Tratto dal bollettino Adapt – 13 settembre 2013 – di Francesco Nespoli:

Apprendista sarà lei”. La comunicazione inefficace di una buona opportunità” (pdf)

Forti agevolazioni fiscali per le aziende, garanzia al dipendente sia di una retribuzione, sia di una formazione pianificata, tutela assimilabile a quella di un normale contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato… Stando ai suoi requisiti, l’apprendistato dovrebbe presentarsi da sé come una tipologia contrattuale destinata al successo: invitante per i datori di lavoro e apprezzata dai giovani in cerca di occupazione.

Tuttavia la formula, a partire dall’entrata in vigore del Testo Unico del 2011, non ha conosciuto lo sperato decollo. Anzi, trascorso più di un anno dall’intervento della riforma Fornero (2012) si è dovuto constatare come il terreno occupato dall’apprendistato si sia addirittura ritirato. Non sono solo le imprese ad aver manifestato scarso interesse verso l’istituto, anche tra i giovani si registra infatti scarso entusiasmo. […]

La vera comunicazione che cambia le cose però, soprattutto nell’era del web, sarebbe stata quella tra le persone, propense ad un passaparola positivo, testimoni di esperienze virtuose di percorsi di formazione e lavoro. Sarebbero servite numerose e diffuse narrazioni di successo che circolassero in rete, e poi su mezzi tradizionali, per cominciare a consolidare intorno all’apprendistato un corollario di valori. Un obiettivo di storytelling meglio perseguito dalla regione Lombardia con il volume “Lavorare è il miglior modo per imparare”, presentato nel novembre del 2012, che raccoglie una serie di testimonianze dirette di ragazze e ragazzi che, al termine di corsi tecnici e professionali, “hanno saputo cogliere occasioni di lavoro e di successo”.

Per tornare alle attività del ministero, un esempio analogo è addirittura del 2010 e si trova in un breve video documentario dal titolo “Lavoro e imparo. Storie di apprendistato”, che langue però ormai nella palude della non-viralità sul canale youtube dell’Isfol: nessun commento e 3 “mi piace”.

Stando alla campagna recente, cosa dire del sito “vetrina” creato contestualmente al lancio della campagna, completamente privo di canali di interazione se si esclude la possibilità di richiedere informazioni tramite un indirizzo e-mail?

E se si cerca la parola “apprendistato” sulla bacheca Facebook di Click Lavoro si troveranno solo un altro brevissimo spot istituzionale, postato il 12 dicembre 2012, che riscuote attualmente 14 “mi piace” e 18 condivisioni, nonché una sondaggio lanciato il 22 ottobre 2012 a riguardo dei vantaggi della tipologia di contratto in questione, che ha ricevuto nove risposte in totale. Risultato incredibilmente basso per una call to action che proviene da una pagina con più di 28 mila “mi piace”.

In sintesi una campagna di relazione oltre che di momenti pubblicitari non c’è stata.

Ancor più in profondità è però da rilevare che anche se si fosse andati oltre la programmazione di brevissimi passaggi televisivi, gli sforzi sarebbero probabilmente stati vani. Non solo perché qualsivoglia racconto positivo non avrebbe potuto rappresentare a lungo lo stato dei fatti, che è addirittura contrario a quelli cui la stessa campagna avrebbe dovuto condurre, ma anche perché la campagna di comunicazione voluta da Fornero non era diretta ad aggredire il problema culturale di fondo, ossia la separazione che nel mondo della formazione, e nel suo immaginario, vige tra attività intellettuale e cultura pratica. A questo riguardo un testimonial che ironicamente non si ricorda in quale disciplina è laureato, suggerisce addirittura che l’esperienza universitaria non sia significativa, e che l’esercizio pratico abbia fatto tutto il resto. […]

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http://www.tempi.it/ogni-giorno-centinaia-di-studenti-si-recano-in-azienda-per-imparare-facendo-qui-diamo-voce-alla-loro-esperienza#.U8I-1Pl_sk9

Ogni giorno centinaia di studenti si recano in azienda per imparare facendo. Qui diamo voce alla loro esperienza

Luglio 9, 2014 – Michele Tiraboschi

L’apprendistato in alternanza tra scuola e lavoro è da poco realtà anche in Italia. Tempi.it e Adapt hanno deciso di raccontarlo insieme per vincere il pregiudizio culturale di chi non crede che possa essere una possibilità per tutti.

AdaptCon questo editoriale che pubblichiamo, Michele Tiraboschi, direttore del Centro studi internazionali comparati Adapt-Marco Biagi, inaugura la sezione con cui Tempi.it e Adapt intendono collaborare al racconto di storie ed esperienze significative di pratiche di apprendistato in alternanza tra scuola e lavoro in Italia.

Che futuro possiamo offrire ai nostri giovani? Quanti anni di calvario li attendono prima di trovare un lavoro? Potranno, infine, realizzare i loro sogni e concretizzare anni di studio?

Una risposta a simili quesiti potrebbe essere l’apprendistato; anche se, non sempre, l’apprendistato sembra essere lo strumento più adatto agli occhi delle famiglie e dei giovani, che ancora lo accostano, talvolta, all’immagine del vecchio garzone di bottega e che disdegnano, dopo lo studio, una sana gavetta come migliore risposta al difficile inserimento nel mondo del lavoro.

Nonostante la diffidenza, però, le buone pratiche non mancano. Ogni giorno centinaia di giovani si recano sul posto di lavoro per imparare un mestiere. Alcuni di questi lo fanno anche durante l’orario scolastico grazie all’alternanza scuola-lavoro.

Per queste ragioni è utile una rubrica come quella che inauguriamo oggi. Il servizio migliore che si possa offrire all’apprendistato, infatti, è quello di raccontare esperienze presenti sul territorio. È quello che fanno già da tempo i giornali stranieri (The Guardian su tutti), che utilizzano le loro colonne per interessanti e utili sperimentazioni di “storytelling” sul tema.

Lo scarso utilizzo dell’apprendistato in Italia, invece, ha una natura più culturale che altro. L’idea che il luogo di lavoro possa essere lo spazio centrale di crescita delle competenze è ancora molto distante dalla sensibilità di un certo mondo imprenditoriale e sindacale italiani.

Anche i nostri ragazzi spesso non sono a conoscenza di questa possibilità. Raccontare le storie di tanti loro coetanei, pertanto, potrebbe mostrargli un mondo ignorato sia per un pregiudizio culturale, del quale sono succubi, sia per mancanza di informazione da parte dei media.

Mostrare che, dove avviene, l’apprendistato funziona, forma lavoratori competenti, aumenta l’occupabilità dei giovani, diminuisce il rischio di disoccupazione è oggi il modo migliore per tentare di sciogliere questo nodo culturale che tanto fa male al nostro Paese.

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http://www.ilfoglio.it/articoli/v/119002/rubriche/margaret-thatcher-disoccupazione-gran-bretagna.htm

Così la Thatcher ha cambiato verso alla lagna sui “giovani penalizzati”

L’Istat inglese sul “caso” Regno Unito: i lavoratori under 40 guadagnano più dei baby boomers. In Italia è l’inverso

di Luciano Capone | 10 Luglio 2014

Uno stato leggero e un sistema di mercato non eccessivamente gravato da vincoli di ogni tipo, che premia il merito e non ostacola la concorrenza, favorisce soprattutto i giovani. Un recente studio dell’Office for National Statistics, l’Istat britannico, sui “Salari nel Regno Unito negli ultimi quattro decenni”, mostra con estrema chiarezza gli effetti di lungo periodo sugli stipendi della “rivoluzione liberale”, nel paese che negli anni 80 è stato il laboratorio mondiale della riscossa “neoliberista”. Nell’immaginario collettivo i baby boomers, i nati nel Dopoguerra, rappresentano la generazione più fortunata, quella che ha beneficiato della crescita economica e dell’aumento dei consumi, incappando nella Grande recessione soltanto subito prima o subito dopo la pensione. Secondo i dati elaborati dall’ufficio di statistica inglese, le cose non stanno proprio così. […]

Una tendenza opposta a quella italiana. Nel nostro paese ricchezza e redditi più alti sono appannaggio dei più anziani, mentre scendono le retribuzioni dei più giovani. Secondo la Banca d’Italia, dal 1991 al 2012 il reddito è salito sia per gli over 55 (dal 104 al 122 per cento rispetto alla media generale) che per gli over 65 (dal 95 al 114 per cento), “per le classi di età più giovani, invece, il reddito equivalente diminuisce significativamente rispetto alla media generale: il calo è di circa 15 punti percentuali per le persone fra 19 e 34 anni e di circa 12 punti percentuali per quelli tra 35 e 44 anni”. La crisi dell’Eurozona non ha mutato il trend.

Parla l’economista Francesco Daveri

La realtà è che la crescita dei salari è legata alla produttività, che da noi è rimasta inchiodata – dice al Foglio Francesco Daveri, docente di Economia politica all’Università di Parma […]. Per far ripartire la produttività è necessario riformare un sistema incrostato che ostacola la crescita e l’innovazione. “Le istituzioni contano – prosegue Daveri – in Italia è più conveniente far parte delle categorie protette, quelle fortemente sindacalizzate, dove si possono far crescere i salari più della produttività, ma alla lunga si perdono posti di lavoro”. Più o meno la situazione inglese negli anni 70 […]. L’Italia si trova in una situazione difficile, con una mobilità del capitale simile a quella americana e inglese, ma con istituzioni che corrispondono ad un modello manifatturiero superato, in cui sono contrapposti capitale e lavoro: “Nell’epoca di internet e dell’Ict abbiamo conservato istituzioni di un’epoca precedente, non adatte a un’economia di servizi. Un modello che pensa di conservare con la baionetta posti di lavoro destinati a scomparire”. E la globalizzazione che poteva essere un’opportunità si sta trasformando in un boomerang: “Ora le obiezioni non sono solo al mercato – conclude Daveri – ma anche alle nuove tecnologie che necessitano del libero mercato. Ma se prevalgono le forze che resistono al cambiamento, il rischio è quello di subire solo i lati negativi della globalizzazione”.

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Aggiornamento del 17 agosto 2014:

Da questa interessante pubblicazione dell’associazione ADAPT (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni industriali), l’Italia sta ostinatamente disattendendo le tredici linee-guida predisposte dall’UE per il consolidamento di un sistema efficace di apprendistato per i giovani. Mentre in Europa si sta diffondendo e migliorando il modello dell’apprendistato per avvicinare ed integrare il più possibile il mondo della scuola e quello del lavoro, con buoni risultati per quanto riguarda l’aumento del tasso di occupazione giovanile e la riduzione della disoccupazione, in Italia questo sistema è stato formulato in modo tale da non consentire un’adeguata formazione dei ragazzi, i quali non stanno di conseguenza traendo alcun vantaggio da questa potenziale possibilità di formazione ed inserimento nel mercato del lavoro:

http://www.bollettinoadapt.it/apprendistato-quadro-comparato-e-buone-prassi/

Working Paper ADAPT, n. 156/2014 – di Umberto Buratti e Michele Tiraboschi

Apprendistato: quadro comparato e buone prassi

“Un incremento di un solo punto percentuale dell’apprendistato ha come conseguenza un aumento dello 0,95% del tasso di occupazione giovanile e una riduzione di quello di disoccupazione pari allo 0,8%. Lo afferma la Commissione Europea con stime confermate, sul piano delle politiche legislative e del lavoro, anche da alcune nostre ricerche in tema di occupazione giovanile. […] Sono tredici i fattori chiave che vengono indicati dalla Commissione europea come linee-guida strategiche per il consolidamento di un efficiente sistema di apprendistato. L’Italia ne soddisfa ben poche e ad ogni riforma si allontana poco alla volta dal benchmark europeo rappresentato dalla Germania. Ben dieci interventi normativi di livello nazionale e regionale negli ultimi quattro anni. Da ultimo il Jobs Act di Matteo Renzi che, oltre a presentare non pochi dubbi tecnici, si pone in controtendenza rispetto alle buone prassi di quei Paesi che, grazie all’apprendistato, hanno pazientemente costruito un vero e proprio sistema dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. In Italia siamo ancora agli aspetti di dettaglio (forma scritta del piano formativo, formazione pubblica, stabilizzazione) senza alcuna logica di sistema e quasi come se la pianificazione e il controllo di un percorso di apprendimento e crescita professionale fosse poco più di una fastidiosa grana burocratica che penalizza imprese pure desiderose di assumere e investire sui giovani. Come indichiamo in questo studio ADAPT, dopo l’importante passo compiuto col Testo Unico del 2011, condiviso da Governo, Regioni e parti sociali, l’Italia ha scelto una direzione sbagliata (vedi tabella n. 1). Invece di implementare una normativa largamente condivisa ha iniziato a modificarla anno dopo anno togliendo certezze agli operatori e impedendo la costruzione di un sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro incentrato sulle competenze e la formazione dei giovani. Molte delle 13 linee-guida indicate dalla Commissione Europea continuano così ad essere puntualmente disattese. In sintesi:

  • Al primo posto per un rilancio dell’apprendistato, le istituzione europee indicano l’esistenza di un quadro regolatorio e istituzionale stabile. In Italia, con il Jobs Act, siamo, invece, al decimo intervento in tre anni. I più importanti sono stati, dopo l’approvazione del Testo Unico del 2011: la Legge Fornero (2012), il Pacchetto Letta-Giovannini (2013), il Decreto Carrozza (2013);
  • Segue un ruolo attivo delle parti sociali, ma queste sono state via via escluse dalla condivisione delle ultime riforme legislative e hanno dimostrato scarso attivismo soprattutto nell’implementazione dell’apprendistato di primo e terzo livello;
  • Anche il coinvolgimento delle imprese è variabile. Su progetti specifici si registrano sperimentazioni interessanti, ma nulla di realmente sistemico;
  • Completamente assente risulta poi il dialogo tra mondo del lavoro e mondo della scuola che è decisivo sia in termini di orientamento (dove funziona l’apprendistato è scelta fatta a 15 anni, da noi si accede all’apprendistato solo terminata la scuola) sia per la definizione dei fabbisogni di competenze e per la progettazione di un’offerta formativa corrispondente e adeguata. Questo spiega il grave ritardo su altri quattro punti chiave indicati dall’Europa: un matching virtuoso tra apprendista e realtà ospitante, la diffusione della metodologia dell’alternanza, la certificazione delle competenze, l’avvio di percorsi fortemente personalizzati;
  • I pochi punti forte della via italiana all’apprendistato sembrano essere l’esistenza di finanziamenti ad hoc, una disciplina contrattuale definita e una buona qualità nel tutoraggio degli apprendisti che, però, rischia ora di essere penalizzata dal venir meno del piano formativo individuale, vera bussola per il percorso formativo del giovane.

La distanza con gli altri Paesi europei rimane quindi abissale. In Europa, l’apprendistato è un sistema integrato tra mondo della scuola e mondo del lavoro. In Italia, invece, è un contratto di primo inserimento fortemente incentivato, ma poco formativo. Nulla di più (vedi tabelle 2 e 3).
I risultati della comparazione mostrano chiaramente che, così come impostato il Jobs Act, rischia di essere l’ennesima riforma inutile. Per “cambiar verso”, infatti, non è sufficiente qualche “ritocco” qui e là che anzi può destabilizzare ancora di più il delicato equilibrio costruito attorno all’impalcatura del Testo Unico del 2011. Al contrario, serve una vera e propria “Alleanza per l’apprendistato” che chiami a raccolta tutti gli interlocutori – Istituzioni statali e regionali, parti sociali, mondo della scuola e della formazione – e porti a compimento ciò che era già stato pattuito ormai tre anni fa. Il tempo perduto è molto. Rimangono i margini per recuperare. La check list europea serve a “fare il tagliando” e a riprendere la direzione. Quella giusta, però. […]

Sistema apprendistato: il grande assente dal dibattito italiano

[…] Il primo elemento che emerge dal confronto con i Paesi europei è che non esiste un’unica via per l’apprendistato. […] Nella differenza, però, appare subito un tratto distintivo che accomuna ogni Paese: il cuore dell’apprendistato è la formazione. O meglio, l’alternanza tra momenti formativi in ambienti “scolastici” – intesi in senso lato – e momenti formativi on the job. La distribuzione di tale alternanza tra scuola e lavoro può variare, ma è presente in ogni realtà analizzata. […] È sufficiente questo primissimo confronto per porre in evidenza la distanza dell’Italia dalle altre Nazioni. Nel nostro Paese, infatti, l’apprendistato di primo e di terzo livello – le due tipologie che maggiormente investono sulla metodologia dell’alternanza scuola-lavoro – sono puntualmente poste ai margini del dibattito, prima, e della implementazione concreta, poi. I passaggi concreti per dar vita a quanto previsto dal Testo Unico dell’apprendistato del 2011, infatti, sono rimasti sulla carta o delle normative regionali approvate, ma mai attuate o delle intese di programma, finite nel dimenticatoio una volta cessato l’eco mediatico. A ben vedere tutto il dibattito italiano sulla formazione in apprendistato ruota attorno al tema della frequenza alle ore di formazione di base e trasversale di competenza delle Regioni. Si tratta di 120 ore in tre anni che possono essere ulteriormente diminuite a 80 o a 40, a seconda del livello di istruzione dell’apprendista. Oggetto della contesa non sono tanto i contenuti, ma l’obbligo o meno da parte dell’apprendista a frequentare questi corsi. Nulla di più lontano da quanto accade negli altri Paesi laddove non solo il monte ore è più alto, ma il livello del dibattito verte sulla qualità e la finalità della formazione off the job che integra quella in assetto lavorativo. La distanza tra l’Italia e gli altri Paesi della zona euro sul valore della metodologia dell’alternanza permette di comprendere il motivo per cui l’apprendistato è considerato qui come un semplice strumento di inserimento al lavoro dei giovani, mentre nella stragrande maggioranza delle Nazioni europee come un asset delle politiche formative di lungo periodo.

Un altro riflesso di tale distanza si rinviene nelle politiche retributive a favore degli apprendisti. I principali Paesi della zona UE, infatti, a fronte di un consistente impegno formativo in carico all’azienda che assume un apprendista riconoscono una altrettanto consistente riduzione del salario. In Francia un giovane minorenne al primo anno parte da una retribuzione che è pari al 25% rispetto a quella di riferimento. In Germania, invece, il range va dal 25% al 45% mentre in Austria dal 25% al 52%. Nulla del genere è possibile, allo stato attuale, in Italia. Per più motivi. Elementi certi sulla retribuzione si hanno solo per l’apprendistato di tipo professionalizzante. […] Le soglie di riferimento, però, non sembrano comparabili con quelle rinvenute negli altri Paesi. Sul primo e terzo livello di apprendistato, poi, si assiste ad una quasi totale assenza di indicazioni. Questo “silenzio” è concausa del fallimento di tali istituti. Non sapendo come e quanto remunerare un apprendista, le aziende sono assolutamente disincentivate ad assumerlo. Oppure, nel caso in cui il parametro per il salario sia l’apprendistato professionalizzante, non si comprende il motivo per cui un’impresa dovrebbe pagare lo stesso importo ad un giovane che è coinvolto in un’attività formativa molto più impegnativa. […] La comparazione con le altre esperienze internazionali permette di vedere sotto una diversa luce anche un altro elemento spesso al centro del dibattito italiano. Non vi è intervento legislativo dal 2012 in poi che non abbia avuto come finalità più o meno esplicita quella di semplificare le regole del mercato del lavoro, tra cui quelle riguardanti l’apprendistato. Questo istituto, si sente ripetere in continuazione, non decolla per via dei troppi soggetti coinvolti nella sua gestione: Stato centrale, Regioni, parti sociali, istituti formativi. Ognuno di questi partecipa alla regolamentazione partendo da un punto di vista diverso o, meglio, da interessi diversi e sarebbe per questo che una sintesi finale risulta impossibile. Eppure proprio lo sguardo su ciò che accade negli altri Paesi rivela come l’apprendistato è nella maggior parte dei casi – Francia, Germania, Austria, Danimarca, Svezia – oggetto di una governance multilevel. Anzi, paradossalmente, le realtà nelle quali sono coinvolti più soggetti nella definizione dell’apprendistato – come i Paesi germanofoni – sono quelle che fanno registrare i migliori risultati sia in termini quantitativi che qualitativi. Il nodo da sciogliere, dunque, non è se affidare tutte le competenze allo Stato centrale, alle Regioni o alle parti sociali quanto piuttosto quello di creare un dialogo virtuoso tra queste realtà che necessariamente devono coesistere e contribuire alla definizione delle politiche in materia di apprendistato. […] Gli esiti della comparazione mostrano tutti i limiti dell’attuale dibattito italiano. Poco o nulla di quanto avviene negli altri Paesi è al centro della discussione attuale. Il rischio di non centrare l’obiettivo anche per il decreto legge n. 34/2014 è dunque altissimo. Ancora una volta manca una visione e, conseguentemente, una politica di sistema. […]”

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Aggiornamento del 27 agosto 2014:

http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/economia/2014/1-agosto-2014/diploma-si-prendera-fabbrica-lo-stipendio-ducati-lambo-223669458553.shtml

Il diploma si prenderà in fabbrica
con lo «stipendio» di Ducati e Lambo

[…] L’accordo sindacale è stato firmato tra Lamborghini, Ducati — entrambe di proprietà Audi — e le tute blu di Cgil, Cisl e Uil. Ora, per un progetto unico nel panorama italiano, mancano le firme della Regione Emilia-Romagna e del ministero dell’Istruzione. Ma intanto la bozza bolognese racconta come «rendere maggiormente aderente alla realtà i percorsi di istruzione professionale attraverso opportunità di apprendistato in situazione». Tradotto dal gelido linguaggio sindacalese, sono 48 ragazzi che si divideranno tra scuola e i laboratori di Ducati e Lamborghini, dove diventeranno tecnici esperti di meccatronica per il settore auto e moto grazie a una «borsa di studio-lavoro» da 600 euro al mese. […]

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Aggiornamento del 14 ottobre 2014:

http://www.orizzontescuola.it/news/riforma-scuola-confindustria-100-proposte-meno-materie-pi-merito-e-chiamata-diretta-dei-prof

Riforma scuola per Confindustria: tra le 100 proposte meno materie, più merito e chiamata diretta dei prof

di Patrizia Del Pidio

Intervenendo alla giornata organizzata ieri dalla Luiss a Roma, Confindustria ha presentato le sue proposte per una riforma della scuola che punti verso il lavoro, tra di esse la chiamata diretta degli insegnanti, la riduzione delle materie e la valorizzazione del merito.

Durante la giornata Confindustria, nel corso del suo intervento, ha presentato il documento stilato dopo una lunga consultazione avuta con insegnanti, imprenditori, genitori, studenti e capi di istituto su come riformare la scuola e la formazione professionale. Il documento, nato da questa consultazione con tutti i soggetti interessati al mondo della scuola e del lavoro, propone cento punti per portare innovazione nel sistema educativo italiano, messi nero su bianco per rilanciare non solo la scuola e l’Università ma anche la formazione dei giovani preparandoli in modo adeguato al mondo del lavoro.

Giorgio Squinzi, nel suo intervento, ha ricordato che l’Education è la parte fondamentale per poter puntare ad una crescita del Paese. Quello che si evince dal documento presentato da Confindustria è che le aziende premono per far si che l’istruzione subisca uno scossone decisivo superando i ritardi del nostro sistema educativo che, con il passare degli anni rimangono sempre gli stessi: poca autonomia delle scuole, poco orientamento poca formazione degli studenti, poca cultura per quel che riguarda valutazione e merito, tasso di abbandono scolastico troppo alto, pochi investimenti nella didattica e nella ricerca.

Le proposte di Confindustria.
Per tutti questi motivi una delle proposte avanzate da Squinzi è quella di lasciare sempre maggior autonomia ai dirigenti scolastici e agli atenei nella gestione didattica, organizzativa e finanziaria. In quest’ottica rientrerebbe anche la proposta della chiamata diretta dei docenti da parte degli istituti, scegliendo i propri professori tra quelli abilitati. Un altro dei punti che propone Confindustria è la riduzione del curriculum scolastico da 13 a 12 anni, aggiungendo anche che almeno il 25% delle lezioni Universitarie andrebbero erogate in lingua inglese per rafforzarne la conoscenza.

Si punta sul rafforzamento della didattica e delle competenze, quest’ultime si dovrebbero rafforzare grazie all’alternanza scuola-lavoro, sulla diffusione dell’inglese e su un maggior collegamento tra il mondo della scuola e quello del lavoro incentivando i programmi di studio in azienda come “Erasmus” e i percorsi di laurea in apprendistato, con una particolare attenzione ai meriti di professori e istituti, in base a un rigoroso sistema di valutazione che porterebbe a una rimodulazione dell’accesso all’insegnamento, fermo restando il punto che si dovrebbe poter accedere all’insegnamento soltanto tramite concorso.

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