Dopo aver fatto il punto della situazione sul perchè il futuro delle economie più sviluppate si sta sviluppando verso quella che definita “economia della conoscenza” (vedi l’articolo “Verso l’economia della conoscenza: c’è chi va avanti e c’è chi resta indietro…“), ecco un piccolo riassunto e promemoria, realizzato dal consiglio scientifico del CNR, sui potenziali benefici della ricerca scientifica sull’economia di uno Stato:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/ricerca-richiesta-del-consiglio-scientifico-del-cnr/luglio-2014

Ricerca: la richiesta del Consiglio scientifico del Cnr

Nel luglio 1945, mentre la guerra si era appena conclusa in Europa ma continuava in Asia e nel Pacifico, Vannevar Bush – il consigliere scientifico del presidente  degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt, da poco defunto – rendeva pubblico un rapporto, Science. The Endless Frontier, che è considerato l’atto inaugurale sia della moderna politica della scienza, sia della moderna economia fondata sulla conoscenza.

Il testo è breve, poche decine di pagine, ma molto denso e molto articolato. È possibile riassumerlo in quattro punti.

         1. Il primum movens dell’intero processo di innovazione tecnologica e, quindi, di sviluppo economico è la ricerca di base. Quella che noi oggi chiamiamo curiosity-driven, diretta dalla sola curiosità del ricercatore. La storia ha dimostrato che solo questo tipo di ricerca riesce, in maniera imprevedibile a priori ma perfettamente comprensibile a posteriori, a produrre autentiche novità culturali che si trasformano, in tempi più o meno brevi, in nuove tecnologie. 

È stata solo una molla intellettuale che ha consentito al libero pensiero di Albert Einstein di immaginare un nuovo sistema-mondo e di “creare”, nel 1915, la teoria della relatività generale. 
Oggi il navigatore dei nostri telefoni cellulari – ovvero del mezzo di comunicazione di massa che ha avuto pi successo e diffusione negli ultimi anni – può indicarci, passo dopo passo, il percorso più breve per raggiungere quel tal ristorante in una città che visitiamo per la prima volta grazie al Global Positioning System che si basa sui principi relativistici di Einstein. Il fisico tedesco, naturalmente, tutto avrebbe immaginato tranne che la relatività generale un giorno ci avrebbe portati al ristorante. L’idea che la ricerca fondamentale non serva solo ad appagare la curiosità dell’uomo e non assolva solo a una funzione culturale (il che comunque non sarebbe davvero poca cosa) ma sia anche il primum movens dell’economia era ben chiara a Michael Faraday, l’eclettico scienziato inglese che nel XIX secolo ha dato un contributo, fondamentale appunto, allo sviluppo delle conoscenze sui fenomeni elettromagnetici. La leggenda vuole che quando il Primo ministro di Sua Maestà Britannica ha visitato il suo laboratorio e abbia osservato i fenomeni di induzione elettromagnetica, abbia commentato: «Interessante. Ma a che serve?». Al che Faraday, pronto, rispose: «Eccellenza, non lo so. Ma so per certo che da qui a vent’anni vi applicherete una tassa sopra». La nostra rete elettrica si basa, ancora oggi, sui dispositivi di Faraday.

         2. Un secondo punto messo in evidenza da Vannevar Bush è: non facciamo i furbetti. Non pensiamo di far svolgere (e di far finanziare) la ricerca di base ad altri paesi e di dedicarci unicamente alle applicazioni pratiche (e commercialmente ricche) delle nuovo conoscenze. Non funziona. La tua capacità di innovazione tecnologica dipende sia dalla piena comprensione del fenomeno sia dalla tempestività. E solo chi produce nuova conoscenza di base ha gli strumenti cognitivi per applicarla in tempi rapidi.

         3. Solo lo stato può finanziare, in maniera sistematica e importante, la ricerca di base e curiosity-driven. Perché – sosteneva Vannevar Bush, che politicamente era un conservatore anche se collaborava con un presidente democratico – le imprese non hanno, non possono avere, lo sguardo lungo. Non possono pensare al bene generale che si genera in tempi e modi imprevedibili. Le imprese voglio un ritorno a breve e sicuro ai loro investimenti. La storia ha dimostrato che non solo i più grandi risultati scientifici, ma anche le idee alla base dei prodotti tecnologici di successo sono nate in centri di ricerca finanziati con denaro pubblico.

         4. Per assolvere ai suoi compiti di politica della ricerca (e di politica economica) lo stato deve finanziare, dunque, la ricerca di base e curiosity-driven. E lo deve fare, sosteneva Vannevar Bush, in maniera organica ed efficiente sulla base di un solo principio: il merito. Per questo occorre un’Agenzia nazionale indipendente dalla politica (Bush ipotizzava la creazione di quella National Science Foundation che è poi effettivamente nata) che coordini e finanzi l’intero sistema di ricerca del paese.

Questi quattro punti sono ancora oggi il fondamento di ogni seria politica della ricerca. E di ogni seria politica economica. Con il loro documento (Dichiarazione sui benefici della scienza), i consiglieri scientifici del nostro massimo Ente Pubblico di Ricerca, autorevolmente lo ricordano a noi. E al nostro governo.  

11 luglio 2014

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Aggiornamento del 10 novembre 2014:

Libro “Società ed economia della conoscenza” di Sergio Ferrari

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/daniela-palma/conoscenza-scientifica-rilanciare-leconomia/novembre-2014

In che misura l’aumento esponenziale delle conoscenze scientifiche ha cambiato il DNA del mondo in cui viviamo e quali sono le importanti implicazioni che ne derivano? Questa domanda sta al cuore del breve (ma denso) saggio di Sergio Ferrari “Società ed economia della conoscenza”, nel quale l’autore intende mettere a fuoco i processi che hanno portato a un sempre più fitto intreccio tra crescita delle conoscenze scientifiche e sviluppo economico e a una profonda trasformazione delle dinamiche che condizionano quest’ultimo.

Per entrare in questa prospettiva non è sufficiente l’osservazione dei soli effetti apparenti del progresso tecnico sulla crescita economica, ma bisogna ragionare sulla capacità di innovazione delle applicazioni della scienza in risposta alle necessità del mondo reale e su come le stesse dinamiche dello sviluppo sollecitano il progresso scientifico. Ferrari pone pertanto all’attenzione il fatto che il crescente ruolo assunto dall’innovazione tecnologica nello sviluppo dell’economia contemporanea “traduce il cambiamento delle relazioni tra conoscenza scientifica e applicazioni tecnologiche”. L’innesco del processo cumulativo dello sviluppo ha fatto sì che il progresso tecnologico si imponesse man mano in forme più composite, rendendo sempre più articolato e sofisticato il rapporto tra scienza e tecnologia e sempre più sfumato il confine tra le cosiddette innovazioni “radicali” e quelle “incrementali”. In altri termini, l’innovazione non è più il frutto episodico di una qualche invenzione rilevante (come accadeva agli albori della rivoluzione industriale) mentre l’estensione ormai raggiunta dalle conoscenze scientifiche e tecnologiche consente di elaborare le soluzioni innovative più efficaci rispetto ad obiettivi di “qualità dello sviluppo”. Ed è questo il passaggio cruciale. L’”innovazione” cessa di essere un fatto occasionale per diventare strumento di “programmazione” dello sviluppo traendo a sua volta da quest’ultimo ulteriori stimoli.
Per Ferrari tutto questo rappresenta la piena realizzazione della visionaria concezione del rapporto tra sviluppo e innovazione, che si deve a Joseph Schumpeter agli inizi del ‘900, quando l’impatto del cambiamento tecnologico sulla dinamica economica cominciava già ad essere consistente e a manifestare connotati differenti da quelli emersi con la prima rivoluzione industriale. L’innovatore “demiurgo” di Schumpeter, che “distrugge un presente non più interessante, per poter costruire così un nuovo sistema basato su nuovi prodotti e nuovi servizi”, è colui che mette in moto lo sviluppo (determinando una dinamica economica qualitativamente differente da quella del passato) e che ne imprime la direzione.

La storia del ‘900 – in particolare quella successiva al secondo dopoguerra – mostra chiaramente come il corso dello sviluppo contemporaneo sia stato sempre più segnato da dinamiche di tipo schumpeteriano. Ma l’importanza di questa storia sta soprattutto nel far emergere che dietro alle innovazioni dell’età contemporanea esiste una “progettualità” di fondo che attinge al patrimonio delle conoscenze scientifiche accumulate, per fornire soluzioni alla domanda di trasformazione che lo stesso processo di sviluppo genera e che coinvolge tutti gli attori del sistema socio-economico. Questa “progettualità” vive in una dimensione sistemica in cui occupano un posto ben preciso fattori essenziali per l’innesco di ogni processo innovativo e che per questo possono essere definiti i pilastri di un Sistema Nazionale dell’Innovazione: la base delle conoscenze (che prende forma nel patrimonio umano presente nelle diverse strutture di ricerca); una finanza specificamente orientata allo sviluppo delle tecnologie; una managerialità capace di mettere in rapporto il progresso tecnologico e la realizzazione di politiche per lo sviluppo. Tutto questo traduce l’enorme potenzialità della conoscenza scientifica come nuovo strumento delle politica economica, ma evidenzia anche l’enorme complessità che i processi innovativi sottendono, ancorché “programmabili”. E non si tratta della sola dimensione finanziaria – che pure occupa un posto assai rilevante, considerato l’elevato onere di investimento richiesto ai progetti innovativi a fronte di una redditività differita in un futuro dagli esiti incerti – ma anche di questioni – che investono i tratti dello sviluppo – che si richiamano a una dimensione “etica, politica e sociale”. In altri termini, in quanto strumento influente sul corso dello sviluppo e in quanto “programmabile”, l’innovazione dovrà sempre accompagnarsi a una capacità di visione dello sviluppo, entro una sfera di “responsabilità” di tipo pubblico, non ultima quella di esprimere politiche di promozione della ricerca che non trascurino  mai l’essenziale componente “curiosity driven” di questa attività.

Per quanto complesso, il percorso è comunque segnato, e non è oramai più possibile fuoriuscire dalle logiche della società e dell’economia della conoscenza. In questo senso il caso dell’Italia – a cui Ferrari dedica una buona parte della trattazione – appare paradigmatico. Se si guarda alle vicende dell’Italia – sottolinea Ferrari – si capisce infatti che lo scarso accoglimento del Paese nei confronti dell’economia della conoscenza, e dunque lo scarso peso assegnato a politiche per lo sviluppo della ricerca e a politiche industriali per favorire la crescita di settori avanzati – diversamente da quanto avvenuto nei maggiori paesi occidentali – si è risolto in un processo di inarrestabile declino, di cui il versante economico non è che l’epifenomeno. La scarsa attenzione dedicata a questa specificità dell’Italia, attenzione che è divenuta pressoché nulla dall’inizio della presente crisi internazionale, rappresenta inoltre un’aggravante di tutta la situazione. Se non si coglie questo punto, anche l’auspicabile cessazione delle politiche di austerità non sarà sufficiente a riallineare l’economia italiana a quella degli altri maggiori partner europei. Ed è molta la strada che ad oggi il nostro Paese deve recuperare. Ma è molto lunga, in definitiva, anche la strada che l’Europa tutta deve percorrere – sottolinea Ferrari. Puntando a superare i crescenti divari tra i suoi paesi e a realizzare gli obiettivi dei suoi padri fondatori nel segno del progresso civile e sociale. Obiettivi che –  concludiamo noi – la società della conoscenza può e deve realizzare, affinché il suo ingresso nella storia dello sviluppo umano abbia realmente un senso.

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