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Le specie a rischio in Italia: cosa dice la nostra Lista Rossa

Nel 2000 i Capi di Stato e di Governo si erano dati 15 anni di tempo per raggiungere otto obiettivi, i “Millenium goals” volti alla costruzione di un mondo più equo e giusto. Sebbene la maggior parte degli obiettivi ponga al centro la persona, il settimo punto allarga lo sguardo anche verso l’ambiente indicando la biodiversità, cioè la varietà degli esseri viventi presenti sul pianeta, come una cosa da salvaguardare e una ricchezza imprescindibile anche per la specie umana. Ora alle porte del 2015 sarebbe quasi il momento di tirare le somme.
Già nel 2010 era fissato il primo controllo, dato che a quel punto si sarebbe dovuto dimezzare il numero di specie perse ogni anno. Ma quanto fatto entro il 2010 sembra non essere stato sufficiente: infatti trascorso quell’anno, dedicato a livello internazionale alla biodiversità, le Nazioni Unite si sono viste costrette a fare un piano strategico della durata di dieci anni (il “Decennio delle Nazioni Unite per la Biodiversità“), al fine di  trovare nuove strategie per arrestare la perdita di specie animali e vegetali.  Mentre dunque da qui a pochi mesi ci attende la verifica finale dei Millenium goals, di fatto i tempi si sono allungati fino al 2020.

Anche l’Italia si è allineata alle richieste internazionali ed europee, e nel 2010 ha iniziato a definire una Strategia Nazionale per la Biodiversità (SNB) che coprirà un arco di tempo che va dal 2011 al 2020.
Il 2011 e il 2012 sono stati anni importanti per definire lo stato dell’arte: è infatti uscito un rapporto per monitorare lo stato della biodiversità e della sua difesa a livello nazionale.  Dallo studio è emerso che in Italia non mancano le regioni che hanno preso provvedimenti in favore dell’ambiente, le buone pratiche e le eccellenze,  ma la situazione non è uniforme sul territorio nazionale e serve maggiore coordinazione e regole più definite.  Dall’altro lato il rapporto evidenzia come i 15 obiettivi strategici individuati siano stati avviati tutti, mentre solo uno abbia raggiunto una quota di completamento pari a circa l’8%.

Nel caso della difesa della biodiversità delle specie animali e vegetali, la realizzazione del SNB è stata di fondamentale importanza perché ha stabilito che anche in Italia dovessero essere stilate Liste Rosse Nazionali secondo i criteri di classificazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura  (IUCN), in modo da seguire regole specifiche per il riconoscimento delle specie a rischio di estinzione.

Facciamo i conti delle specie a rischio

Secondo l’ONU l’Italia è un Paese estremamente ricco in biodiversità, con il più elevato numero e la maggiore densità di specie animali e vegetali dell’Unione Europea. La stima delle Nazioni Unite è di 58 mila specie animali,  6700 specie vegetali e 20 mila fungine.
Ma cosa dicono del rischio di queste specie le Liste Rosse dedicate al nostro paese?

Una prima lista formulata è quella che riguarda i vertebrati presenti in Italia, che ha considerato 672 specie (576 terrestri e 96 marine). Di queste, 6 sono estinte nella regione in tempi recenti. Le specie minacciate di estinzione sono un totale di 161 (138 terrestri e 23 marine) – pari al 28% delle specie valutate – mentre il 50% circa delle specie di vertebrati italiani non è a rischio di estinzione imminente. Facendo una proporzione, sono più a rischio i vertebrati marini rispetto a quelli terrestri.

Delle specie in pericolo critico, il 14% sono pesci cartilaginei (squali, razze e chimere), il 21% pesci di acqua dolce, a cui seguono in minor misura uccelli (4%), rettili (2%) e mammiferi (2%).

La scomparsa di vertebrati (esclusi gli uccelli) è spesso legata all’inquinamento (15% delle specie) o alla degradazione del loro habitat naturale (20% delle specie). L’ambiente più a rischio è quello delle grotte, dove le specie minacciate supera la metà di quelle esistenti in questo habitat. Alle grotte seguono l’ambiente umido, con il 40% delle specie minacciate, e poi le foreste con il 25%.  In mare invece le specie più a rischio sono le specie che abitano la piattaforma continentale o il mare aperto.

La seconda Lista Rossa creata in Italia è quella dedicata alla flora. L’Italia è una zona molto ricca anche per la flora, dato che ospita sul suo territorio circa 7000 taxa.   Nel report sono state valutati 396 taxa così suddivisi: 297 piante vascolari, 61 Briofite, 25 Licheni e 13 Funghi.

Una percentuale significativa di piante vascolari ricade nelle tre categorie di minaccia principali: il 7.4% sono considerate vulnerabili, il 25.3% sono in pericolo, mentre il 32.7% sono in pericolo critico. Tra i licheni ben il 76% delle specie valutate sono state assegnate alle tre principali categorie di minaccia. La stessa sorte è toccata al 34% delle briofite, mentre dei funghi considerati il 77% è a rischio.  Anche nel caso delle piante, la minaccia principale è legata alla degradazione del loro habitat o alla presenza dell’uomo.

La situazione della flora italiana non è stata considerata soddisfacente dai botanici che hanno redatto il report e la richiesta è stata quella di portare almeno a 1500 il numero di taxa inclusi nello studio.

Al Ministero dell’ambiente sarà richiesto andare al 2015 di coordinare al meglio la strategia avviata per la biodiversità nel nostro paese, e di trovare fondi in favore della tutela delle specie a rischio. Nello stesso tempo l’Italia avrà un ruolo importante anche a livello europeo: nel semestre italiano non dovremo formulare leggi in favore dell’ambiente, ma occorrerà preparare gli stati europei a importanti appuntamenti internazionali volti a fare il punto della situazione a livello mondiale. E il compito potrebbe non essere semplice, dato che la politica comunitaria in materia di biodiversità si è dimostrata debole.

Liste Rosse italiane:

http://www.iucn.it/liste-rosse-italiane.php

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http://oggiscienza.wordpress.com/2014/08/29/i-droni-al-servizio-delle-specie-protette/

I droni al servizio delle specie protette

Cosa pensano gli italiani dei droni? Secondo un’indagine demoscopica eseguita dalla Doxa per l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC), solo il 40% degli italiani sa cosa sia un drone. Forse ne hanno sentito parlare soprattutto nei servizi al telegiornale che descrivono i conflitti in atto, e non sembrano entusiasti del loro utilizzo per questo scopo.
In realtà più della metà degli intervistati dall’indagine ENAC è consapevole del fatto che i droni siano usati anche per altri scopi: il 51% risponde ad esempio che la protezione civile si serve di questi veicoli; il 43% pensa siano usati per controllare il traffico; per il 40% servono a sorvegliare le frontiere; meno rilevanti sono gli impieghi in agricoltura, per il trasporto merci e per il tempo libero.
Malgrado la scarsa conoscenza di questi mezzi aerei, terrestri oppure navali comandati a distanza e capaci di muoversi senza un pilota a bordo, il mercato dei droni in Europa raggiungerà i 15miliardi di euro entro i prossimi dieci anni. E anche in Italia le attività che ruotano attorno al settore sono in costante crescita. […]

I droni e la scienza

Tuttavia la funzione dei droni va aldilà della sicurezza e del controllo del territorio. Tali strumenti infatti sono già utilizzati anche al servizio della scienza. Ne è un esempio un’organizzazione che vuole diffondere la cultura dei droni per sfruttarla nell’ambito della conservazione delle specie, soprattutto nelle zone in via di sviluppo. Conservation Drones raccoglie numerosi esempi di applicazione in campo bio-ecologico, dei veicoli aerei privi di pilota. […] Dalla vegetazione, agli animali in via di estinzione o braccati da cacciatori, fino al mare: è su questi terreni che si si muovono i droni seguiti dal gruppo di scienziati.

[…] Anche l’Italia, mossa dalla necessità di controllare le aree e le specie protette del proprio paese a un costo sostenibile, ha esempi di utilizzo dei droni. Un drone particolare è stato progettato e costruito presso il Laboratorio di Sistemi e Tecnologie Marine (LA.SI.TEC.MA.) del Dipartimento DEIM dell’Università di Palermo, dal gruppo guidato da Francesco Maria Raimondi con Paola Gianguzza, del dipartimento DiSTEM, per la parte di biologia marina. Adatto all’ambiente marino, il drone palermitano è un veicolo acquatico/marino che non procede solo planando sulla superficie dell’acqua, ma ha la particolarità sperimentale di immergersi fino a due-cinque metri di profondità consentendo un’osservazione più ravvicinata delle specie marine. Il controllo da terra è possibile fino a 22 Km di distanza dalla costa, ma il mezzo può spingersi anche oltre la portata ottica limitata dalla curvatura della terra grazie ai mezzi di comunicazione satellitare. Inserito nella Strategia Regionale dell’Innovazione 2014-2020, il drone è stato brevettato e tra le applicazioni possibili è anche previsto la raccolta di informazioni in tempo reale su densità, struttura di popolazione, comportamento, habitat selezionati di alcune specie presenti nei mari siciliani. Come ha sottolineato Raimondi “il drone è in grado di seguire le rotte dei banchi di pesce e le specie monitorate, opportunamente “taggate” acusticamente, anche oltre i confini delle acque territoriali. Inoltre, considerato il pescaggio di soli 17 cm, può spingersi anche in zone che sarebbero poco accessibili alle barche da ricerca, ed è in grado di decidere autonomamente percorsi alternativi in caso di condizioni meteorologiche avverse o di seguire reticoli marini preprogrammati”.

Il veicolo mantiene sotto osservazione le specie marine anche mediante telecamere e strumenti di identificazione acustica montati a bordo. “Il drone costruito permette di monitorare le specie nel loro habitat naturale, senza disturbare i pesci o alterarne il comportamento”, ha continuato Raimondi. Infatti il veicolo marino non produce emissioni nocive né rumori: ha una propulsione elettrica, alimentata da celle fotovoltaiche e, oggetto di sperimentazione, da fuel cells.

Ma il progetto dell’Università siciliana non si limita alla conservazione della biodiversità, ma pensa anche alle ricadute economiche e culturali. Usare strumenti come il drone marino assicura anche tracciabilità del pescato e quindi il soddisfacimento dei quei requisiti di elevata qualità che consentono il riconoscimento della denominazione di origine protetta (dop).
Il prototipo palermitano potrebbe anche essere utile per avvicinare le persone comuni agli ambienti marini meno accessibili. “In sperimentazione la possibilità di dotare il drone di un mini Remote Operated Vehicle, cioè di un mezzo filo-guidato dal drone capace di separarsi da esso per scendere fino a 50-100 metri di profondità”, ha spiegato l’ing Raimondi. “Basterebbe creare un sito citizen-friend, per rendere fruibili a tutti le meraviglie che il mare racchiude, ma anche per assicurare monitoraggio e controllo nell’ambito ad esempio dei beni culturali sommersi e per la fruizione real-time dei percorsi archeologici subacquei”.

Nelle foto seguenti sono riportati i modello 3D del drone e il successivo prototipo costruito sulla base del modello 3D stesso.

Conoscenza e ambiti di possibile impiego della tecnologia RPAS(Remotely Piloted Aircraft Systems)

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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/Stretto-di-Messina-paradiso-della-biodiversita

Stretto di Messina, paradiso della biodiversità

Sebbene il Mediterraneo rappresenti soltanto lo 0,8% della superficie marina dell’Oceano mondiale, la sua biodiversità risulta straordinariamente elevata, soprattutto nelle acque dello Stretto di Messina. L’intenso idrodinamismo, la bassa temperatura e l’abbondanza di sali di azoto e fosforo rendono queste acque simili a quelle atlantiche. Per tale motivo numerose specie, tipicamente atlantiche come le Laminarie (grandi alghe brune), sembrano trovare proprio in questo ambiente esclusivo rifugio. Lo Stretto di Messina, in funzione della sua particolare posizione di confine fra i due bacini occidentale e orientale del Mediterraneo, è un eccezionale punto di osservazione per i flussi migratori delle specie che percorrono i due bacini. Nel suo areale, infatti, convergono o transitano moltissime comunità planctoniche, anche di lontana origine, come il gasteropode Corolla spectabilis (farfalla di mare), il crostaceo decapode Pilumnus inermis, una delle specie più rilevanti nell’associazione dell’idrocorallo Errina aspera, la piccola ofiura Ophiactis balli, la rara oloturia Ocnus petiti e i crostacei Parthenope expansa e Portunus pelagicus.

Un caso particolare è il crostaceo Albunea carabus che, pur essendo un elemento di origine calda (ospite senegalese), estende il suo areale dal Canale di Sicilia (dove l’influenza atlantica è molto marcata) al bacino occidentale. Non mancano sicuramente all’appello la numerosa e varia fauna batipelagica (chiamata fauna abissale), rappresentata dal «pesce vipera» (Chauliodus sloani) «l’Ascia d’argento» (Argyropelecus hemigymnus) e nelle acque antistanti Scilla i celenterati attinie, madrepore e coralli.

Speciale menzione merita poi la presenza, subito a nord del promontorio di Scilla, di grandi colonie di corallo nero del Mediterraneo (Antipathes subpinnata), delle vere e proprie foreste fra le più estese al mondo. Mentre, lungo le coste calabresi tra San Lorenzo e Ferruzzano, nidifica la tartaruga marina Carretta carretta.

Nelle acque calabresi non è raro identificare specie a rischio di pesci cartilaginei, come squali del Mediterraneo e razze, che spesso costituiscono un’importante frazione delle catture accessorie (by-catch) della pesca professionale. La percentuale di riduzione dei grandi predatori ha superato negli ultimi due secoli il 97%. Un fenomeno di notevole interesse scientifico visto che la presenza degli squali, definiti «top predator», è considerata fondamentale per il mantenimento degli equilibri marini. Recentemente è anche stato catturato un baby esemplare di Cetorhinus maximus (squalo elefante). Un evento straordinario, sia perché prima testimonianza registrata lungo il versante ionico della Calabria, sia perché la presenza di un piccolo conferma che il Mediterraneo non è solo area di alimentazione ma anche zona di riproduzione per questo animale. Qui si concentrano infatti lo squalo elefante e martello (Sphyrna sp.), l’aquila di mare (Myliobatis aquila), il pesce vacca (Hexanchus griseus) e la verdesca (Prionace glauca).

Ma come preservare allora questo paradiso?

Attraverso strategie di tutela e conservazione delle specie autoctone ed endemiche. Lo studio della biodiversità marina, sottovalutato per troppo tempo, negli ultimi anni si è particolarmente intensificato per sviluppare interventi di tutela sia degli habitat sia degli organismi a rischio estinzione o in condizioni di precario equilibrio.

Allo stato attuale, frequenti episodi di depauperamento ambientale stanno provocando la perdita di alcune particolarità biologiche, soprattutto di quegli organismi che si trovano ai vertici della piramide alimentare, quali cetacei, pesci cartilaginei, tartarughe, solo per citarne alcuni.

L’eccessivo sfruttamento della fascia costiera provoca una condizione inevitabile di alterazione dell’ecosistema marino, soprattutto della piattaforma continentale. E a incrementare i delicati equilibri ecologici dell’ecosistema, anche i catastrofici eventi naturali di infangamento delle acque marine costiere, con squilibri spesso irreversibili. Una corretta politica di tutela del mare deve necessariamente essere integrata da una corretta gestione della difesa del suolo.

E per poter comprendere il funzionamento dell’ecosistema marino, la sua risposta ai cambiamenti naturali e a quelli indotti dalle attività umane, è nato un centro di eccellenza per lo studio della biodiversità marina a Catona, in provincia di Reggio Calabria, nella sede regionale denominata ex-Ciapi. Grazie ad un Accordo di programma tra Regione Calabria e Istituto per l’Ambiente Marino Costiero (Iamc-Cnr) di Messina, Università Mediterranea di Reggio Calabria, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), e Università di Siena, Calabria, Cagliari, il Centro coordinerà tutti i progetti scientifici mirati alla tutela della biodiversità marina.

I ricercatori dell’Iamc-Cnr di Messina saranno coinvolti in studi di monitoraggio ambientale con particolare riferimento al censimento e alla tutela delle specie animali e vegetali che popolano le acque marine della zona. Le attività di ricerca saranno principalmente orientate alla valutazione del tasso di perdita della biodiversità, all’identificazione e quantificazione di specie alloctone non mediterranee (specie aliene), all’identificazione dei principali fattori di minaccia della biodiversità e all’elaborazione di strategie di conservazione delle specie autoctone e degli habitat sensibili presenti: dalle risorse marine rinnovabili (selettività degli attrezzi, salvaguardia delle taglie minime, controllo della pesca illegale sottocosta ecc.), al censimento delle specie che costituiscono il by-catch (catture accessorie prive di valore economico) della pesca professionale, fino alla realizzazione di una banca dati georeferenziata di tutte le specie animali e vegetali e l’individuazione di biocenosi costiere di particolare interesse ambientale.

L’elemento di forza sarà la sinergia tra il mondo della ricerca e le Amministrazioni locali che potranno attuare misure tecniche di conservazione sulla base di dati scientifici.

Paola Rinelli – Primo Ricercatore presso l’Istituto Ambiente Marino Costiero del CNR, Sezione di Messina

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