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Niente è più provvisorio di ciò che è definitivo

TUESDAY, 3 JUNE, 2014

C’era una volta un paese occidentale, ma solo per le cartine geografiche. Un paese un tempo ricco ed ora intrappolato in un declino apparentemente inarrestabile. Un paese con un elettorato incline a bersi tutte le mirabolanti promesse di una classe politica affetta da analfabetismo economico ed avventurismo ma abilissima nell’affabulazione, al punto da creare situazioni kafkiane in cui l’ottimismo dei consumatori sale alle stelle, per effetto di tali affabulazioni ma solo, per finire schiantato contro il dato di realtà, pochi mesi dopo.

Una caratteristica della dinamica di consenso di questo paese consiste nel lanciare spin di furiosi dibattiti sul “taglio delle tasse”. Tali dibattiti sono di fatto la principale attività di editorialisti e conduttori di talk show politici: due professioni che nel paese di cui parliamo, piagato da una disoccupazione drammatica e crescente, godono invece di un boom senza precedenti. La principale attività degli affabulatori di questo paese consiste nel vedere causalità dove invece esistono solo correlazioni, e produrre di conseguenza ricche narrative fatte di proiettili d’argento in cui “dato A, discende B”, quest’ultimo inteso come il raggiungimento della felicità.

E fu proprio in uno di questi esercizi che l’anziano leader di un partito di maggioranza (già più volte presidente del consiglio e a sua volta detentore per un ventennio del titolo di Grande Affabulatore), decise che si doveva eliminare la tassazione sulle prime case, ad ogni costo. Solo così si sarebbe creato un boom senza precedenti per il mercato immobiliare ed i consumi delle famiglie. Inutilmente qualcuno cercò di far riflettere l’Anziano Affabulatore circa la fallacia di tale posizione, e sull’utilità e necessità di utilizzare tutte le scarsissime risorse disponibili per ridurre il costo del lavoro, unica vera priorità ed emergenza del paese.

Il governo in carica all’epoca si mise quindi all’opera per trovare i 4 miliardi di euro necessari a togliere la tassazione sulla prima casa. Per fare ciò, il premier di quel tempo si ingegnò in una serie di acrobazie contabili per rimuovere la gabella, sino al punto da alzare altre tasse, nel palese scetticismo del suo ministro dell’Economia ma sempre proclamando che “occorre fiducia”. Soprattutto, il premier e la sua maggioranza non riuscirono mai ad esplicitare ai contribuenti che quell’imposta sarebbe definitivamente scomparsa dal panorama. Si parlò di “superamento”, in modo invero ambiguo: il parlamento iniziò a sua volta una serie di acrobazie contabili e -soprattutto- linguistiche per cambiare nome alla tassa abolita: prima venne chiamata come un biscotto (Tuc), poi come l’onomatopea preferita del gongolante Pippo (Iuc, a sua volta suddivisa in  Tasi e  Tari); per qualche ora si chiamò persino Taser, che è un’arma stordente e quindi il nome era perfetto.

L’importante era che l’imposta sulla prima casa non si chiamasse più Imu. Andava bene anche Efisio o Ermenegildo ma non Imu: solo così sarebbe stato possibile dire ai contribuenti che l’Imu prima casa non esisteva più. Purtroppo, la realtà ci mise lo zampino: l’esecutivo, che aveva promesso l’eliminazione dell’Imu, fu costretto a mantenere la promessa solo al 95% circa, costringendo un elevato numero di contribuenti a pagare una mini Imu a causa del fatto che i comuni avevano innalzato le aliquote sulla prima casa allo scopo di avere maggiori trasferimenti compensativi dal governo centrale. Il ministro dell’Economia borbottò che non bisognava sottilizzare, e che anche il 95% medio di eliminazione del tributo, per il solo 2013, non era risultato da disprezzare.

Nel frattempo era ormai pronta la sostituta dell’Imu prima casa, chiamata Tasi. Anche qui vi furono subito enormi problemi perché i comuni, sempre più a corto di soldi, sostenevano che sulla Tasi non avrebbero potuto applicare tutte le detrazioni ed esenzioni parziali utilizzate per l’Imu. Il governo dovette quindi promettere un’addizionale all’aliquota Tasi per poter generare le detrazioni, suscitando grande soddisfazione in quanti avevano un debole per il concetto di redistribuzione, oltre che per i piani ben riusciti. Ma i contribuenti avevano ormai intuito che nel 2014 avrebbero pagato sulla prima casa praticamente quanto sborsato nel 2012, e forse qualcosina di più. Alla fine si realizzò malinconicamente che aver risparmiato nel 2013 l’imponente cifra media di 225 (duecentoventicinque) euro a famiglia, pur cambiando la vita a milioni di persone colpite da improvviso benessere, sarebbe purtroppo stata solo una una tantum, e quindi il boom e la Rinascita economica del Paese erano rinviate.

Nel frattempo era pure cambiato il governo, ora guidato da un ipercinetico under 40 che minacciava di rottamare tutto e tutti tra una battuta da oratorio ed una televendita di pentolame. Il giovane premier decise di pagare un extra di 80 euro al mese ad alcuni lavoratori dipendenti. Non i più poveri ma quasi, diciamo. Ma nulla ai pensionati dotati di reddito uguale a quello dei fortunati dipendenti in attività. Il giovane premier giurò e spergiurò che questi 80 euro sarebbero stati come i diamanti, cioè per sempre, e che dal prossimo anno avrebbero beneficiato anche pensionati e soggetti incapienti. Il giovane premier ignorò gli inviti alla cautela, quelli che sottolineavano come trovare dieci miliardi annui “per sempre” ed addirittura aumentare il fabbisogno per allargare la platea dei beneficiari, rischiasse di mettere una corda al collo del paese, costringendo a tagliare altre spese vive e/o aumentare le tasse. Tutto era demandato al ministro dell’Economia, che a sua volta prometteva e spergiurava che quei soldi sarebbero stati trovati, “per sempre”.

Voi capite che non sapere se un aumento è permanente o temporaneo fa una enorme differenza. Ciò malgrado la manovra piacque ed il giovane premier riuscì a mietere uno storico successo alle elezioni europee. I cittadini festeggiarono con impennate mai viste prima degli indici di fiducia, mentre in numero crescente perdevano il lavoro. La festa fu rovinata dall’ufficio studi della banca centrale nazionale, che segnalò che la nuova imposta sulla prima casa sarebbe stato un discreto salasso, di fatto riportando l’esborso al 2012, in uno psichedelico “gioco dell’oca tassata e spiumata” in cui si torna sempre alla casella di partenza. Ma subito dal governo giunse la voce rassicurante del sottosegretario alla presidenza del consiglio, che già era stato a capo dei sindaci italiani, che diceva di sentirsi “tranquillo”, e che comunque quella era una tassa locale e come tale occorreva citofonare ai suoi ex colleghi sindaci.

Di fatto, il sottosegretario invitava i beneficiari del bonus permanente-temporaneo a spenderselo serenamente ed a non farsi al contempo troppi problemi a pagare le imposte sulla eventuale abitazione di proprietà, perché si trattava di due canali separati ed insomma la fiducia deve fluire liberamente, senza gufi né disfattismo. Il piano B era comunque già pronto: in caso fossero mancati i soldi per coprire l’erogazione anche il prossimo anno, il “bonus permanente” sarebbe stato inserito in busta paga a valore zero ma sotto la nuova voce “bonus colpo di sole“. In tal modo valorizzando, neppure troppo subliminalmente, la creatività dei nostri hair stylists ed indirettamente del Made in Italy, stimolando “a costo zero” la fiducia in un paese che deve smettere di piangersi addosso e ritrovare fiducia ed orgoglio in se stesso. A titolo rigorosamente provvisorio.

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