https://www.leoniblog.it/2014/07/09/pensioni-rimedi-non-ortodossi-a-4-guai-troppa-spesa-sul-pil-il-deficit-inps-pensionati-poveri-giovani-senza-futuro/

PENSIONI, RIMEDI NON ORTODOSSI A 4 GUAI: TROPPA SPESA SUL PIL, IL DEFICIT INPS, PENSIONATI POVERI, GIOVANI SENZA FUTURO

9 luglio 2014 – di Oscar Giannino

[…] I giovani. I sindacati e mezzo Pd chiedono di tornare indietro rispetto ai tetti della riforma Fornero e di alzare le pensioni in essere: ma così facendo si pensa solo a chi oggi un lavoro e la pensione ce l’ha. E’ verissimo che ad alcune centinaia di migliaia di italiani – ripeto qui non parliamo degli esodati, a cui si sta pensando – la riforma Fornero ha mutato drasticamente in peggio l’orizzonte di vita, obbligandoli a 5-7 anni di lavoro in più. Ma molto peggio di loro rischiano di stare milioni e milioni tra i 25 e i 50 anni, che il lavoro non ce l’hanno, o ce l’hanno precario, o l’hanno perso. Torniamo al rapporto della Ragioneria sulla sostenibilità generale del sistema. I diversi scenari che vi sono illustrati, rispetto alla condizione attuale del paese, peccano di eccessivo ottimismo. Il tasso di sostituzione rispetto all’ultima retribuzione della pensione maturata con i requisiti di età e contribuzione della riforma Fornero sarebbe al 2050 del 73% per il lavoratore privato, del 53% per l’autonomo. Ma questo calcolo è fatto sulla base di un’età per la pensione all’epoca di 70 anni con 40 anni di versamenti effettuati, e una crescita del Pil di un punto e mezzo l’anno per rivalutare il montante. E’ evidente a chiunque che oggi, se raccontate a un 35enne disoccupato con – se va bene – 2 anni di contributi versati, che nei prossimi 35 anni dovrebbe lavorare ininterrottamente e anzi dovrebbe a quel punto anche integrare i contributi versati con 3 annualità aggiuntive, mentre l’Italia nel frattempo cresce ininterrottamente di almeno un punto e mezzo l’anno, la risposta è che alle favole di una pensione simile e così alta rispetto all’ultimo reddito non crede nessuno. Ecco il problema gigantesco: oltre a 5-6 milioni di poveri attuali, se ne possono sommare il doppio che arriverà a pensioni bassissime. Basta una crescita di mezzo punto l’anno o di un punto nel decennio, per abbattere i tassi di sostituzione tra il 35% e il 24% rispetto alle previsioni della Ragioneria: il che significa pensioni da fame.

I rimedi ai 4 problemi – troppa spesa in previdenza sul Pil, squilibrio annuale tra contributi ed erogato, pensionati poveri, giovani senza pensione – non sono la riapertura dei “tetti Fornero”. Occorre cambiare drasticamente marcia alla crescita italiana. Cioè riducendo la spesa davvero, per molte meno tasse su impresa e lavoro. Perché senza di questo non ci sono più occupati continuativi. E solo pensioni misere, anche in futuro. Occorre un welfare selettivo per gli anziani, e una scelta netta a favore delle politiche attive del lavoro rispetto all’assistenza. Occorre un intervento su chi ha trattamenti troppo generosi risalenti al sistema retributivo, e su questo un problema serio – ma concretamente affrontabile: è un enorme problema irrisolto di giustizia intergenerazionale – è anche rappresentato dalla Corte costituzionale. E uno spazio molto più ampio alla previdenza complementare, il cui trattamento fiscale deve essere reso molto più favorevole, in un quadro generale per altro di considerevole riduzione delle imposte su lavoro e impresa. Il guaio è che, per tutto questo, oggi non sembra affatto di poter contare su attori politici che ne siano persuasi.

http://www.linkiesta.it/giovani-pensioni-inps

Dieci cose da sapere sulle pensioni, se avete 30 anni

Chi ha iniziato a lavorare da poco, riceverà pensioni molto basse. Ecco perché, passo dopo passo

Francesco Cancellato – 16/09/2014

«…se mai avrò una pensione». Se avete dai venti ai trent’anni avrete molto spesso terminato o sentito terminare una frase con questa breve e malaugurante postilla, ormai quasi una sorta di luogo comune. Al punto che ormai si tende a rubricarla come un’eventualità tanto lontana quanto ineluttabile che non vale la pena nemmeno di comprendere. Serve, invece. Perché se di furto generazionale si tratta, sta avvenendo ora, sotto gli occhi ignari – o, peggio, indifferenti – di chi lo sta subendo. Certo, si può sempre sperare che le cose cambino, che lo “stellone italico” e l’arte di arrangiarsi sconfiggano le leggi dell’economia. O che nonni e genitori provvedano in eterno – e oltre – ai bisogni dei figli, nel frattempo a loro volta anziani. O ancora, che sia inventata una macchina fabbrica soldi. Nel frattempo, tuttavia, potrebbe essere utile prendere coscienza della realtà. Noi ci abbiamo provato, in dieci passi, per comprendere lo stato del sistema pensionistico italiano e della sua sostenibilità futura.

I contributi riescono a pagare solo il 70% delle pensioni

Il sistema pensionistico pubblico si basa su un patto fra generazioni. In altre parole: io che lavoro pago con i miei contributi la pensione di chi ha smesso di lavorare; qualcun altro, quando sarà il momento, pagherà la mia pensione con i suoi. Questo in linea puramente teorica. La realtà è piuttosto diversa: i sistemi pensionistici di tutti i Paesi europei sono infatti «senza patrimonio di previdenza». In altre parole, le pensioni sono pagate in parte dalle imposte di tutti i cittadini. Il record spetta a Danimarca e Irlanda, in cui la fiscalità generale copre il 76,6% e il 72,3% della protezione sociale complessivamente intesa (previdenza e assistenza). In Italia, nel 2013, la percentuale si è attestata al 46,9%, di poco superiore alla media europea, ma molto superiore a quella di Francia e Germania, entrambe attorno al 37%. Relativamente alle sole pensioni i contributi versati da lavoratori e imprese (circa 209 miliardi) bastano a coprire circa il 71% di ciò che viene attualmente erogato, pari a circa 295 miliardi. Lo scorso anno, insomma, lo Stato ci ha messo circa 84 miliardi di euro.

L’Inps perde un sacco di soldi (e il rosso aumenta)

Al netto delle varie casse di ordini e professioni, il grosso del sistema pensionistico pubblico italiano poggia sull’Inps, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Con il nome di Cnas ha iniziato a pagare le pensioni d’invalidità e vecchiaia nel 1919. Attraverso successivi momenti di crescita, l’Inps ha assunto il carico del sostegno al reddito per i meno abbienti, gli assegni familiari, le integrazioni salariali, le indennità di malattia. Nell’Inps, inoltre, sono confluiti nel tempo diversi istituti previdenziali di categoria. Buone ultime, l’Enpals – quello dei lavoratori dello spettacolo – e l’Inpdap – l’istituto di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica – inglobate nel 2012. Proprio quest’ultima acquisizione, dalla quale è nata quella che l’allora premier Monti aveva ribattezzato “super Inps” ha fatto si che l’ente si accollasse un deficit pari a circa 25,2 miliardi di euro. Un disavanzo, questo, che aumenta ulteriormente lo squilibrio dell’ente – che oltre a pagare le pensioni è anche un pachiderma da 26mila dipendenti – e, giocoforza, pure l’entità dei soldi che lo Stato deve trasferire per mettere una toppa al buco. Tanto per dare dei numeri: se nel 2008 per coprire il buco dell’Inps bastavano 73 miliardi di euro, nel 2013 erano a saliti a 112,5, sette in più rispetto al 2012. L’ultima nota tecnica del ministero dell’Economia e delle Finanze prevede che nel 2016 il disavanzo dell’Inps salirà a 122 miliardi. Ora come ora, non c’è capitolo di spesa che aumenti a questi ritmi.

Invalidi, cassa integrazione e pensioni dei dipendenti costano molto care

Le attività dell’Inps possono essere divise in due grandi famiglie: la previdenza (le pensioni) che, almeno in parte, è coperta dai contributi versati, e l’assistenza (pensioni sociali, indennità, reversibilità ai superstiti, tra le altre cose) che invece è tutta a carico dell’ente.  Oggi, tutta la parte di assistenza pesa circa 72 miliardi, con le invalidità civili e le ore di cassa integrazione che, all’anno, ne costano rispettivamente 17 e 6. Questo non vuol dire, tuttavia, che il problema sia solo lì. Sono in disavanzo – e vanno sempre peggio – quasi tutte le gestioni previdenziali dell’Inps. Qualche esempio: il rosso delle pensioni dei dipendenti privati è passato dai 172 milioni di disavanzo del 2010 ai 748 milioni del 2012, quello dei coltivatori diretti da 2,7 miliardi a 3,43 e quello dei dipendenti pubblici – un record – da 16 a 23 miliardi. Le cose cambiano quando si passa a considerare il lavoro autonomo: la gestione dei commercianti e degli artigiani, comunque in passivo, ha migliorato il proprio deficit passando da -3,3 miliardi a -2,8 miliardi.

Precari e partite Iva sono gli unici che danno all’Inps più di quanto ricevono

Quel che più ci interessa, tuttavia, sono le uniche due gestioni in attivo: quella dei liberi professionisti (+3,1 miliardi) e quella dei lavoratori parasubordinati (+7,1 miliardi) il cui attivo in entrambi i casi è in crescita costante. In altre parole, professionisti e precari sono gli unici che danno all’Inps più di quel che ricevono. Come mai? Perché sono le uniche categorie in cui le persone che lavorano sono molte più di quelle che ricevono la pensione (nel caso dei parasubordinati il rapporto è di circa 3,5 a 1). Il fatto che l’avanzo cresca di anno in anno, peraltro, vuol dire che è il numero di chi entra nel mondo del lavoro da quella porta aumenta in misura più che proporzionale di chi vi esce andando in pensione, mentre tra i lavoratori pubblici e privati avviene il contrario. Peraltro, mentre retribuzioni e relative contribuzioni dei lavoratori che entrano nel mercato del lavoro sono molto basse, le pensioni dei lavoratori dipendenti che contemporaneamente escono dal mercato del lavoro, che sono calcolate in base sull’ultima retribuzione ricevuta, sono molto alte. È anche per questo che il rosso dell’Inps è sempre più profondo.

Dopo la riforma, lo Stato risparmia 80 miliardi in otto anni

Ci sono state due grandi riforme delle pensioni, negli ultimi vent’anni: quella firmata da Lamberto Dini nel 1995 e quella firmata da Elsa Fornero nel 2011. Entrambe si pongono l’obiettivo di rendere sostenibili i conti dell’Inps, agendo in due direzioni: la prima è quella di alzare l’età pensionabile; la seconda è quella di passare da un modello retributivo di calcolo della pensione a un modello di tipo contributivo. Sull’innalzamento dell’età pensionabile c’è poco da opinare: la speranza di vita in Italia è passata dai 69 anni del 1980 agli 82 anni del 2011. Relativamente al nuovo metodo di calcolo una breve spiegazione è necessaria: se si usa il metodo retributivo, la pensione è calcolata sulla base degli stipendi ricevuti nell’ultima parte dell’attività lavorativa; se si usa il metodo contributivo, la pensione è calcolata sulla somma di tutti i contributi versati nel corso della propria vita professionale. Non ci vuole una laurea in finanza pubblica per capire che le retribuzioni sono generalmente più alte alla fine dell’attività lavorativa e che, quindi, il metodo retributivo conviene ai lavoratori e molto poco a chi le pensioni le paga. Con il passaggio al contributivo e l’innalzamento dell’età pensionabile si stima che il risparmio per lo Stato sia di circa 80 miliardi di euro in otto anni.

A pagare la riforma sono soprattutto i lavoratori con meno di trent’anni

Ok, risparmiare 80 miliardi dalla prima voce di spesa pubblica in Italia (il 27,9% sul totale, per dire) è cosa buona e giusta a prescindere. Altro è chiedersi da dove vengano quei risparmi. Non dall’assistenza, ad esempio, in quanto le indennità da invalidità civile sono in costante aumento (come si legge nella tabella al punto 2). Nemmeno dagli assegni mensili che riscuote chi già si è ritirato dal lavoro, poiché la linea del Piave che nessuna riforma delle pensioni ha mai attraversato è quella per cui «i diritti acquisiti non si toccano» (poi ci arriviamo, tranquilli). Quegli 80 miliardi, insomma, verranno tolti dalle tasche di chi in pensione ci deve ancora andare. Il tutto, ovviamente, con diverse sfumature  di grigio. Chi aveva già maturato 18 anni di contributi nel 1995, calcolerà il suo montante pensionistico col metodo retributivo relativamente a tutto quel che ha guadagnato sino al 31 dicembre 2011, mentre per il restante della sua vita professionale dovrà applicare il metodo contributivo; per chi ha iniziato a lavorare prima del 31 dicembre 1995 (ma senza 18 anni di contributi) la pensione sarà calcolata con il metodo retributivo fino a quella data, e poi col contributivo. In estrema sintesi, il metodo contributivo “duro e puro” si applica solo per tutti quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995. Per chi ha trent’anni o giù di lì, insomma.

Le pensioni dei trentenni saranno molto più basse di quelle attuali

Se avete genitori o nonni che sono andati in pensione prima del 1995 è probabile che la loro si aggiri attorno al 70-80% della loro ultima retribuzione. Di simulatori che provano a calcolare le pensioni dei trentenni di oggi ce n’è parecchi, a partire da quello messo a disposizione dall’Inps (qui il link per scaricarlo): per scoprirlo, c’è da inserire la propria professione, il proprio reddito netto annuo attuale e una previsione della crescita media annua della propria retribuzione di qui all’ultima busta paga (cosa che, va detto, rende la simulazione scientifica e attendibile quanto un exit poll). Dopo qualche prova empirica, tuttavia, si può notare come sia molto raro che il tasso di sostituzione – ossia la differenza tra il primo assegno pensionistico e l’ultima busta paga – superi il 65%. Nella maggior parte dei casi oscilla su percentuali attorno al 50-60%, ma non è raro nemmeno che non superi il 40%. Dettaglio ulteriore: gli anni di disoccupazione possono far diminuire la contribuzione complessiva su cui è calcolata la pensione. Questo significa che per raggiungere tale percentuale si dovrà lavorare qualche anno in più. Oppure, accontentarsi di qualche centinaio di euro in meno al mese.

Le pensioni basse sono più tassate che altrove

A differenza di quanto accade in diversi paesi europei – la Germania, ad esempio – i redditi da pensione italiani sono equiparati ai redditi da lavoro e sono tassati direttamente alla fonte. Un’imposizione, cui si è aggiunta la pratica di bloccare l’adeguamento degli assegni pensionistici all’inflazione, per finanziare altre misure assistenziali o redistributive, nonché un contributo di solidarietà proporzionale all’entità della pensione che si riceve. A pagare, in proporzione, sono soprattutto i pensionati più poveri, che in molti casi si ritrovano a dover contribuire al fisco molto più dei loro omologhi stranieri. Esempio: su una pensione che corrisponde a una volta e mezzo il trattamento minimo Inps – circa 1.200 euro al mese, quindi – in Italia il 9,17% dell’assegno previdenziale finisce in tasse, cosa che non avviene in Germania, Francia, Spagna e Regno Unito.

Le «pensioni d’oro» costano 13 miliardi (e a quanto pare non si possono toccare)

In cima alla piramide, invece, ci sono i cosiddetti «pensionati d’oro»: circa un anno fa, l’allora sottosegretario Carlo Dell’Aringa ha rispolverato l’elenco dei centomila pensionati-paperoni che, complessivamente, costano all’ente previdenziale circa 13 miliardi di euro. Da più parti, si invoca da tempo un intervento su queste pensioni, fissando loro, ad esempio, un tetto massimo ed è stato lo stesso Renzi ad affermare questo principio, pochi mesi fa, per finanziare gli esodati e la della cassa integrazione in deroga. Chi si oppone a questa misura (tutte le forze politiche, più o meno) ribatte affermando che queste persone – piaccia o meno  – hanno già pagato (e stanno ancora pagando) le tasse e hanno versato ogni contributo che giustifica tale importo. Non bastasse, toccare i diritti acquisiti è incostituzionale. E quindi per intervenire, anche fissando un semplice contributo di solidarietà, serve cambiare l’articolo 25 comma 2 della Costituzione, quello secondo cui «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso».

L’unico modo per cambiare le cose è toccare i «diritti acquisiti»

Il problema, perlomeno quello, è chiaro: il modello attuale chiede la maggior parte dei sacrifici ai giovani che si sono da poco affacciati sul mercato del lavoro e, in misura minore, a chi è più vicino alla pensione. Poco o nulla è dovuto a chi invece in pensione già ci è andato. Se si vuole salvare l’Inps senza toccare i diritti acquisiti è una strada senza alternative. Altrimenti, come ha recentemente argomentato Oscar Giannino su Leoni Blog, in un articolo pubblicato anche su Linkiesta, bisognerebbe «ricalcolare per tutti i trattamenti sulla base del sistema contributivo e non retributivo. Ovviamente si tratterebbe di farlo con senso della misura, sottraendo di più a chi ha pensioni più elevate, magari superiori ai 3 o 4 mila euro al mese (…) e di meno a chi le ha più basse». Prima di pensare a cambiare la Costituzione, tuttavia, andrebbe tenuto presente un dato: che gli over 65, in Italia, sono 12 milioni, sono più dei giovani adulti (20-35) che sono quasi 11 milioni. E molti di quelli che stanno nel mezzo sono troppo vicini alla pensione per immolarsi sull’altare di un supposto furto generazionale. Tanto più se chi lo subisce nemmeno protesta.

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Aggiornamento del 22 aprile 2016:

http://www.orizzontescuola.it/node/64143

Anief: Il Governo dichiara guerra ai giovani della classe 1980: lasceranno il lavoro a 70 anni e con l’assegno mini

di redazione

Sul fronte delle pensioni, l’attenzione del Governo e dell’Inps si continua a concentrare sull’età dell’uscita dal mondo del lavoro, che la riforma Fornero ha spostato alle soglie dei 70 anni, la quale per ovvi motivi deve essere ridotta e senza prevedere penalizzazioni sull’assegno pensionistico. […]

In pochi però parlano del futuro previdenziali dei giovani. A partire da chi è nato nel 1980 e che oggi, a 35 anni di età, ha la prospettiva di lasciare il lavoro non prima dei 70 anni. Percependo, tra l’altro, un assegno solo leggermente superiore all’attuale pensione sociale. […]

Eppure in Germania si lascia ancora il lavoro dopo 27 anni e senza decurtazioni. Anche nella vicina Francia l’età minima di pensionamento pur essendo stata innalzata è comunque stata fissata a 62 anni. Mentre ci sono altri paesi – come Polonia e Cipro – dove l’età minima per lasciare il lavoro in cambio di una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio svolti, senza decurtazione, è fissata a 55 anni. E diversi altri, tra cui Belgio, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna, Lussemburgo […], dove, allo stesso modo, è possibile ottenere “una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio richiesti”.

[…] “Solo che anziché concentrare l’attenzione su tutto questo, sul danno che si sta producendo alle nuove generazioni – continua Pacifico –, Inps e Governo si stanno confrontando sul presente. E anche in questo caso, le notizie non sono ottimali. […]

Anief ricorda che a fine 2015 il presidente Inps, Tito Boeri, ha presentato uno scenario non molto distante da quello anticipato oggi da Anief-Cisal: “Chi oggi ha 35 anni prenderà una pensione più bassa del 25% rispetto a quella delle generazioni che li hanno preceduti (per esempio, i nati intorno al 1945) pur lavorando almeno fino a 70 anni (sorte che toccherà al 40% dei lavoratori) ma anche fino a 75 anni, cosa che capiterà a molti «nell’ipotesi di un tasso di crescita del Pil dell’1%”, ha detto Boeri, presentando una simulazione sulla base di un campione di circa 5.000 lavoratori nati nel 1980. Con l’importo medio della pensione che “scenderà infatti da 2.106 a 1.593 euro; l’importo medio delle pensioni anticipate da 2.380 a 1.840 euro”. […]

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