Alcune carceri-modello, in cui i carcerati vengono aiutati nel loro percorso di recupero ed inserimento sociale, esistono anche in Italia. Vi proponiamo un paio di articoli tratti da un’inchiesta sulle carceri realizzata da Michele Brambilla e pubblicata su La Stampa:

http://www.lastampa.it/2013/06/18/italia/inchiesta-sulle-carceri-ditalia-ZTgqPXcKFt4rHmh5dtWMoJ/pagina.html

Inchiesta sulle carceri d’Italia

Michele Brambilla – 18/06/2013

http://www.lastampa.it/2013/06/21/italia/cronache/il-carcere-modello-senza-suicidi-salvati-dal-lavoro-mnNewIOHmdzquuWiE1kWEN/pagina.html

Il carcere modello senza suicidi: “Salvati dal lavoro”

Viaggio a Bollate: celle aperte ma nessuno evade
21/06/2013

«Questo qua l’ha aperto qualche anno fa un mio collega diversamente onesto», mi spiega Adelio Miccoli, fine pena 2029, un tipo di milanesone d’una volta che sembra il personaggio di una canzone di Jannacci. Mi sta mostrando il laboratorio di pelletteria nel quale lavora con una signora che è anche sua compagna nella vita. Anche lei detenuta, nella sezione femminile dello stesso carcere.

Il lettore si chiederà com’è possibile. Ma siamo a Bollate, in quello che è considerato un carcere modello, uno dei pochissimi. Dobbiamo pur raccontare anche le cose che funzionano.

Celle aperte tutto il giorno, detenuti che in gran parte sono occupati a far qualcosa piuttosto che a spegnersi giorno dopo giorno, uomini e donne spesso insieme nelle varie attività di lavoro. Il direttore Massimo Parisi spiega che qui si pratica la «vigilanza dinamica», cioè non c’è bisogno di guardare a vista il detenuto. «Tendiamo a conoscerli il più possibile e a stipulare con loro un patto di responsabilità». Assicura che funziona: «Tenga conto che qui abbiamo 430 agenti di polizia penitenziaria, in media meno che negli altri istituti dove si marca a uomo». Se sgarrano, peggio per loro. Ma finora i numeri sembrano dar ragione alla politica diciamo così, «illuminata», di chi ha voluto Bollate, nato nel 2001 per cercare di superare vecchie logiche. 

[…] Qui non c’è mai stato un suicidio. E nonostante (o forse per) la «vigilanza dinamica», grossi guai non ce ne sono stati. «La vede quella roba lì?», mi dice Miccoli con vocione alla Piero Mazzarella: «Seghe, coltelli, forbici. Qui in laboratorio c’è di tutto, e non è mai successo niente». Eppure questo Miccoli è uno che ha commesso un reato gravissimo. Certo che in galera si fanno incontri pazzeschi. Si vengono a sapere cose che stando fuori nessuno si potrebbe immaginare. Per esempio la storia dell’uomo che incontro nel laboratorio del vetro: per l’anagrafe carceraria è Tucci Santo, anni 56, fine pena 2026. […] Dice che la sua vicenda è esemplare di come il carcere possa rovinare o raddrizzare, a seconda di com’è: «Io mi sono lasciato coinvolgere dalla logica brutale del carcere, e ho peggiorato la mia situazione. Fino a quando, qui a Bollate, ho trovato una realtà diversa. Qui non esiste un detenuto che, se ha un problema, non ha una porta dove bussare. Da otto anni lavoro il vetro con la cooperativa “Il passo”, ho avuto permessi per uscire, fatto mostre nelle scuole, tenuto corsi per insegnare questo mestiere. Sa di quanto s’è accresciuta la mia autostima? Io sono evaso tante volte in passato, ma da quando lavoro non mi viene neanche in mente di rifarlo. Penso solo a quante persone tradirei… Il lavoro non è un passare il tempo, è un dare la dignità alla sofferenza». 

[…] Chiedo ingenuamente se hanno il famoso braccialetto elettronico, che dev’essere una specie di leggenda metropolitana perché girando per le carceri non se ne trova traccia: «Nessun braccialetto. Noi sappiamo che è nell’interesse del detenuto non tradire la fiducia. Noi abbiamo, a parte gli articoli 21, 330 detenuti che usufruiscono di permessi premio: vanno a casa anche per periodi di quindici giorni, per un massimo di 45 giorni all’anno. Sanno che sgarrano salta tutto il sistema che abbiamo cercato di mettere insieme». 

Ad esempio l’area colloqui, che non è come si vede nei film, ma è – almeno da maggio a ottobre – un giardino con tavolini, ombrelloni e giochi per i bambini. Ad esempio il teatro – qui dentro si fanno spettacoli a pagamento -, ad esempio il laboratorio musicale, o ad esempio il catering con i detenuti che vanno in giro a portar da mangiare. O, ancora, lo sportello giuridico: avvocati e magistrati in pensione vengono qui a fare assistenza gratuita ai detenuti, perché anche quando si è dentro c’è sempre bisogno. E i due giornali che vengono realizzati qui all’interno, «Carte Bollate» e «Salute inGrata».

Troppa grazia per chi ha ucciso, rapito, rubato? «Guardi», mi dice Simona Gallo, l’educatrice che mi accompagna nel giro all’interno del carcere, «i detenuti non chiedono prigioni che sembrino alberghi a quattro stelle. Chiedono di dare un senso alla loro esperienza e alla loro vita, chiedono di poter cambiare». Dice che chi è fuori fatica a capire che in carcere si possa incontrare un’umanità insospettabile […].

Ma non è tutto così, non è tutto un bel quadretto. «Ci sono carceri terribili, provi ad andare a Poggioreale», mi dice uno dei detenuti-redattori di «Carte Bollate». Un suo collega è molto sincero: «E non è colpa solo delle istituzioni. Ci sono molti detenuti che non vogliono cambiare, che vogliono che il carcere sia un terreno di guerra». Cambiare, recuperare – o se si vuole usare una parola grossa, redimere – è difficile. E spesso si va incontro a delusioni.

E tuttavia un viaggio nel pianeta delle carceri ci dice che sperare si può, anzi si deve. Il problema più grosso non è il sovraffollamento ma la condanna all’accidia, che può diventare ira. Anche Bollate – al cui interno c’è un’area industriale – conferma che i detenuti che in carcere lavorano hanno poi una recidiva molto bassa, vicina allo zero. Eppure sono pochissimi, su 66.000 detenuti in Italia, quelli che lavorano. Meno di un migliaio all’interno dei carceri, e ancora meno con il permesso di lavoro esterno. Perché? Forse per il conservatorismo di un mondo che non vuole cambiare, e per il disinteresse di un altro mondo – quello «fuori» – il quale si illude che non sia un problema suo. 

http://www.lastampa.it/2013/06/09/italia/cronache/lavorare-in-carcere-quando-la-pena-fa-bene-al-detenuto-TsCj8x698D64C9n9bkGzMI/pagina.html

Lavorare in carcere. Quando la pena fa bene al detenuto

A Padova la Cooperativa Giotto dà un impiego in cella a 120 persone. In tutta Italia sono 800: “Cambiare si può”
09/06/2013

All’ingresso del corridoio che porta ai laboratori è scritto «Fatti non foste a viver come bruti». «Nessun uomo è fatto per perdersi», mi dice il signore che mi accompagna in questa parte del «Due Palazzi», carcere di massima sicurezza di Padova. Si chiama Nicola Boscoletto e con la sua Cooperativa Giotto fa lavorare, qui dentro, centoventi detenuti. Viver come bruti non è solo il rubare, l’uccidere, il fare tutto quello che porta in galera; è anche stare a marcire in cella tutto il giorno senza uno scopo, una speranza.

Ci sono, sul muro, riproduzioni di dipinti celebri e alcune frasi di sant’Agostino. Una fa capire da quanto lontano arrivino i principi, purtroppo disattesi, che hanno ispirato i nostri padri costituenti: «La condanna deve estirpare il peccato e non annientare il peccatore»; un’altra sembra rivolta a placare certi istinti di oggi e, forse, di sempre: «La pena non deve avere il carattere di una vendetta, né di una incontrollata ed esorbitante scarica emotiva». […]

Quel che stiamo andando a visitare è lontano anni luce dal buonismo: chi sbaglia deve andare in carcere e le pene vanno scontate tutte. Ma c’è un punto fermo, l’articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». […] Quello che si fa qua dentro è lavoro vero. Si producono cose che vanno sul mercato e che quindi devono essere fatte bene per essere vendute. I detenuti sono assunti in regola e prendono uno stipendio di 900-950 euro al mese. Vanno però detratte naturalmente le tasse; poi un quinto per spese processuali ed eventuali sanzioni; quindi una quota per il vitto e l’alloggio in carcere perché non è giusto che chi ha sbagliato debba essere a carico della collettività: in Italia un carcerato che non lavora costa allo Stato circa 250 euro al giorno, 113 solo al ministero della Giustizia. E poi il detenuto deve abituarsi a essere responsabile: quando uscirà, si dovrà pagare l’affitto. 

Entriamo nel call center. Qui ventotto detenuti prendono le prenotazioni per gli esami in ospedale; rispondono per conto di una società che vende energia elettrica e gas; fanno da consulenti ai cittadini che non sanno come raccapezzarsi con l’Imu. […] In un altro laboratorio si assemblano dalle 140 alle 200 biciclette al giorno: la sera, prima di tornare in cella, bisogna aspettare che le guardie facciano l’inventario di cacciaviti, lime, seghe, chiavi inglesi: se manca anche solo un pezzo, si sta tutti lì finché non salta fuori. «Ma non è mai successo niente», mi dicono.

Ecco il laboratorio dove si confezionano le chiavette elettroniche per la firma digitale, poi quello che serve una nota valigeria veneta. Quindi forse il più famoso: la pasticceria. I panettoni della Giotto sono apprezzati in tutto il mondo, e da tre anni il Papa li compra per fare i regali di Natale. […]

«Non c’è una tendenza inestirpabile a delinquere. Quando dai loro una possibilità, nove volte su dieci prendono la strada giusta», mi dice Boscoletto. «Il detenuto che fa un lavoro vero, e non una semplice occupazione di tempo, riacquista una sua dignità, si sente utile. Anche lo stipendio è importante. Prima chiedeva i soldi a casa, adesso è lui che li manda, e così si risente figlio, padre, marito». 

Ci sono dati che fanno capire perché la vera soluzione all’emergenza denunciata da Napolitano sarebbe il lavoro. In Italia la recidiva è, ufficialmente, del 68 per cento: ma è una percentuale calcolata solo sui reati dei quali viene scoperto il colpevole, che sono solo il 21 per cento. Quindi, in realtà, la recidiva per chi esce di galera è attorno al novanta per cento. Per quelli che in carcere hanno avuto un lavoro vero, è invece attorno all’1-2 per cento. 

Eppure, su 66 mila detenuti, la stragrande maggioranza sta in cella tutto il giorno a morire lentamente. Ci sono i cosiddetti «lavori domestici» (pulizie e piccole manutenzioni in carcere) che occupano, ma molto saltuariamente, 11.700 persone: per loro, la recidiva è la stessa di chi non fa nulla. Solo ottocento hanno un vero lavoro in carcere. Altri sette-ottocento hanno il permesso di lavoro all’esterno. Perché così pochi? Il lavoro esterno ha oggettivi problemi di vigilanza: ma quello all’interno del carcere? Perché solo ottocento su 66 mila? Il dubbio è che certe opere virtuose siano come una piastrella bianca su un muro grigio, e quindi danno fastidio, perché la loro pulizia fa risaltare la sporcizia che c’è.

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Aggiornamento del 5 dicembre 2014:

Sempre a proposito di carceri, ma in questo caso la tematica riguarda il sovraffollamento. Non si potrebbe credere che in alcuni casi le carceri siano ridotte davvero così, da cui necessita “vedere per credere”. Ecco a voi l’indagine di Report:

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-c511f85f-63db-42e6-b257-9baf2a90abcb.html

PUNTATA DEL 14/04/2014 di Claudia Di Pasquale

APPALTI ALLA SBARRA

In Italia le carceri sono ben 206 e ospitano circa 60mila detenuti, quando i posti effettivi sono poco più di 43500. Entro il prossimo 28 maggio l’Italia dovrà risolvere il problema del sovraffollamento se vuole evitare la multa della Corte europea dei diritti dell’uomo. In ballo ci sono 100 milioni di risarcimenti ai detenuti che vivono in condizioni degradanti. Intanto ecco come stanno messe le carceri e che cosa è stato fatto in questi anni per realizzare nuovi posti detentivi.

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