Non è un’arancia meccanica come il film di Kubrick, ma un’aranciata autocratica quella che i nostri decisori politici ci costringeranno a bere: una vera e propria intrusione e forzatura del mercato, quella di stabilire per legge che le aranciate dovranno contenere necessariamente almeno il 20% di succo d’arancia. Vediamo quali risvolti potrebbe avere sul mercato un decreto di questo tipo:

http://www.wired.it/economia/finanza/2014/06/16/mingardi-succo-arancia/

Bere più succo d’arancia non ci fa diventare più intelligenti

Una legge imporrà agli italiani di bere solo aranciata con almeno il 20% di succo. Forse saremo più sani, ma certamente meno liberi

È stato approvata alla Camera un emendamento alla legge europea che innalza il contenuto minimo di succo d’arancia nell’aranciata: dal 12 al 20 per cento. La questione parrebbe davvero periferica rispetto ai tanti problemi del nostro disgraziato Paese: robetta. Invece è interessante perché l’emendamento, passato inosservato, è la rappresentazione perfetta di alcune tendenze che condizionano il modo in cui si fa politica e, peggio, il modo in cui si fanno le leggi.

In primo luogo, se una norma del genere è possibile, oggi, è perché ci siamo convinti che sia un compito legittimo dello Stato regolamentare la nostra dieta. Secondo chi l’ha promossa, ovvero i capigruppo Pd delle Commissioni Agricoltura di Camera e Senato Nicodemo Oliverio e Roberto Ruta, “i 23 milioni di italiani che bevono bibite gassate consumeranno duecento milioni in più di chili di arance all’anno, e ciò vuol dire cinquantamila chili di vitamina C in più. Si tratta, pertanto, di una norma che migliora concretamente la qualità dell’alimentazione”. Tenete bene a mente che non parliamo di succhi di frutta o spremute: ma di “bibite al gusto di”, bevande con nomi di fantasia. La legge è dunque investita del compito di migliorare la qualità della nostra alimentazione a nostra insaputa. Non si tratta di ampliare il ventaglio delle libere scelte, non si tratta di fare educazione alimentare accrescendo così la nostra consapevolezza di consumatori. Gli italiani ingeriranno più vitamina C, che lo vogliano oppure no, che lo sappiano oppure no.

In seconda battuta, dietro l’interesse diet-etico generale, si nasconde un ben visibile interesse economico particolare. Sempre per Oliverio e Ruta, la disposizione “avrà un impatto economico importante sulle imprese agricole, poiché l’aumento della percentuale di frutta nelle bibite potrebbe salvare oltre diecimila ettari di agrumeti italiani, situati soprattutto nelle regioni meridionali”. Che meraviglia: parrebbe una situazione “win-win”. Gli italiani berranno più vitamina C, e gli agricoltori siciliani venderanno più arance. Ma se sappiamo qualcosa del comportamento umano, di norma chi viene costretto ad acquistare un certo bene da un certo fornitore non lo fa volentieri: e comincia a guardarsi attorno alla ricerca di surrogati. Se i grandi produttori di bibite gassate dovranno aumentare i propri acquisti di frutta, non è improbabile che a un certo punto provino a negoziare approvvigionamenti a prezzo più vantaggioso con venditori esteri meno cari. Nel caso estremo, come suggeriva Luigi Ceffalo in un’analisi per l’Istituto Bruno Leoni, potrebbero trovare “più conveniente delocalizzare i propri impianti nei vicini Paesi europei che consentono di continuare a produrre secondo le vecchie formule con succhi naturali al 12%”. Più fatturato quest’anno, eccedenze invendute il prossimo.

Da ultimo, l’impianto di una norma siffatta rivela qualcosa di inquietante circa ciò che i legislatori pensano di noi. I pochi giornali che ne hanno scritto hanno parlato di “sconfitta delle lobby”: grandi produttori internazionali battuti, vittoria della Coldiretti, che non si capisce bene cosa sia se non una lobby a sua volta. Tanto basterebbe a farne una disposizione “democratica”, esemplare perché rimette al centro il singolo cittadino e non i grandi gruppi industriali. La “buona politica”.
Se non fosse che la buona politica confessa al singolo cittadino di considerarlo, né più né meno, un mezzo imbecille. La legge determina gli ingredienti che un produttore privato può utilizzare per realizzare una certa bevanda. Ma non lo fa per una questione di sicurezza alimentare: negli altri Paesi, si continueranno a bere aranciate col 12% di arance, le norme europee restano quelle che erano, senza preoccupazioni di sorta, sotto il profilo medico. Lo fa perché chi scrive le leggi è convinto di sapere, meglio di noi, quel che è bene per noi.

La libertà di scelta è una scuola di vita. Ci misuriamo con le nostre scelte, apprendiamo dai loro effetti, cambiamo il nostro comportamento in ragione di ciò che ci è piaciuto e di ciò che non ci è piaciuto fare. Se una bibita ci risulta sgradevole (perché contiene troppo poca frutta, o per qualsiasi altro motivo), non la riacquistiamo più. Se ci sembra che un detersivo non lavi bene, che un profumo sia molesto, che uno snack sia troppo piccante, non accorderemo loro una seconda occasione. Secondo buona parte del nostro ceto politico, noi non siamo capaci di imparare da decisioni così semplici e i cui effetti ci sono immediatamente evidenti. […] Siamo intelligenti e responsabili quando votiamo (soprattutto, se votiamo per loro), fessi quando andiamo al bar. Così ci considerano i nostri politici: maggiorenni a metà.

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/118483/rubriche/aranciata-fanta-percentuale-frutta.htm

Aranciata illiberale

Passa dal succo di frutta l’intrusione della politica nelle nostre vite

di Redazione – 25 Giugno 2014

[…] l’obbligo si applicherebbe solo alle aranciate e simili per il mercato italiano, rendendo il nostro ordinamento ancora una volta ostico e inospitale alla libertà di scambio, poiché i produttori dovranno stipulare nuovi contratti con i fornitori, probabilmente nemmeno italiani – al contrario di quanto sperano i produttori dell’agrume –, preparare nuove etichette solo per il mercato nazionale, e poi rivedere le ricette per non alterare il sapore cui il cliente è abituato. Oltre ai risvolti economici, quello che più impressiona è la compassionevole arroganza con cui il legislatore stabilisce cosa dobbiamo bere: una bevanda gassata non è un succo di frutta, lo sanno i bambini e lo sa chi va allo scaffale per comprare quel prodotto. Se desiderasse un succo, un nettare o un frutto guarderebbe altrove. Tale arroganza smentisce peraltro il presupposto per cui chi ci governa sa meglio di noi qual è la ricetta per vivere bene. […] Può sembrare una questione minore, visti i tanti problemi nazionali, ma se il legislatore osa entrare nelle dispense degli italiani, e ci riesce di fatto costringendo e limitando la nostra libertà di scelta in assoluto di cosa bere, vuol dire che può entrare in qualsiasi angolo della nostra esistenza per dirci, con una ruvida carezza, come dobbiamo vivere.

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

[…] c’è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell’innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell’altro troppo… Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c’è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell’8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d’arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, ma le cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi. Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d’arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un’economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l’unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle.  […]
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si è in presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adulti vengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. […]
di Carlo Lottieri – Da Il Giornale, 31 marzo 2014

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