Poichè in Italia la cultura scientifica è da sempre fortemente discriminata rispetto a quella umanistica, non è un caso che nessuno sia mai fino’ora intervenuto per salvaguardare il nostro patrimonio museologico scientifico. Ecco come si presenta l’attuale situazione italiana in merito:

http://oggiscienza.wordpress.com/2014/12/26/i-musei-di-storia-naturale-italiani-sono-a-rischio-collasso/

I musei di storia naturale italiani sono a rischio collasso

Allarme lanciato dai curatori museali con  una lettera aperta alle istituzioni

26 dicembre 2014 – Francesca Gatti

I musei di storia naturale fanno conservazione, ricerca e didattica. Le collezioni museali sono una testimonianza della biodiversità attuale e passata su cui si basa molta della conoscenza scientifica. Ma, secondo  30 curatori museali, filosofi della scienza e altri membri della realtà scientifica, firmatari di una lettera aperta al Governo, la ricerca all’interno dei musei italiani è sempre più ridotta e la conservazione a lungo termine è a rischio. Diverse le cause: la progressiva perdita di rilevanza scientifica, la riduzione degli investimenti economici, e la scarsità di personale. Nella lettera, pubblicata a fine novembre sulla rivista Zookeys, si denuncia per esempio la mancanza di addetti preparati per curare e studiare il patrimonio esposto o conservato nei musei italiani, tra cui 150 esemplari unici di mammiferi, migliaia di insetti e molti reperti ancora da classificare.

Secondo Giuseppe Muscio, direttore del museo friulano di storia naturale e firmatario dell’articolo, “in un momento come quello attuale, l’elemento della ricerca viene tagliato e considerato un peso. Il problema non riguarda solo i musei, ma è più generale: in Italia si abbandona la ricerca di base, come quella tassonomica, a favore di ambiti più prettamente applicativi. Negli ultimi anni poi la situazione si è acuita perché molti degli operatori che lavorano in questi settori sono andati in pensione senza che vi fosse alcun tipo di ricambio”. Durante gli ultimi anni, i curatori che sono andati in pensione raramente sono stati sostituiti e in alcuni casi le assunzioni risalgono al secolo scorso: a Genova l’ultimo curatore è stato assunto nel 1987, a Torino nel 1991, a Roma nel 1993.

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Una realtà polverizzata
– I dati raccolti nel 2007 dall’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del CNR mostrano che su un totale di 200 musei di storia naturale presenti in Italia, solo 16 sono a gestione statale, mentre 71 sono gestiti da comuni (come Genova, Milano, e Roma) e 58 dalle università (per esempio Firenze, Padova, Pavia, Perugia, Pisa). “La situazione è estremamente complessa”, spiega Muscio, “gran parte delle istituzioni museali italiane non fa capo a un’unica struttura nazionale, ma sono polverizzate. Questa situazione ha anche aspetti positivi, perché ha permesso di conservare tradizioni locali molto importanti. La polverizzazione però fa sì che molti musei appartengano all’università che ha praticamente abbandonato il filone di ricerca tassonomica oppure a enti locali che in maniera poco lungimirante, seppur comprensibile per chi deve riempire i bilanci, considerano i musei come dei pesi più che come elementi di prestigio e valore per la conservazione della tradizione locale. I musei sono gli enti che prima di altri vengono sottoposti alla scure dei tagli di bilancio”. Secondo quanto si legge nella lettera, inoltre, spesso i musei, soprattutto quelli gestiti da enti pubblici, tendono a valorizzare aspetti di più immediata visibilità, come mostre o attività didattiche. I curatori sono utilizzati come tecnici all’interno di progetti educativi e culturali o di eventi pubblici, mentre la ricerca in molti casi è implicitamente considerata di importanza secondaria.

Creare un meta-museo nazionale – La proposta che accompagna il grido d’allarme è quella di realizzare a un meta-museo italiano, cioè una rete di condivisione delle risorse, che assicuri un miglior coordinamento delle attività scientifiche e obiettivi comuni a lungo termine. “Ma l’idea di una struttura nazionale non vuol dire cancellare i musei locali in favore di un grande museo nazionale”, specifica Muscio, ammettendo che su questo punto c’è dibattito interno fra gli operatori museali. “Si pensa a una struttura estremamente agile: un museo nazionale non sarebbe realistico da un punto di vista economico, né vantaggioso in una situazione di patrimonio diffuso come quella italiana. Quello che si cerca di fare è trovare delle forti forme di collaborazione e coordinamento che dovranno essere appoggiate da istituzioni nazionali come i ministeri, in modo che si possano sviluppare maggiori sinergie fra le istituzioni. L’attuale mancanza di coordinamento fa sì che i musei italiani non abbiano una grande visibilità a livello europeo: i progetti europei di tassonomia e di ricerca in questo settore vedono come protagonisti i grandi musei nazionali e spesso tagliano fuori l’Italia proprio perché non trovano un partner significativo su cui appoggiarsi”.

Una questione politica – Nella lettera si legge che la questione è politica, che non è più prorogabile, ma deve essere inserita urgentemente nell’agenda politica del Governo italiano. “Questo documento è una critica forte verso i ministeri, ma anche un’autocritica fra noi operatori museali”, ammette Muscio. “Forse non abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare per attivare prima questo tipo di coordinamento, che per molte cose esiste già, ma che ancora manca di quella forza e di quel peso che può esserci solo con l’aiuto di un ente esterno come un ministero”.

Guardando all’Europa, “Francia e Inghilterra hanno un centralismo culturale molto forte, mentre in Spagna ci sono tre o quattro musei molto importanti con grandi collezioni e poi tantissime realtà frammentarie. L’esempio più interessante è quello tedesco: in Germania c’è un grande museo nazionale, ma ci sono diversi musei locali molto importanti che hanno iniziato a mettere in rete le loro collezioni, a costruire una sorta di meta-museo con tutti i loro dati, rendendosi più visibili e più appetibili per i potenziali sponsor, sia a livello pubblico che privato”.

collmap

I prossimi passi – “L’associazione nazionale musei scientifici (ANMS) ha fatto una catalogazione delle collezioni con il progetto CollMap. Il prossimo passo che si vuole fare è dare organicità a questa prima mappatura, il sogno è arrivare a indicare tutti i reperti presenti”, conclude Muscio. “L’idea è utilizzare l’ANMS e le altre associazioni di riferimento, come la Società Botanica, per creare un coordinamento che venga poi proposto e supportato da un ente superiore. Si stanno formando dei gruppi di lavoro, per fare delle proposte effettive; se n’è parlato in un convegno a ottobre a Roma, e ci ritroveremo il prossimo anno a parlarne di nuovo in una maniera molto più applicata e pervasiva, cercando di esaminare tutti i problemi che ci sono in modo da garantire la miglior riuscita di questa idea. Ci sono modi di vedere leggermente diversi, siamo in tanti e la biodiversità è anche quella degli operatori museali; ma c’è un intento comune perché siamo perfettamente consci che ne va della sopravvivenza non tanto delle istituzioni come tali, ma del patrimonio che queste istituzioni tutelano”.

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http://storianaturale.comune.fe.it/723/musei-di-storia-naturale-a-rischio-di-estinzione

Musei di storia naturale a rischio di estinzione

L’appello degli scienziati
Pagina La Stampa 30 novembre 2014
Prima due articoli pubblicati su Nature e su ZooKeys e firmati da 30 scienziati, poi una notizia lanciata dall’ANSA e ripresa da Fabio Ditodaro su uno dei più importanti quotidiani nazionali (La Stampa) nonché dalla stampa estera.Così i Musei di Storia Naturale italiani hanno lanciato l’allarme sulle gravi difficoltà gestionali che li affliggono.L’Italia, per motivi storici, non ha un grande museo nazionale come hanno Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti ed Austria.

Nella nostra nazione, frammentata in tante realtà amministrative fino ad appena un secolo e mezzo fa, esistono invece tante strutture disseminate sul territorio, piccole o grandi, spesso strettamente legate alla realtà locale, che però conservano, tutte assieme, una documentazione inestimabile sulla biodiversità del nostro Paese, e non solo.

Per dirla con le parole di Ferdinando Boero, biologo marino professore di zoologia all’Università di Lecce, «i musei sono le cattedrali della biodiversità e i loro curatori sono i frati che le custodiscono».

«I tagli economici e la costante riduzione del personale hanno determinato una crisi senza precedenti» dice Franco Andreone, esperto di rettili ed anfibi al Museo Regionale di Torino (attualmente chiuso). «Così, molte collezioni che raccontano la diversità della Terra, oggi custodite lungo la Penisola, risultano a rischio».

A preoccupare non sono soltanto le risorse finanziarie e il numero degli addetti, in continua discesa e senza turnover. Gli scienziati ne fanno anche una questione di metodo e rinfacciano alle istituzioni di aver trascurato l’attività di ricerca che si realizza nei musei di storia naturale, deputati alla tutela della biodiversità nel mondo. «Gli studi di tassonomia e la descrizione di nuove specie hanno un basso “impact factor” e vengono condotti di rado nelle università – prosegue l’erpetologo torinese -. I musei di storia naturale sono gli ultimi luoghi di ricerca per questa disciplina. Ma la situazione è sempre più difficile: i fondi disponibili spesso non bastano e il personale è insufficiente a garantire la salvaguardia delle collezioni»

Secondo Fausto Barbagli, conservatore del Museo “La Specola” di Firenze e presidente dell’Associazione Nazionale dei Musei Scientifici italiani, il frazionamento dei musei ha fatto sì che «molte città possono contare su musei ricchi di collezioni interessanti, ma così si perde competitività a livello internazionale». Se l’Unione Europea deve finanziare un progetto di ricerca, guarda con più attenzione ai grandi musei di Londra, Parigi o Bruxelles.

Nei musei di storia naturale italiani «serve maggiore professionalità nei profili che sono al vertice: da anni si assiste a una grave perdita di competenze scientifiche in cambio di maggiori richieste amministrative. Ben vengano le iniziative collaterali, ma nei musei di storia naturale non si può prescindere dalla ricerca».

Il modello a cui ispirarsi, secondo Barbagli, è quello tedesco, in cui spiccano le strutture di Berlino e Bonn: «La Germania è un Paese che ha vissuto le stesse nostre traversie nel corso del XIX secolo. Ma, raggiunta l’unificazione, la Germania è riuscita a fare sistema. Noi ci stiamo provando solo adesso: il progetto Collmap, voluto dalla nostra associazione, punta a facilitare la condivisione di competenze, risorse e progettualità tra i musei».

Che cosa chiede dunque l’ANMS ai ministri Giannini e Franceschini? «La presa di coscienza del ruolo dei musei scientifici. Sono luoghi speciali per la conservazione e l’educazione al patrimonio culturale. Tutela delle collezioni, promozione della ricerca e reclutamento di personale qualificato: partendo da queste basi si ridarà slancio al settore».

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Dall’editoriale della rivista “Museologia Scientifica” dell’ANMS (Associazione Nazionale Musei Scientifici) – 8: 3-6, 2014 – “Sinergia e coordinamento per il futuro dei musei scientifici in Italia“, di Fausto Barbagli:

“L’Italia è quel paese ove tradizionalmente le scienze della natura non hanno diritto di cittadinanza quali componenti il bagaglio culturale del paese, tutto intriso com’è di cultura letterario-storico-artistica” […] I numerosi problemi che limitano l’efficacia dell’azione dei musei sono da sempre al centro dell’interesse della nostra Associazione. Da molti anni nei convegni e nelle pubblicazioni dell’ANMS si è richiamata l’attenzione delle istituzioni proprietarie dei musei sul rischio di perdita delle collezioni per inidonea conservazione e sull’impossibilità dei musei di assolvere al compito di fare ricerca scientifica e di assumere il ruolo educativo e sociale cui sono istituzionalmente deputati. Più volte si sono levate raccomandazioni alle amministrazioni perché prestino la dovuta attenzione e un maggiore interesse alle strutture di loro competenza che, salvo rare eccezioni, si presentano in carenza di personale scientifico e tecnico, prive di idonei finanziamenti, inadeguate per gli standard di conservazione e, sempre più spesso, con direzioni affidate a personale professionalmente inadeguato. Purtroppo non solo gli enti proprietari, ma anche l’opinione pubblica e la stampa hanno ignorato i problemi del patrimonio scientifico e le innumerevoli trasmissioni televisive di divulgazione scientifica si sono ben guardate dal sollevare il problema della conservazione delle testimonianze storiche della scienza naturalistica italiana e del decadere dell’attività di ricerca nei musei. […] Adesso serve unità, partecipazione e coordinamento fra tutti coloro che hanno a cuore i musei. Non facciamo spegnere le nostre voci, e il coro deve essere ben intonato!”
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