Non solo le imprese agricole si trovano in posizione di debolezza contrattuale nei confronti della GDO (vedi l’articolo “L’economia al supermercato“), ma devono anche far fronte ad una serie di soggetti che, oltre ad intralciare le attività di ricerca, depredano una parte delle risorse che sarebbero destinate appunto all’agricoltura:

http://www.olivomatto.it/2014/09/litalia-di-cui-non-sono-affatto-fiero/

L’Italia di cui non sono affatto fiero

Negli Stati Uniti gli agricoltori in media guadagnano 69.300 dollari l’anno. Qualcuno forse pensa, o comunque si illude, che sia lo stesso, o quasi, in Italia? Si tratta di due agricolture differenti, in realtà. Quella americana opera su grandi estensioni, e non c’è frammentazione. Quella italiana, non soltanto soffre di una eccessiva frammentazione dell’unità poderale, ma addirittura estende tale frammentazione anche in campo commerciale, esasperandone le dinamiche attraverso una moltiplicazione di marchi inutili, magari anche ottenendo prodotti di indubbia qualità, ma in ogni caso ininfluenti come marchi commerciali, per disorganizzazione e incapacità di stare sul mercato senza una precisa strategia.

Poi, certo, gli agricoltori americani ricevono sostegni economici dal proprio Paese (ma anche servizi, in verità), anche perché l’agricoltura non può fare mai a meno dei sostegni. Esiste tuttavia anche una politica agricola seria dietro, in Italia assente. E, soprattutto, non esistono nemmeno – come invece abbondano in Italia – realtà associative che vadano contro gli interessi degli agricoltori. In Italia è una corsa a chi finge di stare dalla parte degli agricoltori, ma nel frattempo tali soggetti (enti, persone, di tutto, di più) curano molto bene il proprio autosostentamento. Sono troppe in Italia le strutture composte da chi attinge ai fondi destinati agli agricoltori, per lo più burocrati, o finti professionisti, che con la scusa di stare dalla parte degli agricoltori li depredano, attingendo alle risorse finanziarie destinate all’agricoltura.

C’è oltretutto da aggiungere che negli Stati Uniti, per loro grande fortuna, non esiste nulla di paragonabile alla Coldiretti. Lì le organizzazioni di categoria svolgono il proprio ruolo egregiamente, per davvero, non si perdono in dichiarazioni da rendere alla stampa e in proclami sul tempo e sul maltempo, nè tanto meno sciorinano ogni santo giorno i risultati di pseudo sondaggi. Sono concreti, in America: lavorano. E in più non hanno neppure cattivi maestri che si servono dell’agricoltura per curare i propri personali interessi; e infine, in merito alla ricerca, loro sì che la sostengono. Quanto occorre per investire in ricerca negli Usa viene destinato direttamente a chi fa la ricerca. In Italia, al contrario, a disporre del denaro sono le associazioni di categoria, le quali a loro volta, facendosi gestori di fondi pubblici, esercitano un ruolo di primo piano, dettando anche l’indirizzo da assegnare alle ricerche. Tale ruolo determina uno squilibrio dei poteri, con una grave perdita di autonomia che penalizza fortemente il mondo della ricerca, rendendola vulnerabile alle imposizioni di chi gestisce il potere su ogni decisione. E’ per mancata indipendenza che la ricerca in Italia è ferma. Non assegnare un ruolo economicamente autonomo toglie respiro a chi dovrebbe essere il polmone di un Paese. Questa, purtroppo, è l’Italia che già conosciamo, e di cui io – permettetemi di evidenziarlo ancora una volta – non sono affatto fiero.

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Centro di Istruzione e Formazione dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige

www.fmach.it

Il Centro Istruzione e Formazione rappresenta una struttura didattica complessa, unica in Italia, che gestisce contemporaneamente la formazione e l’istruzione nel settore agricolo, ambientaleforestale erogata a differenti livelli di apprendimento: da quello rivolto direttamente agli agricoltori a quello universitario ed altamente specialistico.

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Aggiornamento dell’1 novembre 2014:

 http://www.linkiesta.it/crescita-agricoltura-bioeconomy

Torneremo tutti agricoltori, e sarà la nostra salvezza

Francesco Cancellato – 26/10/2014

Forse ha ragione Nietzsche, forse la storia è davvero un eterno ritorno dell’eguale. Negli anni ’50 eravamo una terra di agricoltori diventati operai. Nel giro di vent’anni gli operai sono diventati impiegati. Il problema sono i figli degli impiegati, cui era stata promessa la luna di un lavoro creativo, senza cravatte, gerarchie, noia. E che, complice la crisi economica, si sono ritrovati, molto più prosaicamente, senza un lavoro. Molti di loro ancora non si sono rassegnati a cercare il loro personale eldorado nella giungla del terziario avanzato. Altri, invece, sono tornati al punto di partenza, ai campi e alla terra: nel 2013, le iscrizioni ai dipartimenti di agraria in tutta Italia sono aumentate del 40% circa.

Pauperismo, anti-capitalista? Decrescita felice? Niente di tutto questo. Al contrario, nel 2013, il valore aggiunto dell’agricoltura italiana è cresciuto del 4,7%, mentre il Pil italiano cadeva di quasi due punti percentuali. Nello stesso periodo, anche l’export agricolo italiano è cresciuto del 5%. A differenza di quel che è accaduto in altri settori, questa crescita ha avuto effetti benefici anche sull’occupazione. Nel secondo trimestre del 2014 – periodo  di calo del Pil, tanto per contestualizzare il dato – l’occupazione del settore agricolo è cresciuta del 5,6%.

I numeri di un primato
Dati sorprendenti, questi, ma non certo frutto di una strana e fortunata congiunzione astrale. Pochi se ne sono accorti, in questi anni, ma l’agricoltura è una delle poche vere eccellenze che sono rimaste a questo paese. Come ben racconta l’ultimo rapporto di Fondazione Symbola dedicato all’agricoltura, sono ben 77 i prodotti in cui la quota di mercato mondiale dell’Italia è tra le prime tre al mondo, 23 – pasta, pomodori, aceto, olio, fagioli, tra questi –  in cui è la prima.

La nostra capacità di primeggiare è figlia, soprattutto, della grande qualità delle nostre produzioni. Non è un caso, peraltro, che non ci sia agricoltura in Europa – e poche al mondo – che abbiano una capacità di generare valore aggiunto quanto quella italiana. Da noi, un ettaro di terra, produce 1989 euro di valore aggiunto: ottocento euro in più della Francia, il doppio di Spagna e Francia, il triplo dell’Inghilterra.

Che ci crediate o meno, la nostra – con le sue 814 tonnellate di gas serra emesse per ogni milione di euro di prodotto – è anche una delle agricolture più “pulite” d’Europa. Molto più di quella inglese, ad esempio, che di tonnellate ne emette 1935, o di Germania e Francia, rispettivamente 1.339 e 1.249. È anche una delle più sicure, nonostante tutto: lo scorso anno, solo lo 0,2% dei prodotti agricoli made in Italy ha presentato residui chimici con valori oltre la norma. In Europa questa percentuale è salita all’1%, sino ad arrivare all’1,9% della Francia e al 3,4% della Germania.

Altro dato piuttosto sorprendente è la nostra primazia nell’economia delle produzioni biologiche. Nessun paese Europeo ha tanti produttori quanti ne ha l’Italia, che ne può contare ben 43.852, il 17% di tutti i produttori europei. Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini continentali, siamo anche sesti al mondo per ampiezza delle superfici a biologico, che crescono a un ritmo di 70mila ettari l’anno.

Chiamatela bioeconomy
Il risultato di quest’eccellenza è il frutto dell’innesto di menti giovani e di pensieri innovativi dentro mestieri antichi: oggi, un’azienda agricola su tre è guidata da persone che hanno meno di trentacinque anni.  Non ci sono solo loro e non c’è solo l’anagrafe, tuttavia. L’intreccio con nuovi saperi e nuove tecnologie sta davvero cambiando i connotati all’agricoltura: «Un tempo agricoltura era sinonimo di coltivazioni con finalità alimentari, oggi non è più così», spiega Gianluca Carenzo, Direttore del Parco Tecnologico Padano di Lodi, centro di eccellenza nel settore delle biotecnologie e dell’agroalimentare: «Oggi – continua – l’agricoltura è una piattaforma su cui si innestano molteplici tipi di industrie, dalla alimentare alla chimica, dall’energia al tessile».

Ciò di cui parla Carenzo ha un nome: si chiama bioeconomy e comprende tutte le produzioni sostenibili di risorse biologiche rinnovabili e la loro conversione, come ad esempio quella dei flussi di rifiuti in cibo, mangimi, o prodotti bio-based, come le bioplastiche, i biocarburanti e bioenergia. Un macro-settore, questo, che seppur neonato in Italia vale già 241 miliardi di euro e occupa 1,6 milioni di persone. Al suo interno sono nate e crescono colossi come Novamont o piccole realtà innovative come Bio-on,  giovane impresa modenese che produce plastiche dagli scarti della lavorazione delle barbabietole da zucchero e che venerdì 23 ottobre 2014 si è quotata con successo in Borsa, nel listino Aim dedicato alle piccole e medie imprese. O ancora, come la bioraffineria di Beta Renewables di Crescentino, in provincia di Vercelli, la prima di seconda generazione al mondo, che produce 75 milioni di litri di etanolo l’anno usando soltanto le biomasse di scarto – paglia di riso, soprattutto – disponibili in un raggio di 70 km dallo stabilimento.

«Nelle start up che incubiamo nel Parco Tecnologico Padano – spiega ancora Carenzo – lavorano assieme giovani laureati in agraria, ingegneri, informatici. Il loro potenziale innovativo sta tutto nel mix delle diverse competenze». Due anni fa, il Parco ha lanciato il concorso Alimenta 2 Talents, finalizzato a offrire formazione, risorse e le competenze dei ricercatori del Parco alle più innovative startup del settore. Tra i finalisti del 2013 ci sono realtà come Orange Fiber, che crea tessili sostenibili da rifiuti di agrumi – 700mila tonnellate solo in Italia – utilizzando le nanotecnologie. O come The Algae Factory che produce pasta, cosmetici e altri prodotti a base di alga spirulina. O, ancora, come Coffee Reloaded, che si occupa di usare i fondi di caffè – in Italia ne vengono consumati 45 quintali al giorno – come fertilizzanti. […]

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Vedi l’articolo “Azienda italiana prima al mondo nella produzione di biocarburanti da fonti non alimentari

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