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Transizioni: cambiare genere in Italia

Nella vecchia sede del Mit [Movimento Identità Transessuale] di Bologna non c’è più nulla, ormai. Solo pochi poster che, appesi qua e là, gridano ancora la parola “diritti” dai muri spogli. Alcuni ragazzi si muovono indaffarati da una stanza all’altra, impegnati con il trasloco. “Ci stiamo trasferendo in un locale nuovo e più grande, sempre in via Polese”, dicono entusiasti. Alle prese con scatoloni, libri e volantini ci sono anche loro, Milena e Christian, i due volti della campagna “Un altro genere è possibile” che, partendo proprio da qui, rivendica alcuni dei tanti diritti di cui oggi, in Italia, le persone transessuali non godono.

Infatti, sebbene il 1982 abbia segnato una grande svolta, con l’approvazione della legge 164 che consente l’adeguamento dell’identità fisica all’identità psichica della persona mediante la modifica dei caratteri sessuali, i traguardi raggiunti non bastano. Perché da quella legge sono trascorsi più trent’anni, fatti di giorni in cui esperienza, cambiamenti sociali ed evoluzioni giuridiche ne hanno reso il contenuto problematico e insufficiente in molti punti. Proprio a causa di un’interpretazione letterale e restrittiva della legge 164, infatti, modificare il proprio nome sul documento d’identità senza aver subito un intervento di cambio di sesso resta per le persone trans ancora un miraggio. Così, chi ha iniziato un “transito” (la strada intrapresa da coloro che desiderano cambiare genere), ma non sente l’esigenza di operarsi, per la legge e sulla carta resterà sempre “Mario” e non “Maria”, o viceversa. Una condizione, questa, che spesso costringe le persone transgender al coming out forzato e, quindi, a dover palesare in modo obbligato la propria scelta. Frutto, nella maggior parte dei casi, di un cammino doloroso, intimo e non facile.

“Pensate a tutti quei posti divisi per genere, come le carceri, le corsie d’ospedale o, ancora, alle file da fare per votare”, sottolinea Porpora Marcasciano, presidente del Mit, evidenziando i disagi quotidiani nei quali può incorrere chi conserva un nome discordante dal proprio aspetto. Con la campagna “Un altro genere è possibile”, dunque, si chiede a gran voce di porre fine a questa condizione umiliante. Del resto, infatti, sarebbe proprio l’Italia a doversi adeguare, poiché “Paesi come la Spagna, l’Austria, la Germania, il Portogallo e l’Inghilterra consentono da tempo di cambiare nome sul documento d’identità, senza dover subire un intervento”, riferisce Cathy La Torre, vicepresidente e legale dell’associazione.

Per coloro che decidono di operarsi, invece, il problema non si pone, ma la strada non è affatto semplice. Soprattutto perché transessualismo, in Italia e nel mondo, fa ancora rima con violenza, esclusione e soprusi.

Ma una parola ben più grande campeggia sulle altre ed è malattia. Sì, perché, dal 1980, il transessualismo ha fatto il suo ingresso tra le patologie mentali annoverate dal DSM, il manuale redatto dall’Associazione americana di Psichiatria (all’epoca alla terza edizione), e non accenna ad uscirne. Infatti, di contro all’omosessualità, esclusa in modo definitivo nel 1987, il transessualismo, come un abile mutaforma, cambia appellativo ma permane, sotto altre spoglie. Nel 1994, con il DSM IV, diventa DIG, ovvero Disturbo di identità di genere e, con il recente DSM V, cambia ancora e si evolve in Disforia, pacando i toni e segnando un debole punto a favore di coloro che ne chiedono a gran voce la cancellazione. Sebbene la forma sia mutata, tuttavia, la sostanza permane, immobile, così come quella definizione che da anni resta incasellata tra i disturbi e le patologie di varia natura […]

Qui di seguito, un glossario minimo essenziale per la comprensione del mondo LGBT (fonte: Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT).

Transessuale: persona che sente in modo persistente di appartenere al sesso opposto e, per questo, compie un percorso di transizione che, di solito, si conclude con la riassegnazione chirurgica del sesso. Il termine si declina al femminile (la transessuale) per indicare le persone di sesso biologico maschile che sentono di essere donne (MtF – Male to Female) e al maschile (il transessuale) per indicare le persone di sesso biologico femminile che sentono di essere uomini (FtM – Female to Male).

Transgender: termine che comprende tutte le persone che non si riconoscono nei modelli correnti di identità e di ruolo di genere, ritenendoli restrittivi rispetto alla propria esperienza.

Travestito: persona che abitualmente indossa abiti del sesso opposto, in modo indipendente dal proprio orientamento sessuale o identità di genere.

LGBT: acronimo di origine anglosassone, utilizzato per indicare le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender. A volte si declina anche come LGBTIQ, includendo le persone che vivono una condizione intersessuale e il termine queer.

Queer: termine inglese dal significato di “strano, insolito”, usato in modo spregiativo nei confronti degli omosessuali. Ripreso di recente in senso politico-culturale per indicare, in chiave positiva, tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, indica il rifiuto delle rigide categorie fissate dal termine LGBT e ne rivendica il superamento.

Coming out: deriva dall’inglese coming out the closet, ovvero “uscire fuori dall’armadio a muro”, e quindi, venire allo scoperto. Espressione usata per dichiarare la propria omosessualità. In senso più vasto, rappresenta il percorso che una persona compie per  prendere coscienza della propria omosessualità, accettarla e viverla.

Outing: espressione utilizzata per indicare la rivelazione dell’omosessualità di qualcuno da parte di terze persone, senza il consenso del diretto interessato.

Transfobia: pregiudizio, paura e ostilità nei confronti delle persone transessuali e transgender. Può portare ad atti lesivi nei confronti di queste persone. Il 20 novembre si celebra a livello internazionale il Transgender Day of Remembrance (T-DOR), per commemorare le vittime della violenza transfobica.

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