Dopo aver visto come in Italia ottenere un dottorato di ricerca non serva praticamente a nulla al di fuori del circoscritto ambito universitario (vedi l’articolo “Il valore del Dottorato di Ricerca in Italia: anni spesi per ottenere un titolo che non serve?“), vediamo un po’ cosa stanno facendo in Europa (e cosa naturalmente non stiamo facendo in Italia) per rendere la formazione universitaria il più possibile utile nel mondo del lavoro.

Ecco un breve estratto della pubblicazione “Dottorati industriali, apprendistato per la ricerca, formazione in ambiente di lavoro. Il caso italiano nel contesto internazionale e comparato” di Michele Tiraboschi:

È da almeno un paio di decenni che si registra, in ambito internazionale e nella riflessione comparata, una crescente attenzione verso l’emersione di innovativi percorsi di alta formazione universitaria e, segnatamente, verso quelle nuove tipologie di dottorato di ricerca che risultano maggiormente orientate alla collaborazione con le imprese e, più in generale, alla soddisfazione dei fabbisogni professionali espressi dal mercato del lavoro. Una letteratura oramai cospicua segnala, con puntualità di dettagli e conseguenti valutazioni di carattere teorico-ricostruttivo, le molteplici esperienze avviate in numerosi Paesi e la parallela evoluzione del quadro normativo di riferimento. Non così si può dire, tuttavia, per l’Italia. Ancora non si parla dei dottorati cosiddetti professionali presenti nella esperienza americana, australiana e inglese, mentre scarso interesse ha sin qui destato l’introduzione nel nostro ordinamento, con l’articolo 11, comma 2, del decreto ministeriale 8 febbraio 2013, n. 45, della figura dei dottorati industriali che pure sono diffusi da oltre quarant’anni nel Nord-Europa e, segnatamente, in Danimarca, Norvegia e Svezia. Né più né meno, in realtà, di quanto già accaduto con rifermento alla previsione, ai sensi dell’articolo 50, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (infra, § 5), di innovativi percorsi di dottorato di ricerca in apprendistato che, praticamente, è rimasta senza alcun seguito applicativo. […] Lettera morta sono rimaste nella prassi operativa, pur a fronte di una non trascurabile attenzione da parte della dottrina, anche le positive aperture contenute nell’articolo 14 della legge 24 giugno 1997, n. 196 alla occupazione nel settore della ricerca e, segnatamente, le misure a favore dell’inserimento di laureati e dottori di ricerca in imprese e loro consorzi attraverso assunzioni a termine di tipo soggettivo finalizzate alla realizzazione di specifici progetti di formazione e ricerca. […] Tutte da verificare sul piano degli esiti occupazionali sono, infine, quelle misure di incentivazione della transizione dalla università al mercato del lavoro attraverso percorsi di alta formazione, specie sotto forma di master, che paiono in realtà trasferimenti monetari agli Atenei e, in particolare, ai docenti impegnati nella progettazione ed erogazione di una offerta formativa altrimenti senza mercato. Una formazione presa in considerazione dai neolaureati non certo per la qualità e le dubbie opportunità di lavoro a essa connesse, quanto perché integralmente finanziata dalle Regioni, attraverso un uso discutibile delle risorse del Fondo Sociale Europeo, alla stregua di un mero sussidio pubblico contro l’inattività e la crescente disoccupazione intellettuale che poco ha a che fare con l’alta formazione e la ricerca. […] Rispetto al dibattito internazionale e alla riflessione comparata, si potrebbe invero ritenere che il ritardo italiano sia principalmente dovuto alla (relativamente) recente introduzione nel nostro ordinamento dei dottorati di ricerca. Eppure così non è se solo si pensa a quanto è avvenuto – e ancora sta avvenendo – in Paesi come l’Australia, il Brasi-le e la Malesia – certamente tra i più avanzati nella innovazione dei percorsi di formazione dottorale – che pure hanno una tradizione altrettanto recente in materia di dottorati di ricerca. Vero è, piuttosto, che nella loro trentennale esperienza, i dottorati di ricerca italiani si sono caratterizzati, spesso in negativo, come scuole autoreferenziali di formazione e cooptazione di accademici e futuri professori, più che come vibranti centri di innovazione e trasferimento tecnologico e, più in generale, terre di frontiera nella collaborazione tra università e imprese in funzione dell’avanzamento delle conoscenze del sistema economico, sociale e produttivo del Paese. Proprio per questo motivo – e anche a prescindere, per il momento, dal nodo della radicata diffidenza dell’ordinamento giuridico e del sistema di relazioni industriali verso forme di apprendimento in impresa (infra, § 4) – non sorprende la circostanza che i dottorati italiani, salvo alcune limitate e lodevoli eccezioni, siano stati non soltanto incapaci di attrarre e convogliare significativi finanziamenti privati, ma anche di progettare e realizzare robusti percorsi di formazione e ricerca in funzione delle esigenze e dei fabbisogni professionali espressi dal mondo produttivo e dal mercato del lavoro. È per questo insieme di ragioni che non convincono i toni enfatici con cui la stampa specializzata ha accolto, in una finestra temporale invero relativamente estesa, la novità dei dottorati industriali dimenticando di evidenziare non solo l’estrema reticenza del regolamento ministeriale, tanto in termini definitori che prescrittivi (infra, § 2), ma anche i non fruttuosi precedenti delle scuole di dottorato, che pure presupponevano per la loro istituzione «stretti rapporti con il sistema economico-sociale e produttivo». Per non parlare poi dei già ricordati percorsi di dottorato in apprendistato di alta formazione che, a più di dieci anni dalla loro introduzione nel nostro ordinamento, ancora stentano a decollare. […] In Italia sono oltre 12 mila i laureati che, ogni anno, entrano in un dottorato di ricerca. Il loro obiettivo è accedere, al termine del percorso di dottorato, alla carriera accademica. Questo è anche l’auspicio di massima dei loro tutor e docenti che sono prevalentemente espressione del mondo accademico, che ancora detiene il monopolio assoluto sul rilascio dei titoli di dottorato e, proprio in funzione esclusiva di tale obiettivo, li formano e li addestrano. Le statistiche dicono tuttavia che solo pochi di loro (circa 2.000) riusciranno realmente, dopo una lunga transizione fatta di volontariato, borse post dottorato, assegni di ricerca e contratti precari, a proseguire la trafila ed entrare nei ruoli universitari. Da qui, è stato sostenuto, l’idea di un dottorato di ricerca in collaborazione con le imprese o di taglio industriale con l’obiettivo di non disperdere, al termine del percorso accademico, quel patrimonio di conoscenze e competenze che questi giovani ricercatori hanno comunque accumulato. […]

http://www.bollettinoadapt.it/dottorati-industriali-apprendistato-per-la-ricerca-formazione-in-ambiente-di-lavoro-il-caso-italiano-nel-contesto-internazionale-e-comparato/

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Vedi l’articolo “Disoccupazione giovanile: perché l’apprendistato non decolla in Italia?

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