http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2014-05-02/la-valorizzazione-ricerca-trasferimento-accompagnamento-093646.shtml?uuid=AB9yUDFB

La valorizzazione della ricerca: dal trasferimento all’accompagnamento

Dal 2003, il rapporto NetVal fotografa il trasferimento tecnologico in Italia dando una visione globale ed esaustiva del fenomeno. Se negli anni i dati raccontano di una realtà che matura e diventa più robusta, […] il confronto con il contesto internazionale ridimensiona questi progressi. […] «Anche una piccola università delle Fiandre genera più brevetti e spin-off della media delle università italiane». Al di là dei numeri, mentre in Europa si stanno ormai diffondendo aziende di medie e grandi dimensioni nate dai laboratori dei centri di ricerca universitari, preoccupa “la scarsa crescita dimensionale delle spin-off accademiche italiane”. […]

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www.netval.it

Netval (Network per la Valorizzazione della Ricerca Universitaria) nasce per valorizzare la ricerca universitaria attraverso attività di formazione per la creazione di nuove professionalità in grado di costruire percorsi capaci di rappresentare un ponte tra sistema economico e mondo accademico. I soggetti di riferimento sono prioritariamente gli uffici di trasferimento tecnologico e più in generale le strutture che si occupano di trasferimento della conoscenza e management dell ricerca.

Netval nasce con l’obiettivo di rappresentare l’interfaccia del mondo universitario nei confronti di diversi interlocutori (che potremo chiamare stakeholder) di tutto il sistema universitario italiano. In particolare, si propone di essere l’interfaccia di tale sistema nei confronti di:

  • Ministeri, Amministrazioni nazionali e locali
  • Associazioni industriali e aziende
  • Mondo della finanza ed in particolare dei venture capitalist e istituzioni finanziarie

per promuovere il ruolo della ricerca universitaria nei processi di innovazione.

http://www.netval.it/pagine/Netval-Survey.aspx

Netval Survey

Fin dalla sua nascita come network informale, Netval ha ritenuto di fondamentale importanza il monitoraggio continuo del processo di trasferimento tecnologico nelle università italiane. E soprattutto ha ritenuto importante farlo raccogliendo evidenze empiriche affidabili, al fine di evitare di cadere nell’aneddotica che troppo frequentemente viene citata per rappresentare le attività delle università in questo campo.

La Survey è di fatto riuscita a rappresentare la crescita del fenomeno della valorizzazione dei risultati della ricerca universitaria negli ultimi anni.

Dal rapporto Survey 2014 (dati 2012):

[…] 5.6. Le imprese spin-off in Italia: uno sguardo di insieme
In Italia, l’evoluzione del fenomeno delle imprese spin-off può essere suddivisa in più fasi che si sono succedute man mano che cresceva l’accettazione e la consapevolezza da parte degli atenei e più in generale da parte del cosiddetto “ecosistema dell’innovazione” riguardo alle potenzialità dei processi di spin-off come forma di valorizzazione della ricerca pubblica. Durante la prima fase, fino alla prima metà degli anni Ottanta, la creazione di questo tipo di imprese era il frutto sporadico dell’iniziativa di singoli ricercatori e professori, con un coinvolgimento pressoché nullo, e perfino con qualche segno più o meno esplicito di disapprovazione, da parte delle università presso cui gli stessi lavoravano. Era diffusa la convinzione che i ricercatori/imprenditori avrebbero inevitabilmente trascurato i loro impegni didattici e di ricerca e che si sarebbero trovati quasi automaticamente in situazioni di incompatibilità; in generale, inoltre, veniva fortemente sottovalutata l’importanza della creazione di nuove imprese innovative fondate su risultati di ricerca recenti e innovativi.
Ha fatto poi seguito una seconda fase, dalla seconda metà degli anni Ottanta, quando gli EPR hanno iniziato a prendere coscienza del fenomeno e ad acquisire crescente familiarità con i processi di spin-off attraverso lo svolgimento di attività di trasferimento tecnologico presso uffici già esistenti nella struttura organizzativa delle università (quali ad esempio l’Ufficio Affari Generali, l’Ufficio Legale, l’Ufficio Ricerche), nell’ambito dei quali venivano avviati tentativi di indirizzo e supporto alla creazione di tale tipologia di imprese. La terza fase, verso la fine degli anni Novanta, ha visto la progressiva accettazione del fenomeno da parte degli atenei italiani, che ha portato ad un radicale cambiamento dell’atteggiamento delle università nei confronti delle imprese spin-off della ricerca pubblica. È infatti in corrispondenza di tale periodo che la maggioranza degli EPR ha iniziato a istituire formalmente i propri Technology Transfer Offices (TTO), dedicando specifiche risorse umane e finanziarie alle attività di valorizzazione della ricerca ed adottando politiche formali di sostegno alla creazione di imprese spin-off. È in questa fase che nelle università iniziano azioni per la sensibilizzazione dei ricercatori e per la loro formazione a un’eventuale attività imprenditoriale.
A questa prima ondata di entusiasmo nei confronti del fenomeno fa seguito, nei primi anni Duemila, una quarta fase, caratterizzata da una crescente consapevolezza da parte degli atenei sulla necessità di razionalizzare e rendere più efficace l’erogazione dei servizi di supporto alla creazione delle imprese spin-off attraverso un processo di progressivo apprendimento di pratiche, procedure e routine da parte dei neo-costituiti TTO e di coordinamento con altri soggetti che in fasi a valle intervengono nel processo, come incubatori, fondi di investimento, partner industriali, ecc. In questo stadio avviene anche la sperimentazione di diverse formule per l’avvio di imprese spin-off, prevedendo in alcuni casi la partecipazione dell’EPR di origine al capitale sociale dell’azienda.
Attualmente ci troviamo in una sorta di quinta fase e nel contesto nazionale si avverte diffusa soddisfazione per i risultati raggiunti, soprattutto in termini di numero di imprese create, di comparti scientifico-tecnologici interessati, ma anche in termini di diffusione geografica sul territorio nazionale. Siamo quindi di fronte a un fenomeno imprenditoriale che presenta numerosi elementi di notevole interesse in termini di:

– valorizzazione dei risultati della ricerca pubblica, nel senso di “portarli verso l’applicazione”;
– chiusura del gap tra ricerca pubblica e innovazione industriale, problema particolarmente delicato in un Paese come il nostro, che non può certo indirizzare ogni investimento in ricerca verso ambiti applicativi, ma che non si può neanche permettere di lasciare inesplorati sentieri di sfruttamento economico (Varaldo e Di Minin, 2009);
– trasferimento di soluzioni tecnologiche alle piccole e medie imprese (PMI) di settori non high-tech, per le quali il dialogo con le imprese spin-off della ricerca può risultare più facile di quello con i centri di ricerca universitari;
– creazione di nuovi posti di lavoro qualificati per laureati in materie S&T, di cui da più parti si auspica un maggior coinvolgimento nel nostro sistema del lavoro, ma per i quali non sempre sono disponibili posti di lavoro qualificati e professionalmente coinvolgenti;
– accelerazione di processi di sviluppo economico su base locale e regionale, soprattutto tramite l’aggregazione, anche in incubatori, di imprese ad alta tecnologia, mediamente caratterizzate di una maggiore apertura a modelli di business e stili di management innovativi (Lazzeroni, 2010).
Si avverte tuttavia anche la forte necessità di dare luogo a un vero e proprio cambio di marcia. Infatti, le imprese spin-off della ricerca pubblica in Italia risultano essere circa mille, ma si tratta per la maggior parte di aziende di piccole-medie dimensioni (in media il numero di addetti è di approssimativamente 10 unità Equivalenti a Tempo Pieno – ETP), seppure con alcune rilevanti eccezioni, e sono nel complesso caratterizzate da un tasso di sopravvivenza estremamente elevato. Sono ancora troppo poche, sebbene in netta crescita, quelle nel cui capitale sociale è presente un partner finanziario e/o industriale e che sono chiaramente orientate ad un percorso di crescita e di espansione sui mercati internazionali.

Molteplici sono gli interventi necessari da parte di tutti i soggetti coinvolti. Alcuni cambiamenti positivi probabilmente avverranno in maniera quasi spontanea, grazie a processi di apprendimento e miglioramento collettivo, mentre per altri saranno fondamentali specifiche azioni di policy e l’attività di nuovi soggetti, imprenditoriali e istituzionali, possibilmente in collaborazione tra loro.

Proprio per questi motivi, la valorizzazione delle invenzioni universitarie e la connessa creazione di imprese spin-off è un fenomeno multiforme da monitorare costantemente in tutte le sue diverse sfaccettature e manifestazioni per non cadere in riduttive generalizzazioni e inutili astrazioni. Molto spesso, infatti, in relazione a questo fenomeno vengono espresse opinioni che sono magari basate sull’osservazione di un ridotto numero di casi, oppure addirittura, su informazioni aneddotiche e luoghi comuni. […]

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Vedi l’articolo “Collaborazione tra ricerca e imprese: l’Emilia Romagna fa scuola

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Ed ecco a voi un bell’esempio di spin-off:

http://www.premiogaetanomarzotto.it/?p=4569

PREMIO PER UNA NUOVA IMPRESA SOCIALE E CULTURALE: EPINOVA BIOTECH

Epinova Biotech, idrogeli bioattivi per la cura di ulcere e ustioni, ha sviluppato substrati polimerici per sostituti epiteliali ad uso sanitario, attraverso la creazione di una nuova matrice biocompatibilie, fortemente idratata (Idrogel), di facile produzione, in grado di agire sia come supporto meccanico che come drug delivery system per lo sviluppo e la differenziazione in vitro e in vivo di tessuti (Epigel).

Sede: spin off della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’, con sede a Novara.

Team

Composto da 2 biologi, 2 medici e un laureato in scienze dei materiali che collabora da diversi anni su progetti di ricerca nel campo dei biomateriali e dell’ingegneria tissutale.

Filippo Renò, CEO Epinova Biotech

Manuela Rizzi, responsabile colture cellulari

Davide Aragno, responsabile produzione e controllo qualità

Tecnologia/Prodotto/Servizio

Epigel è una nuova matrice biocompatibile e bioattiva, fortemente idratata (idrogel), capace di svolgere contemporaneamente sia una funzione di supporto meccanico che di rilascio di fattori di crescita idonei per lo sviluppo e la differenziazione in vitro e in vivo di tessuti per uso scientifico (ricerca, test di citotossicità, test di migrazione cellulare) e terapeutico (uso nel trattamento di ulcere e ustioni, nonché nel caso di piccoli interventi chirurgici).
L’Epigel per applicazioni in vitro è attualmente proposto in due formulazioni, una pensata per lo studio di epiteli (Epigel A) e una per lo studio della migrazione endoteliale (Epigel B). Per quanto riguarda le applicazioni in vivo, la presenza di fattori di crescita idonei fa sì che Epigel sia in grado di promuovere la crescita epiteliale e la migrazione endoteliale, con conseguente neovascolarizzazione del tessuto neoformato. Inoltre Epigel ha caratteristiche meccaniche che lo rendono simile alla pelle e risulta essere facilmente maneggiabile. Epigel associa alla facilità di produzione i costi contenuti. Inoltre Epigel può essere proposto come soluzione on demand per applicazioni specifiche.

Ricadute sociali e territoriali

Uno dei principali fattori che determinano l’incremento del volume di affari associato al wound care è il progressivo invecchiamento della popolazione. In Italia circa 2 milioni di persone (30.000 bambini) soffrono di ulcere non rimarginabili, e il 50% ne soffre in modo invalidante. Le ulcere sono per lo più causate da un’insufficiente irrorazione sanguigna o di origine diabetica. Sempre in Italia le ustioni interessano 100.000 persone ogni anno e sono 10.000 i pazienti che necessitano di ricovero ospedaliero. Oltre la metà di questi pazienti sono in età pediatrica. L’Epigel per applicazioni in vivo, grazie alle sue caratteristiche di bioattività permetterà di ridurre i tempi di guarigione di tali lesioni, comportando un miglioramento delle condizioni di vita del paziente e una riduzione dei tempi di trattamento e dei costi complessivi di cura ad esso associati, con conseguente risparmio in termini di tempo e denaro per il servizio sanitario.

Analisi del mercato

L’Epigel soddisfa esigenze riconducibili a due mercati. Uno è quello dei modelli di epidermide umana ricostruiti e utilizzati nei test di laboratorio, sostituendo l’impiego di cavie, per studi di tossicologia. L’Epigel è adatto per l’uso nei test condotti da centri universitari, enti di ricerca e istituti di dermatologia. L’altro mercato riguarda le applicazioni dell’Epigel in ambito ospedaliero e chirurgico, in cui il trapianto di pelle si adotta per interventi di piccola chirurgia orale, estetica e ricostruttiva, nella cura di ulcere e ustioni gravi. Secondo un rapporto distribuito da LSI (Life Science Intelligence), il mercato potenziale mondiale dei prodotti d’ingegneria tissutale eccederà i $ 118 miliardi entro il 2013. In Europa (UE-25) sono attive in questo settore 113 imprese, di cui 54 produttrici di tessuti in vitro. Si noti poi la quasi totale assenza di concorrenza nazionale e la limitatissima lista di competitors europei (ca. un centinaio), perlopiù di piccole dimensioni.

www.epinovabiotech.com

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In Germania, invece, funziona così:

http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=4028-184344658

Un modello per la ricerca applicata

Il trasferimento tecnologico da ricerca a industria in Italia è ancora ai primi passi 

Pubblicato su Le Scienze – febbraio 2014

di Roberto Battisteri – Professore ordinario di fisica sperimentale all’Università di Trento – www.robertobattiston.it

Joseph von Fraunhofer è stato un fisico tedesco dei primi dell’Ottocento, famoso per le sue scoperte nell’ottica e la sua capacità imprenditoriale. Non è un caso che porti il suo nome un grande ente tedesco fondato nel 1949 e dedicato allaricerca applicata e al trasferimento tecnologico. La Fraunhofer Gesellschaft è una delle locomotive del treno tedesco, con 22.000 impiegati, 66 istituti e un bilancio annuo di quasi 2 miliardi di euro, per il 70-80 per cento di provenienza non statale. Fra i molti settori in cui è all’avanguardia vi è ovviamente l’ottica, con le sue innumerevoli applicazioni, tra cui il miglioramento delle celle fotovoltaiche, per cui detiene il record mondiale con il 44,7 per cento di efficienza. Uno dei pilastri della Fraunhofer è la capacità di brevcttazione: ogni anno vengono depositati 200-300 nuovi brevetti, a fronte di un portafoglio di più di 6000. Se un’idea brillante viene protetta genera molta più ricchezza che nel caso in cui non lo è, dato che solo nel primo caso l’industria è disposta a investire creando prodotti e di conseguenza un mercato. Lericerche applicale producono però anche premi Nobel. Nel 2007 lo hanno ricevuto Ferì e Grunberg per la scoperta della risonanza magneto-resistiva gigante. Tempestivamente brevettata, questa scoperta ha rivoluzionato il mercato delle memorie magnetiche. Nel 1986 il Nobel è andato invece a Binnig e Rohrer per il microscopio a effetto tunnel, idea non brevettata dairiBM che così ha perso un’occasione d’oro. Lo stesso è accaduto per i superconduttori ad alta temperatura per cui Bednorz e Miiller hanno preso il Nobel nel 1987. Uno dei grandi successi della Fraunhofer è il formato di compressione MP3 (1987), in grado di comprimere di un fattore dieci la quantità di informazione di musica e video, tecnologia fondamentale nell’era del web. Solo con i brevetti legati all’MP3 la Fraunhofer guadagna più di 80 milioni di euro all’anno. Un successo analogo sono stati i diodi LED di colore bianco, un mercato che ha raggiunto gli 8 miliardi di euro in pochi anni. Nel 1990 è stata inventata invece la registrazione laser dei film, tecnica con cui è stato girato Jurassic Park, il primo grande film digitale, e per cui nel 2012 la Fraunhofer ha perfino vinto un Oscar.

E in Italia? Le attività di trasferimento e di ricerca applicata sono caratterizzate da estrema frammentazione e mancanza di coordinamento, oltre che da una grave carenza di investimento privato, che in Italia è tre volte più basso della Germania e due volte più basso della Francia (dati OCSE). Il CNR, a fronte di un bilancio annuo di circa un miliardo di euro, per il 50 per cento di provenienza statale, si occupa solo in parte di ricerca applicata. L’ENEA, l’ente che maggiormente si avvicina alle funzioni della Fraunhofer, ha un bilancio circa 10 volte inferiore e una storia travagliatissima sfociata in un commissariamento, con conseguente paralisi, che dura da più di quattro anni. Dieci anni fa è stato fondato un nuovo istituto, l’IIT, che però che ha un ventesimo del bilancio della Fraunhofer e cento volte meno ricercatori. Le università, serbatoi di idee innovative, non hanno interlocutori in grado aiutare seriamente il trasferimento verso l’industria. Non si può sempre ricominciare da capo. Il successo del modello Fraunhofer è davanti agli occhi di tutti e le occasioni di collaborazione non mancano. Il primo centro Fraunhofer è stato creato qualche anno fa a Bolzano, e l’Università di Bologna ha appena sottoscritto un accordo per il trasferimento nel settore dei biocombustibili. Sono i primi passi in una direzione che potrebbe aiutarci a recuperare il troppo tempo perduto in questo settore strategico per l’economia. 

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www.ideastartup.it

A tutti sarà capitato di trovare un’ingegnosa soluzione ad un problema oppure di avere un’idea più o meno ‘geniale’ e sognare di vederla realizzata e scambiata nel mercato, per dare origine ad un’impresa, però, la sola idea non basta.

In questo blog troverete illustrate alcune delle più originali idee del momento, storie di imprenditori che ce l’hanno fatta e non, consigli ed istruzioni tecniche su come iniziare una startup, opinioni, letture e blog consigliati.

Uno degli obiettivi principali del blog è quello di condividere i saperi dell’ecosistema delle startup, iniziando dallo “startupzionario” per i meno esperti passando alle interviste alle startup più interessanti per poi chiudere con spunti di riflessioni su argomenti di carattere più tecnico.

Il nostro motto? “informare per informarsi”

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Aggiornamento del 15 maggio 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/viola-bachini-michela-perrone/che-punto-e-trasferimento-tecnologico-italia/maggio

A che punto è il trasferimento tecnologico in Italia?

Il Rapporto Ocse 2013 aveva evidenziato le difficoltà dell’avvio di un’azienda innovativa nel nostro Paese. Il brevetto, forse il più importante tra mezzi a disposizione degli scienziati per trarre vantaggio in termini economici dalle proprie pubblicazioni, è poco utilizzato rispetto agli altri paesi. 
Questo strumento, che permette il diritto esclusivo di sfruttamento dell’invenzione per un certo periodo di tempo, è stato inventato proprio in Italia. Filarco riporta che nel VII secolo a.c. il tiranno di Sibari, nella Magna Grecia, concedeva un monopolio di un anno per una pietanza “originale” in modo che “chi per primo l’avesse inventata ne potesse trarre profitto”. Tuttavia, tornando ai giorni nostri, anche il rapporto Horizon 2020 fotografa una situazione allarmante per il numero di brevetti in Italia. Nel nostro Paese, nel 2010, sono stati depositati 11,7 brevetti per milione di abitanti contro una media Ocse di 38,7. 
La Germania nello stesso anno ne ha prodotti 69,5 e il Giappone 118,2. Secondo l’AIRI (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale), in Italia nel 2011 sono stati depositati 37,4 brevetti all’Ufficio Europeo Brevetti ogni mille ricercatori. Un numero molto basso se confrontato con i 77,5 della Germania. Eppure nel nostro Paese si pubblica molto. In campo biomedico, per esempio, l’Italia è tra i primi quattro paesi per numero di pubblicazioni scientifiche. Ma quando si tratta di trasferire le conoscenze in ambito tecnologico i progetti si fermano. 
Secondo l’Unione Europea la colpa non sarebbe solo delle università ma anche delle imprese, che non riescono a dialogare con i centri di ricerca. La settima edizione della Community Innovation Survey, il rapporto che fotografa la situazione dell’innovazione nei paesi dell’Ue, evidenzia che in Italia solo il 12,1% delle imprese innovative nei prodotti ha collaborato con i ricercatori. È il valore più basso in Europa, dove la media è pari al 26,5%. Le aziende italiane che nel 2013 hanno richiesto più brevetti europei sono state, nell’ordine, Lyondellbasell (prodotti petrolchimici), IndesitSolvayTetra Laval (imballaggi), Chiesi FarmaceuticiPirelli eFinmeccanicaEcco alcuni tentativi – più o meno riusciti – per far dialogare ricerca e imprese nel nostro Paese.

SCIENCE PARK

Tra gli obiettivi di Horizon 2020 c’è il coinvolgimento delle istituzioni di ricerca nei progetti sul territorio. Progetti in cui vengano coinvolte anche le imprese, che non sono molto propense agli investimenti nella ricerca perché in genere sono di piccole e medie dimensioni, a gestione familiare e concentrate in settori tradizionali. I parchi scientifici sono società o consorzi in cui le aziende private, che detengono la maggior parte delle quote, collaborano con la ricerca pubblica. In Italia ne esistono circa 40, di cui una trentina aderiscono a un’apposita associazione.
A Trieste per esempio c’è Area Science Park, un parco scientifico tecnologico che ospita sia ricercatori sia aziende locali, proprio con l’obiettivo di mettere in comunicazione scienza e industria. Area conta 2412 occupati e 88 aziende hi-tech e organismi di ricerca pubblici residenti. “Area Science Park è un sistema peculiare nel panorama degli Enti nazionali di ricerca”, commenta Adriano De Maio, presidente del parco. “Il parco è un punto di riferimento italiano ed europeo per la capacità di tradurre le sue ricerche in applicazioni che incidono positivamente sulla qualità della vita delle persone e sullo sviluppo economico”.

START UP

Gli incubatori di imprese possono diventare l’occasione, sia per i ricercatori che per gli investitori, per lanciare un’idea sul mercato. Anche se i primi risalgono agli anni ‘60, è solo in questi ultimi anni che si è assistito all’esplosione del fenomeno. In Italia sono 24 gli incubatori di Start up, e uno di questi si trova proprio all’interno di Area Science Park. 
Avviato nel 2007, Innovation Factory è un incubatore per start-up che assiste le piccole e medie imprese del Friuli Venezia Giulia nella fase iniziale di sviluppo di un prodotto innovativo, occupandosi anche di reperire i fondi necessari per la finanziare la realizzazione delle idee. Innovation Factory, nei suoi primi sette anni di vita ha valutato 300 progetti. “Per le imprese che decidono di localizzarsi nel parco scientifico si apre una maggiore possibilità di espansione sui mercati, in particolare per quelle che operano in campi con notevole potenziale di sviluppo, come l’energia ,il food, la salute, le tecnologie pulite e la conservazione e valorizzazione dei beni culturali” nota De Maio.

SPIN OFF

Molte università favoriscono la nascita degli spin-off, riconoscendoli tra gli strumenti principali per il trasferimento della tecnologia sul mercato. Si tratta di società fondate dai ricercatori in cui l’università può partecipare in qualità di socio. I ricercatori possono così ricevere parte degli utili, a patto che l’attività svolta sia nettamente distinta e non concorrenziale rispetto a quella che svolgono all’interno dei centri universitari. 
A livello di spin-off degli istituti di ricerca pubblici italiani, un rapporto del 2011 redatto dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa evidenzia come dagli anni 2000 le microimprese legate alle università siano circa 100 ogni anno, localizzate principalmente al Nord e al Centro. Il Politecnico di Torino e quello di Milano, la stessa Scuola Sant’Anna e le Università di Bologna e Perugia sono tra gli istituti dai quali è più facile si sviluppino spin-off. Nel Sud Italia, si distinguono l’Università di Cagliari e quella della Calabria.

PHD PLUS

L’Università di Pisa propone invece il Phd Plus, un percorso di formazione extracurricolare finalizzato alla valorizzazione della ricerca e alle creazione di impresa. Tra gli obiettivi del Phd Plus c’è anche quello di fornire ai ricercatori gli strumenti per valorizzare e proteggere le loro scoperteLuigi Francesco Cerfeda, studente di ingegneria biomedica all’Università di Pisa che partecipa al percorso, non nasconde l’entusiasmo. “Si parla di marketing e business plan, ma anche di comunicazione. Per un ingegnere può essere cruciale imparare a raccontare nel modo giusto il proprio progetto per attrarre potenziali investitori. L’idea, da sola, non basta a mandare avanti un’azienda”.

15 maggio 2014 

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