tabella 3): dal 3,33% al 3,19% del Pil.
Di più il “pacchetto conoscenza” è quello dove i governi italiani hanno tagliato di più. In netta controtendenza rispetto ad altri paesi europei e non, dove la spesa in ricerca e formazione continua ad aumentare.


Tabella 3 – Spese in percentuali sul Pil 

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