Uranio impoverito, torio, nanoparticelle: avvelenano l’aria, entrano nei polmoni, inquinano le falde. Viaggio nel poligono militare di Salto di Quirra, in Sardegna. Dove da 60 anni gli eserciti di tutto il mondo sperimentano le proprie armi. E uccidono uomini e animali. La magistratura indaga

Un luogo di guerra in tempo di pace. Dove bombe e pecore, da quasi sessant’anni, si contendono l’erba dei prati. Siamo nel centro del Mediterraneo, in Sardegna, la “cavia militare” d’Italia. Sul suo territorio c’è la più alta concentrazione di basi, caserme, aree di tiro d’Europa. Qui, tra Cagliari e Nuoro, nella parte sud-orientale dell’isola, dal 1956 è attivo il Pisq di Salto di Quirra

Il Poligono Sperimentale Interforze di Salto di Quirra (Pisq) è il più grande d’Europa: occupa parte un vasto altopiano chiamato “Su Pranu”, un territorio di 120 chilometri quadrati, a cui vanno aggiunti quelli della “dependance” marina di Capo San Lorenzo, una cinquantina di chilometri di splendide coste.

Una base nata in piena Guerra fredda per provare nuovi armamenti, è diventata negli anni un vero e proprio spazio “in affitto”, alla modica cifra di 50mila euro l’ora. Qui hanno testato nuovi esplosivi gli eserciti di mezzo mondo. Missili terra-aria verso bersagli simulati, esercitazioni di tiro con elicotteri, mezzi corazzati, artiglieria. Armi usate e rottami bombardati sono stati interrati in discariche di fortuna, oppure abbandonati all’aria aperta. Hanno sparato qui molti paesi della Nato ma anche israeliani, turchi, libici e – per una rivelazione attribuita post mortem a Francesco Cossiga – anche i paesi del blocco sovietico.

Migliaia di esplosioni, sostanze misteriose disperse negli stessi prati in cui pascolano pecore e vacche, 15mila capi appartenenti a decine di aziende familiari. Gente sempre vissuta lì, che ha sempre fatto il mestiere di pastore. O almeno ci prova. Perché la convivenza tra mondi così lontani è impossibile. Alla fine degli anni ‘90 c’è chi comincia a notare sinistre “coincidenze”: alcune persone che vivono nelle aree confinanti col poligono muoiono colpiti dalle stesse malattie, bambini nascono con gravissime malformazioni. E c’è chi registra i casi che riguardano il bestiame: gli aborti sono all’ordine del giorno, si contano agnelli, maiali, vitelli nati con mostruose mutazioni. Sei zampe, un solo occhio, due teste. L’orrore della guerra, a Quirra, ha contaminato la natura.

Si comincia a parlare della “Sindrome di Quirra” e il dibattito si polarizza: da una parte coloro che chiedono la chiusura del poligono “senza se e senza ma”, dall’altra quelli che “bisogna aspettare i risultati delle analisi”, che “il Pisq è l’unica occasione di lavoro”. Spuntano gli studi, le inchieste giornalistiche in cui si comincia a parlare di uranio impoverito, torio, nanoparticelle. Siamo nel 2011 quando finalmente arriva un’indagine della magistratura, tuttora in attesa di definizione, che ipotizza il reato di disastro ambientale e sfocia nella richiesta di rinvio a giudizio per venti persone, di cui sette generali e un sindaco. Viene creata una Commissione parlamentare d’inchiesta che chiede la conversione – non la chiusura – del Pisq. Nel frattempo si continua a sparare di tutto su Quirra.

[…] Nel 2001 è un sindaco, Antonio Pili, primo cittadino di Villaputzu (un Comune confinante col Pisq), a rompere il silenzio delle istituzioni denunciando la «strage silenziosa» che si perpetua intorno al poligono. Il dibattito si infiamma: per anni due fazioni si fronteggiano senza sosta. Da una parte chi difende l’economia creata dalla base: una forza lavoro costituita da 650 militari, molti dei quali della zona, 80 operai civili del Ministero della Difesa, 260 tra dipendenti di Vitrociset e Galileo Avionica, due aziende che offrono servizi alle attività della base. E poi operai delle mense, pulizie e gestori dello spaccio. Dall’altra c’è chi vuole vederci chiaro: movimenti, comitati di cittadini, qualche amministratore. Per loro poche centinaia di posti di lavoro non possono valere quanto la salute di un intero territorio e di chi lo vive.

L’inchiesta giudiziaria – Bisogna aspettare il 2011 e un pm antimafia proveniente dalla Calabria, Domenico Fiordalisi, divenuto Procuratore capo nella vicina Lanusei, perché si muova la magistratura. L’inchiesta giudiziaria è clamorosa. Fiordalisi indaga su un centinaio di morti e 167 casi di malattie, approfondisce le segnalazioni di animali nati malformati. Fa riesumare cadaveri, chiede e ottiene il sequestro del Poligono, anche se non riesce a fermare le esercitazioni, ma solo a vietare le attività di allevamento e pascolo. Il magistrato cerca le cause della “Sindrome di Quirra”. L’indiziato principale è l’uranio impoverito, ma anche il torio, un micidiale metallo radioattivo, presente nel sistema di guida nei temibili 1187 razzi anticarro “Milan”, di produzione francese, sparati fino al 2003 nel poligono. Preoccupano le nanoparticelle sollevate dalle esplosioni, così infinitesimali da riuscire a penetrare i tessuti del corpo umano e contaminare il sangue. Si fa avanti il terribile sospetto che ricadendo al suolo possano contaminare le falde acquifere.

Dopo tre anni l’inchiesta è ancora in sospeso: la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio per venti persone, tra cui sette generali dell’Aeronautica militare, sei dei quali ex comandanti del Poligono, ma anche due colonnelli, un maggiore, un tenente, tecnici e ricercatori di società private, docenti universitari e medici. E persino un sindaco […]