Generazione @: la generazione di chi passa ore ed ore attaccato ad un pc/tablet/smartphone (magari sui social network o su YouTube), senza imparare a conoscere il MONDO REALE e senza imparare a svolgere alcuna forma di LAVORO MANUALE.

Occuparsi della scuola equivale ad occuparsi del futuro: poter contare su giovani preparati significa infatti avere per il proprio Paese più probabilità di risolvere i problemi.

Ma passare il tempo sui libri o navigando in internet dal nostro punto di vista non è sufficiente: STUDIARE non può e non deve significare soltanto LEGGERE e MEMORIZZARE.

Il significato della parola “studiare” dovrebbe assumere un significato ben più ampio e la scuola, di pari passo, dovrebbe “insegnare” cose che vanno oltre i meri programmi scolastici.

La scuola dovrebbe insegnare a capire il mondo che ci circonda. Come fare? 

Semplice: cercando il più possibile degli sbocchi all’esterno. 

In che modo? 

Di possibilità ce ne sono moltissime, tutto sta nella creatività e nella volontà degli insegnanti.

Nei seguenti brani si parla appunto del fatto che gli studenti, forse, non vengono sufficientemente motivati e non si appassionano agli argomenti di studio proposti secondo le metodologie tradizionali, si parla del fatto che oggi esistono nuovi strumenti, come le lavagne interattive multimediali (LIM), ma che non sono questi che fanno la differenza a livello di qualità dell’insegnamento, del fatto che, spesso e volentieri, nemmeno i genitori si rendono conto di ciò che i loro figli conoscono o meno. 

Due aspetti importanti, dal nostro punto di vista, che sarebbe opportuno introdurre nelle scuole, sono costituiti da:

  1. la cosiddetta “didattica attiva” (vedi l’articolo “Modernizzare la scuola con la “didattica attiva”).
  2. delle “uscite d’istruzione”, ovverossia delle uscite in cui gli studenti vengono portati a visitare delle attività lavorative (cosa che avrebbe un impatto positivo anche sull’orientamento scolastico), come ad esempio aziende agricole, laboratori artigiani, attività industriali etc. Non una o due volte all’anno, ma almeno un paio di volte al mese!

La rivoluzione scolastica può nascere solo da qui: uscire dalle aule per scoprire il mondo ed imparare a svolgere delle attività in prima persona. Solo così si può aprire la mente dei giovani, che tende invece a richiudersi su sè stessa frequentando sempre negli stessi ambienti nonché addormentandosi davanti ad un monitor/display.

___________________________________________________________________

http://nichilismomonamour.wordpress.com/2014/05/09/la-squola-perche-gli-studenti-non-studiano-piu/

La squola: perché gli studenti non studiano più?

Ricolfi su la Stampa di ieri si chiedeva come fosse possibile che persone poco preparate arrivassero all’università con evidenti limiti in italiano, matematica e compagnia cantante. La chiusura dell’articolo era perentoria: com’è che non si studia più? Nei miei anni universitari non ho mai incrociato Ricolfi – il suo insegnamento è specializzato nella ricerca quantitativa, io sono interessato ad altre branche della sociologia – e la cosa è un peccato visto che molti suoi interventi, quelli basati sui dati empirici, sono estremamente interessanti. Ma alla domanda in questione può facilmente rispondere persino il sottoscritto.

Ma prima partiamo dalle risposta standard. L’immancabile ’68 [1]:

E sul record di bocciature: «Non è mai bello quando un ragazzo perde l’anno, però certamente penso che il ritorno alla scuola del rigore dell’impegno e della serietà sia una buona notizia per il Paese: la meritocrazia è la più alta forma di democrazia. La scuola buonista del ’68 è stata archiviata. Una scuola che forma i ragazzi sta dalla loro parte e li aiuta a crescere».

E poi abbiamo Don Milani, il nichilismo, il relativismo. Senza dimenticare Godzilla.

Possibile che sia questa la causa del fenomeno. Possibile, per carità. Ma proviamo, ora, a guardare la cosa da un’altra prospettiva.

Il primo killer: le skills.

A molti che iniziano la propria carriera lavorativa capita di imbattersi in un curioso fenomeno. A parità di mansione lavorativa a chi è entrato dieci anni fa basta il diploma o addirittura nessuna formazione specifica. Oggi, invece, si richiedono titoli di studio più elevati o determinate competenze professionali. Il bello, poi, è che a parità di mansione non si ottiene un pari trattamento economico: lo stage, il lavoro a tempo, eccetera.

Qual è l’apporto di questo fenomeno al nostro discorso? Semplice: il mondo del lavoro si è orientato superando il pezzo di carta fino a giungere alla ricerca delle skills. La scuola italiana è in grado di fornire queste skills? Assolutamente no e il discorso vale tanto per i licei quanto per i professionali. Visto che negli ultimi 20 anni la scuola è cambiata ben poco a dispetto di riforme o controriforme, si può tranquillamente sostenere che sotto questo aspetto la scuola è del tutto inutile. Ieri come oggi. Spesso si dice che il pezzo di carta ha perso di valore perché non si studia più, ma è vero il contrario. Siccome non vale più, non si studia più. Banale, no?

Esempio pratico. Se mi serve un tecnico informatico, valuto le sue abilità in JAVA o IOS. Se il suddetto tecnico è un sociopatico che si esprime in monosillabi non importa niente a nessuno. Lo chiudi in uno sgabuzzino e via. Se mi serve un agente immobiliare valuto le sue skills commerciali, non la sua conoscenza della geografia (a meno che non debba vendere immobili in altri continenti). Se mi serve un medico perché ho male al pancino, valuto le sua abilità nel farmelo passare e non le conoscenze relative alla Pace delle due dame [2]. Studiare la materia x, allora, è del tutto inutile perché non è in grado di fornire vantaggi in merito a questa situazione. E da qui non si studia più.

Attenti: il discorso delle skills vale anche per chi decide di proseguire il percorso scolastico e di frequentare l’università. Il sistema scolastico pre-universitario è falsamente universale [3], mentre quello universitario è specialistico. Ai tempi del liceo andavo malissimo in matematica (in quarta pure in chimica), ma non ho avuto problemi a concludere l’università. Magari perché ho una laurea in storia e in sociologia, che dite? Io non sono un caso isolato dato che il mondo è pieno di ciucci liceali che si sono dimostrati ottimi universitari e di geni liceali che si sono rivelati dei falliti universitari.

Il secondo killer: la polis.

Se la scuola è totalmente carente sul piano lavorativo, lo è ancora di più su quello civico. A livello teorico le materie scolastiche dovrebbero fornire le conoscenze necessarie a comprendere il mondo attuale, giusto per far sì che lo studente possa ricoprire il suo ruolo di cittadino. Per capire quali siano le materie da dibattito pubblico basta accendere la tv: economica, scienze politiche, diritto, sociologia. Guarda caso le materie che non vengono insegnate nella scuola secondaria superiore. La cosa è foriera di un altro problema: chi non esce da scienze politiche o  economia queste cose non le sa affatto. Avete mai provato a discutere con un medico o un ingegnere, un fisico o filosofo? C’è da bestemmiare, ve l’assicuro.

Se ho bisogno della teoria della aree valutarie ottimali, il caso Euro, che m’insegnano? Disegno tecnico. Se ho bisogno dell’ingegneria costituzionale, che m’insegnano? Le sciocchezze di un Hobbes qualunque. Wow. E poi i docenti si chiedono perché vengono fanculizzati dagli studenti.

Non si boccia più! Ovvove, ovvove!

Se l’analisi è corretta, tutte le riforme scolastiche immaginabili saranno inutili. Generalmente i docenti partono dall’idea che lo studio è un sacro dovere dello studente, quale che sia l’utilità della cosa. La cosa è ovviamente una sciocchezza abissale e infatti gli studenti hanno adottato un approccio razionale: studiano quello che serve. Non è vero, infatti, che non si studi più in generale. Si studia anche a scuola guida, no? Se anche lì regalano le patenti dovremmo avere una spettacolare esplosione di incidenti. Peccato che non sia così (dati Istat):

Anno Incidenti Feriti Morti
2001 263.100 373.286 7.096
2002 256.402 378.491 6.980
2003 252.271 356.475 6.563
2004 243.487 343.475 6.122
2005 240.010 334.855 5.818
2006 238.121 332.947 5.669
2007 230.868 325.847 5.131
2008 218.963 310.745 4.725
2009 215.404 307.254 4.237
2010 212.997 304.720 4.114
2011 205.638 292.019 3.860
2012 186.726 264.716 3.653

La curiosa idea di passare alle bocciature di massa, quindi, è un’altra assurdità. Porterà solo a più abbandoni scolastici data la totale inutilità della scuola.

Questi elementi spiegano anche perché la scuola non è più un ascensore sociale. Un tempo bastava il pezzo di carta, si bocciava i non meritevoli e chi meritava saliva. Ma se oggi il pezzo di carta non serve più, il suo possesso non può garantire alcunché. In un’economia di mercato ci sono solo due modi per avere successo: offrire un prodotto che interessi ai consumatori o un servizio che interessi alle imprese. In assenza di queste due condizioni c’è il nulla (il che spiega anche perché gli intellettuali sono contrari al libero mercato). Volete l’ascensore sociale? Basta mettere, per dirne una, l’insegnamento dei linguaggi di programmazione in relazione al reddito: solo i più poveri potranno impararlo, agli altri tocca la teologia. Indovinate un po’ chi avrà un reddito lavorativo maggiore.

La cosa è giusta o sbagliata? Vi rigiro la questione: se vi buttate dal 5° piano cadete giù per effetto della gravità. È giusto o sbagliato? Ne l’uno, né l’altro. È solo una spiegazione del fenomeno.

___________________________________________________________________

Libro “School rocks! La scuola rompe spacca” di Antonio Incorvaia Stefano Moriggi 

La scuola può salvare da una cena coi parenti o aiutare a trovare il partner ideale?
Sì, e non solo! Ecco 20 ottimi motivi per capire che saperne di più conviene sempre, per saper scegliere e decidere con la propria testa. Il primo progetto italiano multipiattaforma che promuove un approccio all’istruzione del tutto nuovo e inedito, che stimola i ragazzi a (ri)scoprire il piacere di imparare proiettando all’interno del loro immaginario i fondamenti culturali, logici e strategici di ogni insegnamento attraverso modelli concreti, immediati e fortemente contestualizzati. In che modo? Per esempio, spiegando che l’Algebra e il Metodo Scientifico potrebbero aiutarli a compiere importanti scelte esistenziali, come accadde, del resto, a Keplero, a Franklin o a Darwin. O, ancora, accompagnandoli in un sabato pomeriggio di shopping sfrenato, tra griffe e tarocchi, attingendo alla Storia dell’Arte e alla Letteratura e passeggiando fianco a fianco con Foscolo e Victor Hugo o Baudelaire e Andy Warhol. Questi e decine di altri casi pratici costituiscono la virtuale “cassetta degli attrezzi” che School rocks! mette a disposizione di studenti e insegnanti per aiutarli a comprendere meglio il mondo con gli occhi della Scuola e viceversa, divertendosi.. 
Con una prefazione rap di Frankie Hi Energy.

___________________________________________________________________

Libro “Né asino né re. Capire i figli e fare la cosa giusta” di Osvaldo Poli

“Mio figlio è un re: bravo, intelligente, ordinato, educato, un genio del computer. Mio figlio è un asino: sbaglia sempre, non capisce, va male a scuola, è un imbranato”. Per prudenza educativa si intende l’obiettività, la lucidità, il giudizio realistico sulla situazione, in questo caso sul figlio: non è una dote innata, ma si tratta di un virtù che va educata e che non sempre i genitori possiedono in misura adeguata. E così capita che i genitori non siano in grado di valutare obiettivamente il loro figlio o un suo comportamento. E tali giudizi errati passano dai due estremi, in basi ai quali il proprio figlio è “un re”, oppure o un “asino “. Osvaldo Poli, già noto al pubblico italiano per il suo libro “Non ho paura a dirti di no”, forte anche della propria esperienza clinica, spiega cos’è la prudenza educativa, evidenzia i “virus” emotivi, psicologici, relazionali e culturali che possono danneggiarla, e suggerisce gli atteggiamenti per rafforzarla. Il libro vuole condurre il genitore ad imparare a “leggere chiaramente” la situazione del figlio (prudenza), per poi saper fare la cosa giusta.

___________________________________________________________________

Vedi gli articoli “L’alba della meritocrazia nelle scuole: i concorsi si sostituiscono alle graduatorie per il reclutamento dei docenti” e “Il decreto salva-precari e il tramonto della meritocrazia nelle scuole

Tags: , ,