Un libro scritto davvero con il cuore quello di Marco Affronte, biologo della Fondazione Cetacea di Riccione. Un libro che, oltre a raccontare storie di delfini spiaggiati, tartarughe ferite, squali, pesci luna e megattere, racconta l’amore per gli animali e la passione per la ricerca scientifica. 

In questo contesto, Affronte inserisce alcuni spunti di riflessione importanti su temi che sono già stati di nostro interesse, come i delfinari (vedi l’articolo “Educare con gli animali: si agli zoo, no a circhi e delfinari“) e l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche dei nostri mari ed oceani (vedi l’articolo “La Sicilia che non ti aspetti“). Qui di seguito riportiamo alcuni brani particolarmente interessanti, ma il libro merita davvero di essere letto integralmente.

Libro “Il mare che non ti aspetti” di Marco Affronte

Spiaggiamenti, salvataggi d’emergenza, avvistamenti e… squali in Adriatico! Un mare che regala inaspettati tesori viventi. Marco Affronte racconta le esperienze vissute in dieci anni di attività conducendo il lettore a stretto contatto con gli abitanti marini dell’Adriatico. Un mondo tutto da scoprire, popolato da delfini, squali, megattere e tartarughe, protagonisti di insoliti avvistamenti o complessi salvataggi. La cronaca degli interventi, purtroppo non sempre destinati a un finale felice, svolti da professionisti e amanti di questo mondo sottomarino alla cui salvaguardia si dedicano con competenza e dedizione.

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LA PESCA “SPORTIVA”

[…] Può essere considerato sport un qualcosa che assomiglia a una forma di tortura? Forse esagero, ma vediamo quello che avviene. Nelle gare di pesca sportiva, quando un pescatore prende all’amo una preda inizia quello che viene chiamato “il combattimento”. Quest’ultimo consiste nel tirare a bordo la preda, evitando che la lenza si spezzi. Notare che spesso la lenza viene scelta più leggera di quella che effettivamente servirebbe per pescare le prede oggetto della caccia, di solito tonni o squali; questo perchè con una lenza più leggera, per evitarne una più probabile rottura, il combattimento deve essere prolungato. Sì perchè lo scopo di questa battaglia è proprio quello di schiantare la resistenza del pesce in modo poi da poterlo issare a bordo senza problemi. E sembra di vederli, tutti novelli Hemingway, a sfidare la bestia con eroica fatica e sofferenza. Ecco che quello che i pescatori sportivi considerano il momento clou della giornata diventa invece una lunga tortura. Perchè il combattimento non è ad armi pari, non è affatto “sportivo”. Da una parte c’è il pesce che combatte per la sua vita, con la sola forza dei suoi muscoli, della sua disperazione e del suo dolore, con un grosso amo d’acciaio appuntito conficcato nella bocca, nella gola o magari nello stomaco. Se potesse gridare griderebbe, strillerebbe il suo dolore e la sua frustrazione, e questo basterebbe a ridurre di tre quarti la popolazione di pescatori sportivi, i quali certamente non avrebbero più il coraggio di affrontare una creatura che muore urlando di dolore per causa loro. Ma i pesci non hanno voce. E dall’altra non c’è un uomo che lotta con i suoi muscoli, dato che perderebbe la sua battaglia in un attimo, anche senza l’amo in bocca. In genere c’è invece un ricco signore, magari con un po’ di pancetta che, legato con una cintura al seggiolino (perchè la pesca sportiva è un piacere, se finisci in acqua attaccato a una canna, che piacere è?), regge la canna, ben fissata a un supporto saldato al bordo della barca. E quello che il pesce fa con la forza dei suoi muscoli, lui lo fa con la potenza del motore della barca. Il pesce tira da una parte, il motore dall’altra, in un gioco di lascia e riprendi, lascia e riprendi, che può durare anche più di un’ora. Un’ora di tortura, alla fine della quale il pesce stremato, dissanguato, stordito dal dolore, si arrende, e il pescatore vince il combattimento. Provate a darmi torto ora.

Se parlate con un pescatore sportivo del fatto che gli squali stanno scomparendo, vi risponderà che, considerato il numero di squali pescati da professionisti, i pochi catturati durante le gare sono ininfluenti, ma questa affermazione è falsa nel caso di animali con le caratteristiche biologiche degli squali, doppiamente falsa se tale prelievo incide su aree particolarmente delicate come una nursery areaLa nursery dell’alto Adriatico rappresenta un importantissimo “serbatoio” per le popolazioni di verdesche mediterranee, forse anche atlantiche, e qui vengono a partorire anche squali volpe e squali grigi come Camillo. Il disturbo causato dalla pesca sportiva in aree biologicamente delicate è scientificamente provato. Normalmente vengono pescati individui molto piccoli, anche perché di grandi ormai non ce ne sono più. Ho visto foto di una decina di anni fa di bottini di gare di pesca sportiva, con dozzine di giovani verdesche ammassate su un molo, le quali tra l’altro verranno poi buttate non essendo buone da mangiare. Oggi, a distanza di pochi anni, tali stragi non sono più possibili solo perché non ci sono più squali da pescare. In una gara sportiva di oggi si festeggia per due verdesche e un volpe, di più non si può fare. Il prelievo di individui giovani è gravissimo perché decima i potenziali riproduttori, ma anche quello di individui adulti è grave poiché elimina i riproduttori stessi. E i risultati, drammatici, sono già sotto i nostri occhi dopo pochi anni di gare. Se ne rendono conto persino gli stessi pescatori sportivi, tanto che ultimamente nelle gare viene stabilito un limite minimo di taglia, per cui gli esemplari troppo piccoli vengono rilasciati. La dimensione minima consentita è comunque troppo piccola, ma almeno è già qualcosa.

Quello che più mi indigna è il fatto che la pesca d’altura è molto costosa, quindi d’élite; ciò significa che poche centinaia di appassionati depredano un bene che è di tutti, e io mi arrabbio se penso che i miei figli non potranno vedere squali volpe o verdesche in Adriatico perché qualcuno, per divertimento, li ha sterminati. la ricchezza del mare è anche vostra, mia, dei miei figli: non può essere a disposizione solo di chi ha soldi per sfruttarla per gioco.

Nel 1997 abbiamo fatto una campagna durante la quale sono state raccolte centomila firme per l’applicazione del no kill: cioè pesca quello che vuoi, misuralo, pesalo, fatti pure una foto, ma poi ributtalo in mare. la metà degli squali così sopravviverebbe: poco ma meglio di niente. Ma la lobby dei pescatori sportivi è forte perché gli interessi economici sono alti: ve l’ho detto, è affare da ricchi. […]

http://www.prionace.it/squaloverdesca.htm

LO SQUALO BLU O VERDESCA

[…] Prionace glauca era comune nel Mediterraneo, soprattutto in Adriatico. Il verbo al passato è giustificato dal fatto che la verdesca è lo squalo maggiormente sottoposto alla pressione della pesca commerciale: ogni anno circa 20 milioni di esemplari vengono catturati ed uccisi. (il motivo principale delle catture è legato all’utilizzo delle pinne per realizzare la “zuppa di pinne di pescecane” molto richiesta dal mercato asiatico. Non bisogna dimenticare che la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha inserito la carne di squalo tra gli alimenti che bambini e donne incinte dovrebbero evitare di mangiare, a causa dei rischi di intossicazione da mercurio ed altri metalli pesanti). Attualmente non sono noti studi completi sull’andamento globale della popolazione della verdesca, ma è probabile, visto il numero elevatissimo di catture, che sia in atto una riduzione significativa di questo animale.

La morfologia della verdesca è inconfondibile: il dorso di questo squalo è di color blu indaco, quasi brillante, i fianchi e la coda sono blu-grigi, mentre il ventre è di un bianco molto marcato. Il muso è allungato e appuntito, gli occhi sono scuri, grandi e tondi, circondati da un piccolo anello di color bianco e dotati di membrana nittitante.
Le pinne pettorali sono allungate ed appuntite, la pinna caudale è molto sviluppata nel lobo superiore, che può arrivare fino a 4 volte quello inferiore.

La verdesca è considerato uno squalo potenzialmente pericoloso per l’uomo, anche se nelle “classifiche degli squali pericolosi” risulta tra gli ultimi posti. E’ la curiosità di questo pesce, verso ciò che accade intorno a lui, che può farlo avvicinare e creare situazioni rischiose, anche se gli attacchi non provocati sono rari. Sembra che questa specie sia più docile e calma durante il giorno, mentre nel tardo pomeriggio, quando in acqua diminuisce la luminosità, diventa più curiosa e tenace, avvicinandosi anche alle coste. […]

La verdesca sembrerebbe poter arrivare ai 20 anni di vita, ma come già accennato, a causa delle elevatissime catture da parte dell’uomo, non è noto se la popolazione mondiale di questo squalo stia drasticamente (come è probabile) diminuendo. […]

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DE DELPHINARUM CAPTIVITATE
[…] l’argomento è di quelli un po’ scomodi ma difficilmente accantonabili. Delfini in cattività […]. Il termine “cattività” deriva dal latino “captivitate” che significa “prigionia”. Il mio dizionario lo spiega con: “perdita di libertà, con riferimento agli animali selvatici costretti a vivere in gabbia” […]. Sono contrario a ogni nuovo apporto dall’ambiente naturale a una vasca, se non in casi particolari come spiaggiamenti. La rimessa in libertà di tali esemplari è un evento da ritenersi quasi impossibile e di fatto, quando è stato praticato, oltre a ricevere la condanna del mondo scientifico, si è poi rivelato un avvenimento scriteriato, che mette a serio rischio la vita degli esemplari stessi e che non ha nessun valore, né a livello di conservazione né di mero esperimento scientifico. Inoltre è documentato uno scarso successo dei tentativi di reintroduzione […]. Chi ha gridato ai quattro venti e su tutti i media che, anche se stava tutto il tempo in un fiordo in Norvegia, e anche se non interagiva mai con altri esemplari della sua specie, finalmente Keiko (l’orca del film Free Willy) era libero, ha uno strano concetto della libertà. E comunque ora Keiko è morto.

Diciamo allora che gli animali dei delfinari non possono essere rilasciati, che il loro numero è o dovrebbe essere desinato a restare invariato o ad aumentare solo grazie a nuove nascite, quindi non a nuove catture. Aggiungiamo che tali strutture devono assolutamente garantire a questi animali le migliori condizioni di vita possibili da ogni punto di vista: etologico, biologico, veterinario, etc. Questo può essere anche stabilito per legge, e in Italia lo è. Premesso ciò, cerchiamo allora di capire perchè può avere ancora un senso, oggi, mantenere cetacei in cattività […]. E’ fuori di dubbio che la popolazione di cetacei in cattività offra possibilità di studio che, pur avendo ben presenti i limiti che tali ambienti artificiali pongono alla ricerca stessa, sono precluse in mare aperto […]. La presenza di animali vivi ha una notevole attrattiva sul pubblico, il quale continua ad affollare zoo, acquari e delfinari […]. Puntare il dito sulle finalità commerciali di tali strutture è puerile: è certo che una buona parte di esse ha prima di tutto scopi di lucro. L’importante è vedere come a tali finalità ne vengano affiancate altre mirate a educare, informare, sensibilizzare i visitatori sulle specie presenti […]. Ricerca ed educazione, quindi, quali condizioni imprescindibili, sancite dalla legge, insieme ad arricchimento ambientale, cura e prevenzione “maniacali” a tutela della loro salute, osservazione comportamentale e “lavoro” sul gruppo sociale per evitare sofferenze psicologiche di individui sottoposti (cioè in basso nella gerarchia sociale) e/o frustrati. Da tutto ciò non si può prescindere. […] sull’argomento si sono versati fiumi di inchiostro e parole. Ognuno ha la sua verità, che invece è solo un’opinione. Ognuno ha il diritto di avere la propria, possibilmente cercando di essere lucido, obiettivo e documentato. E lasciando perdere i messaggi propagandistici e le esagerazioni. “I delfini in vasca si suicidano battendo la testa contro le pareti” o “i delfini in vasca stanno meglio di quelli in mare, mangiano tutti i giorni e non incontrano pericoli”, sono due sciocchezze della stessa portata. E’ una questione per niente semplice, ma emotività, scarsa conoscenza e malafede fanno prendere grosse cantonate. Da ogni parte.

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LA PESCA COMMERCIALE
[…] Quello che stiamo facendo agli oceani, come al resto del pianeta, è una sofferenza per il cuore e un insulto per il cervello. Stiamo saccheggiando, depredando, svuotando senza rispetto, senza rimorso, senza criterio. Abbiamo assaltato le risorse oceaniche come se fossero infinite e inesauribili, e adesso che abbiamo miriadi di esempi lampanti che non è così, continuiamo a comportarci come se lo fosse. Siamo distruttori sistematici, organizzati, tecnologici. Non lasciamo scampo. Le tecniche di pesca diventano sempre più efficaci, sempre più potenti. Solchiamo i mari di tutto il mondo con navi gigantesche che cercano i banchi di pesce col sonar, elicotteri o piccoli aerei. Le navi oceaniche sono fabbriche galleggianti dove il pesce viene già industrialmente lavorato e congelato in enormi frigo. E’ l’apoteosi dello sterminio. Ogni anno vengono pescati nel mondo 90 milioni di tonnellate di pesce. Alle quali ne vanno aggiunte altre trenta o quaranta di catture accidentali, cioè prede tra cui mammiferi marini, tartarughe, squali, uccelli e foche che muoiono intrappolate per sbaglio in attrezzi che cercano altro ma non sanno selezionare. E anche dopo che hanno finito di lavorare, le vecchie reti o lenze , attrezzi o parti di essi abbandonati in mare, continuano a uccidere. Li chiamano “reti fantasma”, ghost-net, e imprigionano, catturano, annegano o soffocano. Non contenti, scarichiamo nel mare, come se fosse un enorme trita-rifiuti – e invece il mare non trita, purtroppo raccoglie – tonnellate di sostanze chimiche, o veri e propri rifiuti solidi. Il materiale che più spesso si ritrova durante la pulizia delle spiagge è costituito da pezzi di plastica: comoda, utilissima, leggera ma indistruttibile, praticamente eterna. Ai primi posti anche pezzi di vetro e cicche di sigarette, testimonianze tangibili della specie più invasiva, sfrenata, sregolata, non-sostenibile che esista.
Non c’è bisogno di essere animalisti, e io non lo sono, per implorare a gran voce un’inversione di tendenza […]. Equilibrio significa risorse per tutte le componenti di tale sistema, rinnovabili e distribuite secondo la rete trofica del sistema stesso. Se una specie esplode demograficamente all’interno di un ecosistema rischia l’autodistruzione, cioè la scomparsa di quest’ultimo per esaurimento delle risorse o per un’epidemia che viene favorita proprio dallo sviluppo demografico della specie stessa. […] Il mare ci lascia fare, impenetrabile, imperscrutabile. E forse ha ragione lui: ha visto passare e scomparire migliaia di specie. Non c’è ragione di credere che per l’eterno andirivieni delle acque, l’Homo sapiens altro non sia che una delle tante.
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Fondazione Cetacea onlus

fondazionecetacea.org

Fondazione Cetacea onlus , è un organizzazione senza scopo di lucro, nata nel 1988 a Riccione (RN) con l’impegno di tutelare l’ecosistema marino, soprattutto adriatico, attraverso attività di divulgazione, educazione e conservazione. Si avvale del prezioso contributo di biologi, veterinari, naturalisti e volontari. E’ attiva nel soccorso di animali in difficoltà, soprattutto tartarughe marine e Cetacei.
Dal 1994 la Fondazione gestisce un Centro Recupero Tartarughe Marine per l’Adriatico, uno dei più importanti ed attivi d’Italia. Il Centro è riconosciuto come centro di Cura e Riabilitazione regionale della regione Marche e a breve anche dell’Emilia-Romagna, secondo le indicazioni del Piano di Azione Nazionale del Ministero dell’Ambiente. L’Ospedale delle Tartarughe marine si trova, dal 2008, all’interno del Centro Adria, a Riccione.
La Fondazione Cetacea svolge attività didattiche ed educative rivolte agli studenti di ogni ordine e grado scolastico; collabora con istituzioni pubbliche ed associazioni in progetti che riguardano l’educazione ad un vivere sostenibile, al rispetto e alla conservazione ambientale e dell’ecosistema marino in particolare. Inoltre, in associazione ad Istituti e Università, la Fondazione Cetacea ha svolto e svolge ricerche soprattutto sui grandi Vertebrati marini (Cetacei, Tartarughe marine e Squali).

Centro Studi Cetacei

www.centrostudicetacei.it

Il Centro Studi Cetacei, gruppo di ricerca della Società Italiana di Scienze Naturali, è nato nel 1985 ed è riconosciuto dai Ministeri competenti come idoneo punto di riferimento e di coordinamento per gli interventi e gli studi sui Cetacei.

I Cetacei sono mammiferi marini molto sensibili alle variazioni ambientali di diverse origini e natura e, per di più, occupano il vertice della catena alimentare. Essi, pertanto, possono annoverarsi fra i migliori indicatori biologici dello stato di salute globale del mare e di conseguenza non c’è dubbio che debbano essere presi in considerazione per un serio monitoraggio ambientale.

Il Centro Studi Cetacei interviene a livello nazionale sui cetacei che, vivi o morti, si spiaggiano lungo le nostre coste o rimangono intrappolati in attrezzi da pesca. Quando lo spiaggiamento viene rilevato dalle Capitanerie di Porto o da privati cittadini, ne viene data immediata notizia al Centro Studi Cetacei telefonando al numero 02-58240050, servizio di centralino fornito gratuitamente da Europ Assistance, funzionante 24 ore su 24. L’avviso viene quindi trasmesso al gruppo di ricercatori del Centro Studi Cetacei competente territorialmente, che interviene sul luogo dell’evento per organizzare tutte le operazioni necessarie, coinvolgendo le Autorità sanitarie e le Istituzioni pubbliche, oltre ad associazioni ambientalistiche e privati cittadini che si rendono disponibili. Il lavoro svolto fino ad oggi è stato notevole ed ha consentito il salvataggio di numerosi cetacei (per lo più capodogli) rimasti intrappolati nelle reti da pesca e di alcuni animali feriti o dispersi. E’ stato anche possibile il recupero e la conservazione nei Musei di numerosissimi reperti osteologici di alto valore scientifico, oltre all’attivazione e al coordinamento di molte ricerche specialistiche che hanno incrementato notevolmente le conoscenze sui Cetacei dei nostri mari per la loro conservazione. A tale scopo è stata attivata una complessa rete di cooperazioni specialistiche con Istituti di ricerca e Musei naturalistici. Un indispensabile appoggio è fornito ufficialmente dal Ministero dei Trasporti e della Navigazione, tramite l’operato delle Capitanerie di Porto. Molto importante è l’accordo con il W.W.F. Italia che ha messo a disposizione la cooperazione dei suoi numerosissimi soci presenti sulle coste italiane. Il Centro Studi Cetacei si avvale inoltre da sempre della collaborazione di U.S.L., Istituti Zooprofilattici, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, Polizia di Stato, Vigili del Fuoco, ecc.

Il Centro Studi Cetacei è diretto da un Coordinatore e da un Consiglio Direttivo; è inoltre suddiviso in Unità Operative regionali facenti capo a Istituzioni scientifiche. Annualmente viene pubblicato un consuntivo analitico dei Cetacei spiaggiati sulle coste italiane, a cui si aggiungono numerose pubblicazioni che rappresentano un contributo di grande rilievo che pone l’Italia al pari di altre Nazioni che operano in modo analogo. Gli interventi effettuati nel periodo 1986-2002 anni sono stati 3075. I dati raccolti in questi anni di attività costituiscono una valida base di ricerca per una corretta gestione, tutela e salvaguardia della fauna cetologica dei nostri mari.

Il blog di Marco Affronte:

www.marcoaffronte.it

La rivista online MareMag – La voce del mare:

www.maremag.net

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