Dopo una piccola infarinatura sul liberalismo in generale (vedi l’articolo “Come rendere l’Italia un paese libero e liberale?“), possiamo ora scoprire in termini più concreti, grazie a questo bell’articolo di Alessandro De Nicola, quanto è realmente liberale il nostro paese:

http://liberoscambio.blogautore.repubblica.it/2014/12/03/liberalizzazioni-allindice/

Liberalizzazioni all’Indice

di Alessandro De Nicola – 3 dicembre 2014

La presentazione dell’Indice delle Liberalizzazioni curato dall’Istituto Bruno Leoni é un evento che di anno in anno meritatamente attira più attenzione. In effetti l’Indice é un lavoro molto utile perché dà una chiara percezione di dove potrebbe essere l’economia italiana e di quali benefici potrebbero godere i consumatori se solo il nostro paese imitasse non Hong Kong o il Texas, ma alcuni paesi Europei di dimensioni paragonabili al nostro. Lo studio mette infatti a confronto le economie dei 15 “vecchi” paesi UE (escludendo, in quanto economie in fase di transizione, i paesi ex comunisti e i piccoli mediterranei come Malta e Cipro) assegnando un punteggio di 100 alla nazione più liberalizzata in ciascuno dei 10 settori presi in considerazione (poste, ferrovie, trasporto aereo, mercato elettrico, telecomunicazioni, lavoro, televisione, carburanti, gas naturale, assicurazioni) e uno inferiore alle altre a seconda della distanza dalla prima. 100 non rappresenta un mercato “ideale”, peraltro difficile da definire, semplicemente il più concorrenziale tra i 15, fornendo così parametri concreti (anche se fortunatamente i ricercatori del Bruno Leoni non scrivono mai la frase “ce lo chiede l’Europa”).

Come se la cava l’Italia? Malino, siamo i terzultimi davanti al Lussemburgo (che in realtà é un’economia molto aperta salvo per i servizi a rete viste le dimensioni del paese e per trasporto aereo e ferroviario dove, ancora una volta, per la ridotta estensione non è classificabile) e alla solita Grecia.

Primo in classifica è da anni il Regno Unito con punteggio di 94 e il gruppetto di testa comprende Olanda, Spagna e Svezia seconde a pari merito con 79. La Francia condivide con noi il terzultimo posto col punteggio di 66.

Quali sono le caratteristiche di un mercato liberalizzato? L’Indice adotta una metodologia classica e sensata: rappresentano impedimenti alla concorrenza tutti quegli ostacoli normativi, regolamentari, fiscali o parafiscali che limitino la libertà di ingresso di nuovi concorrenti (licenze o numeri chiusi), l’esercizio dell’attività imprenditoriale (basti pensare ad una rigida normativa giuslavoristica) e l’uscita dal mercato (ad esempio il salvataggio di carrozzoni decotti che si configura quindi come concorrenza sleale nei confronti degli altri attori).

Dov’é più debole l’Italia? In generale, purtroppo, non eccelliamo in nessun settore, ma siamo particolarmente scarsi in termini assoluti nella distribuzione dei carburanti, poste e ferrovie e in termini relativi nel mercato della televisione (ultimi) e del lavoro (penultimi davanti ai poveri ellenici). Prevedibilmente, per la scarsa competitività del settore carburanti la colpa é dell’alta pressione fiscale e dalle normative che richiedono ai nuovi entranti servizi obbligatori (tipo le pompe per l’idrogeno) per poter aprire. Lo Stato protegge gli incumbent. Interessanti i casi di ferrovie e poste. Per il trasporto su rotaia, che pure è migliorato grazie all’entrata in scena di un concorrente nell’Alta Velocità, uno degli elementi che sicuramente favoriscono l’apertura del mercato é la separazione tra la società dei trasporti e quella proprietaria della rete. Inoltre, più in generale, le imprese che gestiscono infrastrutture o reti quando sono possedute dallo Stato godono di vantaggi sia nell’erogazione di fondi che nei rapporti col regolatore. Questo dovrebbe far riflettere il governo che sembra invece intenzionato a privatizzare parzialmente FS, mantenendone il controllo, e tenendo unite Trenitalia e RFI: due mosse contrarie ad una politica liberalizzatrice. Diversa la situazione delle Poste che godono di un limitato monopolio nella notificazione di atti giudiziari e multe (chissà perché). Elementi distorsivi sono anche la modalità di compensazione dell’onere di servizio universale, il regime dei titoli abilitativi e la probabile esistenza di sussidi incrociati con i servizi bancari ed assicurativi. Sfortunatamente i piani di privatizzazione di cui si discute non sembrano occuparsi di tutto questo. Il Ministro Guidi, presentando l’Indice, ha ricordato che, secondo alcune stime, grazie alle liberalizzazioni il Pil italiano potrebbe aumentare di oltre il 4% in cinque anni, e di oltre l’8% nel lungo termine. Ha promesso inoltre una rapida approvazione del disegno di legge sulla concorrenza. Bene, sembra che nel governo ci sia consapevolezza del problema: speriamo però che ci si ricordi anche di quegli ostacoli normativi e regolamentari che favoriscono le imprese di proprietà statale, le quali, peraltro, non sono destinate a rimanere in mano al governo per volere divino.

Intervenire su questi snodi sarebbe un segno importante, peccato che le recenti parole del ministro Padoan, che ha annunciato l’ennesimo rinvio del processo di privatizzazione, non lascino ben sperare.

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