Molto interessante questo dossier sulla criminalità organizzata in Puglia: mentre ci illudiamo che lo Stato, le forze di polizia nonché la popolazione stessa stiano cercando di eradicare questa forma di criminalità, scopriamo invece che le cosche stanno, al contrario, consolidando il loro potere (proprio grazie alla politica)…

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Puglia Connection, le nuove cosche sfidano lo Stato

In ascesa una mafia poco conosciuta. «A Foggia assalti e rapine che non si vedono neanche al cinema»

Luca Rinaldi – 9/10/2014

Sfrontatezza negli agguati, incendi, intimidazioni a imprenditori, commercianti, politici locali, estorsioni e fuochi d’artificio per il boss in carcere. Già da qualche anno i report degli investigatori della Direzione Investigativa Antimafia e quelli dei magistrati della Direzione Nazionale Antimafia denunciano una situazione allarmante, ma che non riesce a “bucare” l’attenzione dei media a livello nazionale. Eppure la criminalità organizzata pugliese e la Sacra Corona Unita rappresentano per la Puglia, e non solo, una realtà con cui fare i conti. A livello strettamente criminale, ma anche sul piano economico e politico, con cui le realtà del territorio non disdegnano contatti, tanto che, ha messo nero su bianco la Direzione Nazionale Antimafia «non sono i mafiosi che cercano un contatto con i politici, offrendo i loro voti in cambio di qualcosa, ma sono i politici che cercano il supporto elettorale dei gruppi criminali presenti sul territorio, promettendo loro l’affidamento di lavori alle aziende che ad essi fanno notoriamente riferimento ed altri possibili affari derivanti dalla gestione amministrativa degli enti che, ove eletti, saranno da loro rappresentati».

Il contesto criminale pugliese appare tra l’altro variegato, e non si può ricondurre l’esclusiva criminale alla più conosciuta “Sacra Corona Unita”, ma a una molteplicità di clan che in questi anni sono in via di riassetto, in particolare nel foggiano. Al netto delle dinamiche all’interno dei clan e delle operazioni che hanno via via messo sottopressione la criminalità pugliese, il fenomeno non è assolutamente in declino, anzi, sembra essere più che mai attivo e sempre più difficile da decifrare.

Una struttura criminale liquida

«Il quadro della criminalità organizzata pugliese si presenta quanto mai variegato, essendo del tutto inappropriata l’identificazione dell’associazione mafiosa comunemente nota come “sacra corona unita” con tutta la criminalità di tipo mafioso operante sul territorio della regione». Non solo Scu, dunque, ne è convinto il consigliere della Direzione Nazionale Antimafia Francesco Mandoi, che riconosce però una particolarità alla stessa Sacra Corona Unita in questa fase: cioè agire tramite una attività «sommersa, evitando clamorosi eventi criminosi per potersi dedicare con maggiore tranquillità alla gestione degli affari illeciti ed al reinvestimento dei proventi da questi derivanti».

Non solo scu: «Inappropriata l’identificazione dell’associazione mafiosa comunemente nota come “sacra corona unita” con tutta la criminalità di tipo mafioso operante sul territorio della regione»

Insomma, si legge nella relazione di Mandoi alla Dna «la ricerca del consenso da parte della popolazione resta tuttavia il principale obiettivo dell’attività dell’organizzazione». Allo stesso modo anche le affiliazioni al clan sono mutate in questi anni: visti i reinvestimenti di capitali illeciti, derivanti principalmente dal traffico di stupefacenti, usura e gioco d’azzardo, e dunque la necessità di avere persone almeno formalmente esterne all’organizzazione, i rituali si svolgono “fra paesani”.

Una scelta criminalmente comprensibile ed esplicata da una intercettazione telefonica di uno dei boss defunti della Scu, Nino Padovano. Nel corso di una intercettazione telefonica ebbe a dire nei confronti di un imprenditore vicino al clan disponibile all’affiliazione: «no, dietro ogni affiliazione c’è un mandato di cattura».

Se la Sacra Corona Unita può essere identificata come la “mafia salentina”, in quanto a localizzazione, non può essere considerata l’unica operante sul territorio. I clan che si spartiscono i territori da Bari a Taranto, passando per Foggia sono presenti e attivi, ed è proprio da questi che sono scaturiti negli ultimi anni gli episodi più cruenti consumati all’interno della malavita pugliese. In particolare, e la denuncia è anche arrivata nel corso di una delle sedute della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali, nel foggiano le manifestazione anche violente stanno assumendo una piega particolarmente sfrontata.

Le famiglie e gli affari sul territorio

Bari, Barletta-Andria-Trani, Lecce, Brindisi, Taranto e Foggia, a ogni provincia le sue cosche.

A Bari, riportano gli investigatori della Dia individuano i continui riposizionamenti dei clan, sia in città sia nell’hinterland, con eventi violenti che si sono rilevati in in particolare nei quartieri San Pasquale, San Girolamo e San Paolo. I Caracciolese e i Fiore hanno dato vita a una violenta faida che nella primavera del 2013 ha visto arrivare quattro omicidi nel quartiere San Pasquale, così come a San Girolamo in cui sono stati protagonisti di altri fatti di sangue il gruppo Lorusso e i Campanale, mentre nel quartiere San Paolo si trovano contrapposti il clan Montani-Telegrafo con quello dei Mercante-Diomede. Nel barese sono particolarmente attivi anche il clan Parisi e Palermiti, che si spartiscono il mercato del traffico di droga, dell’usura e dell’estorsione. Con loro il clan Strisciuglio che tenta di espandere la sua influenza su Bitonto. Nella stessa provincia di Bari gli investigatori tracciano anche le famiglie Cipriano, Conte, Cassano e Modugno, ancora protagonisti di scontri a fuoco in pieno centro città.

Sul territorio della provincia di Barletta-Andria-Trani gli investigatori rilevano invece la presenza di gruppi vicini alla Sacra Corona Unita, come i Griner, e l’infiltrazione della criminalità nel settore agricolo. «l’agricoltura – riportano le informative della Dia – è interessata da episodi di origine estorsiva», in particolare mediante «il danneggiamento dei vigneti nella fase culminante della maturazione, con conseguente distruzione della produzione».

Ha invece riguardato da vicino la città di Taranto, sconfinando in Veneto e in Sardegna, l’inchiesta che si è conclusa con gli arresti dello scorso 6 ottobre nei confronti del clan De Vitis-D’Oronzo, protagonista alla fine degli anni Ottanta di una sanguinosa guerra contro il gruppo capeggiato dai fratelli Riccardo e Gianfranco Modeo. Il clan si stava riorganizzando per tornare a gestire le attività illecite, in particolare le estorsioni e il traffico di droga, nella città di Taranto.

Sono stati 52 gli arresti, undici dei quali in territorio veneto. Le accuse vanno dai reati contro il patrimonio, porto abusivo di armi, detenzione e traffico di droga. Stando all’inchiesta le mire del braccio veronese del clan stavano nella raccolta di denaro per radicarsi in un territorio economicamente fort. L’associazione di stampo mafioso, di cui la polizia aveva iniziato ad occuparsi nel 2011 – è stato spiegato nella conferenza stampa in Questura – era nata dall’unione di due capiclan: uno di questi sarebbe stato Nicola De Vitis, 46 anni, un tarantino detenuto a Verona, dove da un paio d’anni usufruiva del regime di semilibertà: è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Proprio il carcere, spiegano dalla Direzione Nazionale Antimafia, «è il luogo dove vengono decise le strategie ed avvengono i passaggi da un gruppo all’altro. Infatti, nonostante la maggior parte degli “ storici” esponenti dell’associazione mafiosa sia ristretto al regime del carcere duro ad essi, necessariamente, mediante una serie di sotterfugi, si rivolgono i consociati appartenenti al loro gruppo per avere indicazioni su come comportarsi nelle situazioni di contrasto o per intraprendere nuove iniziative delittuose. Nel carcere vengono individuati i nuovi equilibri e modificate le strategie per assicurare il flusso dei proventi necessari alla sussistenza della organizzazione e dal carcere partono le decisioni relative ai traffici dei gruppi criminosi.

Una nuova (ma non troppo) mafia: la “società foggiana”

Al momento una delle realtà più preoccupanti è quella foggiana, dove non arrivano le “collaborazioni” di Sacra Corona Unita, ‘ndrangheta, camorra o cosa nostra, ma arriva una mafia autoctona che tiene in mano il territorio e si infila pure negli appalti pubblici, nel riciclaggio di denaro nei centri scommesse, nelle aziende del fotovoltaico, passando per le più classiche estorsioni e dallo spaccio di droga. A farla da padrone c’è la “società foggiana”, come ha denunciato anche il questore di Foggia Piernicola Silvis.

«Questo – ha attaccato Silvis davanti alla commissione del Senato in trasferta a Bari – è un territorio devastato dalla criminalità di tutti i tipi. C’è un’illegalità diffusa che fa paura. C’è una microcriminalità scatenata, a gennaio e a febbraio nella sola città di Foggia ci sono stati 420 furti d’auto: in proporzione, ne vengono rubate più che a Napoli. C’è una situazione preoccupante in quanto ci sono dei territori e delle località di eccellenza, per così dire, sotto il profilo criminale. A Cerignola c’è un’organizzazione criminale finalizzata a compiere rapine efferate ai blindati, al Sud come al Centro e al Nord. Sa – si rivolge in modo retorico alla presidente della commissione Doris Lo Moro – quanti rapinatori cerignolani vengono presi a Torino, a Milano o a Bergamo quando commettono rapine?».

A Foggia, 160mila abitanti, nasce e prospera “la società”: «Una vera e propria associazione per delinquere di stampo mafioso – spiega Silvis – che commette omicidi efferati (ce ne sono stati sei o sette dall’inizio dell’anno), commette estorsioni violente (tutta la città è estorta), c’è stata anche l’esplosione di un’autobomba all’inizio di marzo (non parlo di un petardo ma di una vera e propria autobomba) che per fortuna non ha fatto vittime, di fronte alla sede dell’azienda di un noto costruttore. La cosa più grave – denuncia il questore di Foggia – che qui voglio dire è che sul caso Foggia non c’è il focus di nessuno. Nessuno ne parla».

Il questore: «Non possiamo aspettare il morto, come sempre succede in Italia, per dire che a Foggia c’era la criminalità e nessuno lo aveva detto»

Per Silvis la “società” è molto peggio della sacra corona unita, e, conclude, «non possiamo aspettare il morto, come sempre succede in Italia, per dire che a Foggia c’era la criminalità e nessuno lo aveva detto. No, perché lo sto dicendo adesso».

Inquietante è anche il racconto che lo stesso Silvis fa di una rapina ad un caveau: «Una banda, probabilmente di cerignolani, di circa 20 persone, armate con armi lunghe, ha dato l’assalto al caveau della NP Service, nella zona semiperiferica, ha portato ben 19 mezzi pesanti, tutti rubati (camion, macchine, caterpillar, ruspe), ha bloccato mezza città, incendiato mezzi a destra e a sinistra, è andata all’assalto di questa sede della NP Service e l’ha distrutta. Per fortuna, il sistema di prevenzione ha funzionato, dalla sede della società è partito l’input alla sala operativa della questura ed è arrivata una volante che eroicamente è riuscita a saltare il fuoco dei mezzi che bruciavano. Era una scena infernale. La volante si è trovata davanti una macchina che ha esploso 30 colpi di calibro 7,62 NATO. C’erano due macchine con due kalashnikov (per chi non lo sa, il kalashnikov spara proiettili grandissimi che se colpiscono un piede lo distruggono), i nostri due poliziotti hanno reagito con 38 colpi; c’è stata una sparatoria violenta, dopodiché gli assaltatori sono andati via e il caveau, con tutti i milioni di euro, è rimasto lì. Nessuno ha parlato di questa vicenda. Eppure, neanche al cinema si vede una scena di questo genere».

La Direzione Nazionale Antimafia: «non sono i mafiosi che cercano un contatto con i politici, offrendo i loro voti in cambio di qualcosa, ma sono i politici che cercano il supporto elettorale dei gruppi criminali presenti sul territorio»

Anche la Dia nell’ultimo report semestrale, che comprende il periodo luglio-dicembre 2013, aveva mappato episodi di questo genere, in particolare le rapine a rappresentanti di preziosi, ai portavalori bancari e postali e ad automezzi di trasporto merci. Eventi che si sono verificati lungo tutto il tacco d’Italia.

I rapporti con la politica e le campagne elettorali pagate dalla sacra corona unita

«Non sono i mafiosi che cercano un contatto con i politici, offrendo i loro voti in cambio di qualcosa, ma sono i politici che cercano il supporto elettorale dei gruppi criminali presenti sul territorio, promettendo loro l’affidamento di lavori alle aziende che ad essi fanno notoriamente riferimento ed altri possibili affari derivanti dalla gestione amministrativa degli enti che, ove eletti, saranno da loro rappresentati». Parole della Direzione Nazionale Antimafia, che hanno trovato riscontro in una recente inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce.

Le campagne elettorali? Le organizza la sacra corona unita, le paga il politico

C’è anche chi ha contratto addirittura debiti con gli uomini della sacra corona unita: circa 280mila euro tra banche e finanziarie. Il caso è quello di Danilo Crastolla, 48 anni, avvocato di Mesagne, consigliere regionale tra il 2000 e il 2005. Tramite un intermediario, stando all’ordinanza del gip Annalisa De Benedictis, entra in contatto con alcuni soggetti appartenenti alla sci in grado di elargire prestiti. Nel 2010 la ricandidatura, ma senza successo: un altro salasso da 150mila euro con tassi tra il 600% e il 1000% annui. Non riuscendo più a far fronte ai debiti e continuamente sotto minaccia l’ex consigliere eletto tra le fila di Forza Italia va a fare denuncia.

Tra gli arrestati figurano il boss Francesco Campana, l’ex consigliere comunale Rino Tagliente, altri tre imprenditori: Sandro Bruno, attivo nel settore dei trasporti, e i fratelli Carmine e Pierpaolo Palermo, titolari di attività alberghiere a Mesagne e Canosa, con loro anche anche l’imprenditore Luigi Devicienti, nel mirino degli inquirenti da anni. Fu proprio quest’ultimo a fare da tramite tra Crastolla e gli uomini della sacra corona unita.

Consenso, calcio e fuochi d’artificio

La costruzione del consenso tra la cittadinanza è fattore comune alle mafie italiane negli ultimi decenni. Oltre al controllo del territorio e al voto di scambio, in Puglia prende particolarmente piede la proprietà delle squadre di calcio locali.

In questo senso arriva la lettura del fenomeno sul territorio della Direzione Nazionale Antimafia: «rapporti instaurati da esponenti di ambienti criminali con le società titolari di squadre di calcio della provincia di Lecce che, oltre alla possibilità di utilizzare le stesse come canale di riciclaggio dei proventi delle attività illecite attraverso investimenti apparentemente legali, offrono all’associazione mafiosa ed ai diversi clan di accreditare un’immagine pubblica che ottenga consenso popolare, stante il diffuso interesse agli eventi calcistici».

«Rapporti instaurati da esponenti di ambienti criminali con le società titolari di squadre di calcio della provincia di Lecce che, oltre alla possibilità di utilizzare le stesse come canale di riciclaggio dei proventi delle attività illecite»

Così, specifica la Dna «la nomina di Gianluca Fiorentino (pregiudicato per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, ricettazione, truffa, falsità in atti, detenzione di monete falsificate e sottoposto a sorveglianza speciale della pubblica sicurezza per due anni) a presidente delle società “Manduria calcio” e “Atletico Cavallino” e l’assunzione quale direttore sportivo del “Manduria calcio” di Silvio Allegro, (pregiudicato per furto e detenzione di stupefacenti, sottoposto a sorveglianza speciale della pubblica sicurezza per tre anni, vicino ad ambienti della criminalità organizzata, secondo alcuni collaboratori di giustizia affiliato al gruppo dei leccesi già capeggiato da Lucio Riotti, anche quest’ultimo, condannato per associazione mafiosa, già team manager del “Racale calcio”)».

Denunce in calo e una sorta di “assuefazione” alle dinamiche criminali sul territorio e manifestazione di solidarietà nei confronti dei boss. Si ricorda per esempio l’esplosione di fuochi di artificio davanti alla Casa circondariale di Lecce in omaggio a Pasquale Briganti, detto Maurizio, capo del clan Briganti/Nisi operante a Lecce, temporaneamente presente nel carcere di Lecce per la trattazione di un processo.

I rapporti con le mafie dell’est

Il contrabbando delle sigarette. Un commercio illegale che sembra ormai ancorato al passato e che invece sta tornando “di moda” nell’ambiente criminale salentino. Secondo i dati della Direzione Nazionale Antimafia l’azione di contrasto nell’anno passato ha portato al sequestro nel circondario di Brindisi di circa tre tonnellate di sigarette (per l’esattezza, Kg.2.857) in diciannove distinti interventi (dai 6 kg sequestrati al “minutante” ai 1.500 kg sequestrati a bordo di un motoscafo che attraversava il Canale d’Otranto) e nel circondario di Taranto di 638 kg, sequestrati “a terra”.

Un commercio particolarmente fiorente che parte dall’isola croata di Sveti Nikola con sigarette di produzione italiana che partono verso il mercato dell’est Europa senza contrassegno per poi fare di nuovo ritorno in Italia, trasportate clandestinamente.

Fiorenti i rapporti con la malavita albanese, e negli ultimi tempi si è registrata anche la fuga di capitali verso l’estero

Mai tramontati sono i rapporti con la dirimpettaia Albania, sia per quanto riguarda gli stupefacenti, sia riguardo all’intestazione fittizia di società. Una fotografia chiara la scatta di nuovo la Direzione Nazionale Antimafia, lamentando anche un periodo di scarsa collaborazione da parte delle autorità albanesi: «Le indagini riguardanti attività di riciclaggio mediante investimento dei proventi delle attività illecite riconducibili alla sacra corona unita (in particolare dal contrabbando e dal narcotraffico) in società fittiziamente intestate ad altri, si sono avvalse inizialmente della piena collaborazione delle Autorità albanesi, che nella fase conclusiva delle investigazioni hanno però raffreddato il loro impegno di cooperazione, secondo un orientamento che è sembrato diverso dal precedente, in un certo modo conseguente alla sostituzione del Procuratore Generale di Albania, del Procuratore albanese per i crimini gravi e del responsabile delle relazioni internazionali. Nel procedimento in questione sono stati eseguiti anche sequestri preventivi in Italia e in Albania».

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Vedi l’articolo “Quante auto vengono rubate in Italia?

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