Avevamo in precedenza parlato dell’inutilità di una consultazione pubblica sulle riforme istituzionali (vedi l’articolo “L’inutilità di una consultazione pubblica sulle riforme costituzionali“) e cogliamo l’occasione per pubblicare un’interessante proposta della senatrice Elena Cattaneo in merito alla riforma del Senato, ribadendo il fatto che si tratta di questioni sulle quali non può essere la cittadinanza a decidere, ma devono essere delle persone preparate e competenti:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco-intervista-elena-cattaneo/aprire-senato-agli-scienziati/aprile-2014

“Aprire il senato agli scienziati”

Un Senato delle competenze. Per avvicinare scienza e politica. Ma, soprattutto, per rendere più maturo il dibattito pubblico e rendere più solida la democrazia nel nostro paese. Elena Cattaneo, scienziata alla Statale di Milano, 51 anni, la più giovane senatrice a vita nella storia della Repubblica, ha un’idea forte e, per certi versi, spiazzante sulla riforma della Camera Alta. L’abbiamo intervistata.

Senatrice Cattaneo, da settimane il tema della riforma del Senato è al centro della discussione istituzionale, politica e mediatica. Come giudica le proposte in campo e il livello del dibattito?
Non sempre sono chiari gli obiettivi delle varie proposte in campo. E, dunque, non esprimo un giudizio articolato. Il disegno di legge del Governo sembra prestarsi a numerose obiezioni. Sembra un “Senato dopolavoro”, che replica la Conferenza Stato Regioni. La funzione costituzionale della nuova istituzione sembra “irrisolta” e non priva di rischiose aporie, come sottolineano autorevoli costituzionalisti. Al riguardo confido nei lavori parlamentari affinché, trattandosi di riformare la struttura dello stato democratico, l’approdo costituzionale sia molto chiaro e ben ponderato.

Abbattere i costi non è un obiettivo?
Abbattere i costi è importantissimo. Ma non può essere l’obiettivo, men che meno l’obiettivo principale, di una riforma che rimodella la struttura dello Stato.

Dunque lei è contro la riforma del Senato?
Niente affatto. Penso che la riforma del ruolo, delle funzioni e della composizione del Senato sia una necessità. Di più, penso che sia un’occasione storica per dare al nostro paese un quadro istituzionale capace di far vincere le sfide della società e dell’economia della conoscenza, del presente e del futuro.

Lei una proposta di riforma chiara e di alto profilo, per molti versi rivoluzionaria, ce l’ha: è il “Senato delle competenze”. Con quale obiettivo?
Il ruolo del nuovo Senato lo immagino essere, oltre che quello di esame e di controllo delle leggi fondamentali dello Stato, anche quello di raccordo tra le istituzioni nazionali, le istituzioni locali e quelle europee. Per fare tutto questo c’è bisogno di competenze. Nel nostro sistema parlamentare sono rappresentate solo alcune: quelle strettamente politiche, quelle giuridiche, quelle economiche. Ma ne mancano altre. Per esempio mancano le competenze scientifiche di grande spessore. Anzi, mi sembra che ci sia una sorta di diffidenza nei confronti della scienza.

Una mancanza di competenze specifiche e una diffidenza che hanno effetti concreti?
Eccome se li hanno, devastanti. Basta guardare ai pasticci fatti in tanti ambiti, dalla legge 40 a quella sulla sperimentazione animale, alla ricerca sugli ogm, per finire al caso Stamina, dopo non avere imparato niente dal caso Di Bella. La verità è che le competenze scientifiche  permettono di raggiungere continui traguardi di conoscenza decisivi in tanti settori primari: la sanità, l’etica, l’ambiente, la stessa economia.

Come dovrebbe essere composto, dunque, il Senato delle competenze: tutto da scienziati?
Certo che no. Gli scienziati dovrebbero essere presenti insieme ad altri competenti. Penso agli esperti di beni culturali, di cui il nostro paese è ricchissimo. A esponenti del mondo del volontariato. A imprenditori capaci di innovare. Ecco, il Senato dovrebbe essere composto da persone che nel loro settore sono abituate a confrontarsi con il meglio che c’è al mondo. Di persone così, nella scienza e in altri ambiti, in Italia per fortuna ne abbiamo moltissime.

Ma per quanto riguarda la scienza, non sarebbe meglio, invece di un Senato formato da scienziati senatori, un Senato che consulta in maniera sistematica le grandi istituzioni scientifiche?
Già oggi gli scienziati sono auditi, come si dice nel gergo parlamentare. Vengono in Parlamento ed espongono i loro dati e le loro competenze. Che però rischiano di venire o non capite in quanto oggettivamente complesse o dimenticate o, peggio, strumentalizzate. No, c’è bisogno di qualcuno in Parlamento che faccia metabolizzare, che utilizzi quei dati e quelle idee, concorrendo a trasformarle in soluzioni legislative. L’unica possibilità è che la scienza e, più in generale, le competenze specifiche siano nell’aula del Senato e abbiano la possibilità di sviluppare visioni strategiche, approcci controllati e nel lungo periodo. E che, nel caso, facciano da “sentinelle” attente e presenti, contribuendo a prevenire deragliamenti.

Già, ma chi lo elegge o lo nomina il Senato delle competenze?
Di questo si deve discutere. Nella proposta del Governo c’è la nomina di 21 senatori a opera del Presidente della Repubblica. Questa disposizione credo debba essere intesa nel senso di sottrarre agli interessi politici la scelta di una componente “specializzata” di cittadini che eccellono nei rispettivi ambiti professionali. Ma i meccanismi di nomina o meglio di elezione possono però essere diversi e sono convinta possa essere identificato quello più funzionale se c’è accordo sugli obiettivi. Un esempio: per una prima selezione potrebbero essere messe in campo istituzioni culturali come l’Accademia dei Lincei, da sempre estranea alla politica, che potrebbe produrre dei candidati con un meccanismo simile alle primarie e tra i quali poi scegliere chi eleggere.  

Per realizzare un progetto politico occorre avere i numeri. E i numeri in democrazia vengono dal consenso. Il suo progetto sta ricevendo consensi?
Non è il mio progetto ma siamo in molti, e da tempo, a confrontarci in questa direzione e i consensi non mancano. Anche quello di Eugenio Scalfari, per esempio. Penso che se ne parliamo in maniera aperta e corretta, probabilmente più politici potrebbero partecipare allo sviluppo di questa proposta. D’altra parte è opportuno che la politica rifletta ed intervenga il prima possibile sull’esigenza di coniugare democrazia e competenza in un’era sempre più fondata su conoscenze specialistiche che sono patrimonio di soggetti ad oggi esclusi dal circuito democratico della rappresentanza.

Immaginiamo che il suo progetto per un Senato delle competenze acquisisca il consenso necessario e si realizzi. Quale sarebbe la prima cosa da fare: aumentare gli investimenti in ricerca, rilanciare l’università, cambiare la specializzazione produttiva del sistema paese, dare spazio ai giovani?
La prima esigenza è creare un dialogo tra scienza e politica. Imparare ad ascoltarsi. Nell’era della conoscenza, i saperi e le innovazioni devono essere utilizzati nelle istituzioni per ampliare gli spazi di libertà consapevole. A nessuno deve essere concesso di restringerle falsando la realtà e i fatti. Se realizzeremo questo, tutti i grandi problemi che lei pone verranno risolti di conseguenza.

Pubblicato su L’Unità, 19 aprile 2014

19 aprile, 2014 – Pietro Greco
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Aggiornamento del 25 aprile 2014:

Legge 40, sperimentazione animale, OGM, Stamina: tutti argomenti di cui ci siamo già interessati. Da sempre sosteniamo che all’attuale classe politica manchino le competenze scientifiche. Certo, di punto in bianco non ci si può improvvisare scienziati, per questo sarebbe importante che le competenze scientifiche venissero portate dall’esterno, proprio come proposto dalla senatrice Cattaneo. Nonostante ciò, dal nostro modestissimo punto di vista, riteniamo che chiunque rivesta un ruolo politico dovrebbe avere almeno un minimo di basi scientifiche (vedi gli articoliLegge 40: finalmente possibile la fecondazione eterologa anche in Italia“, “Sperimentazione animale: la sconfitta dell’Italia“, “Mozione anti-OGM: vince l’Italietta ipocrita e disinformata“, “Il caso di Sofia e della presunta terapia con cellule staminali (Stamina)“, “Strategie energetiche: ecco perché i politici dovrebbero essere un po’ più scienziati“).
Vi proponiamo qui un bell’articolo del mitico Dario Bressanini sulla questione degli OGM:

Mais OGM: un bigino per i neoministri

Sono un inguaribile sognatore. A volte sogno che, di click in click, qualche ministro prima o poi capiti su queste pagine e legga quanto ho scritto in questi anni sul tema OGM. Dopo l’ultima sentenza del TAR del Lazio, che respinge la richiesta di Silvano Dalla Libera di annullare il decreto del 12 Luglio 2013 che vieta per 18 mesi la coltivazione del mais OGM MON810, eccomi qui a fare un riassunto sintetico sulla vicenda ai ministri Martina (Agricoltura), Galletti (Ambiente) e Lorenzin (Salute), e a chiunque altro non abbia ben chiara la situazione generale.

Qual è la situazione degli OGM in Europa?

Si dice spesso che l’Europa è contraria agli OGM, ma non è corretto. L’Europa è spaccata in due: c’è un blocco di paesi che sono favorevoli agli OGM, capitanati dalla Spagna che coltiva mais OGM da molti anni, e c’è un blocco di paesi contrari, come l’Austria, la Francia e l’Italia.

E questo cosa comporta?

Quando si sottopone un OGM all’autorizzazione, dopo essere passato al vaglio scientifico dell’EFSA (l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare con sede a Parma), a livello politico serve una maggioranza qualificata dei ministri dei paesi membri sia per approvare un OGM che per bocciarlo. Sono più di 10 anni che nelle istituzioni europee c’è una situazione di stallo perché non si raggiunge mai una maggioranza qualificata né per l’approvazione né per la bocciatura. A questo punto la palla passa alla Commissione Europea che deve decidere, e solitamente la tira per le lunghe il più possibile, anche anni, per non prendersi la responsabilità di decidere. Quando il tempo sta per scadere solitamente segue le raccomandazioni dell’EFSA. Tutti sono più o meno scontenti di questo stato di cose, sia i paesi favorevoli agli OGM che i contrari.

Quindi ci sono vari OGM approvati in Europa?

Sì, ve ne sono molti approvati per il commercio e il consumo umano e animale. Qui trovate il database degli OGM approvati nella UE. L’Europa importa quantità enormi di OGM (principalmente soia e mais) da usare come mangime animale. E’ perfettamente legale e non vi sono controversie su questo. Nessuna delle varie organizzazioni che si oppongono agli OGM si è mai sognata di chiedere il blocco delle importazioni.

Anche in Italia?

Certamente, anche in Italia. La grande maggioranza degli animali italiani di allevamento per produrre latte, carne, salumi, formaggi (anche DOP), uova, yogurt e così via sono alimentati con mangimi contenenti OGM. Venduti comunemente nei consorzi agrari (anche di organizzazioni che pubblicamente avversano questi prodotti). Importiamo 3.350.000 tonnellate di soia OGM ogni anno. Sono circa 55 kg di soia OGM per ogni italiano, deputati e ministri compresi. L’agroalimentare italiano, che non è OGM Free, finirebbe in ginocchio senza queste importazioni.

E come mai non è scritto in etichetta?

La legislazione Europea non prevede che venga segnalato l’uso di OGM come mangime animale, forse per paura di danneggiare commercialmente i propri prodotti.

Su cosa verte allora la controversia?

Verte sulla possibilità di coltivazione di questi prodotti. Sono solo due gli OGM ammessi alla coltivazione in Europa: il mais MON810 resistente ad alcuni insetti, che necessita di minori pesticidi, e Amflora, una patata per uso industriale. La patata nel frattempo è stata ritirata dal mercato.

I favorevoli alla coltivazione sostengono che sia illogico importare questi prodotti dall’estero (da Argentina, Brasile e USA soprattutto) e impedire ai nostri agricoltori di coltivarli qui accorciando la filiera. Alcuni dicono anche che il mais OGM è più sano di quello convenzionale, per non parlare di quello biologico, perché meno contaminato da micotossine, e che comunque in confronto al mais convenzionale, che ha bisogno di essere trattato con pesticidi, questo mais ha un impatto ambientale minore.

I contrari invece ritengono di poter trarre un vantaggio commerciale nel dichiararsi OGM free (vantaggio per altro tutto da dimostrare), anche se come detto noi importiamo OGM. Però non lo dobbiamo dichiarare in etichetta. In più solitamente accampano ipotetici danni ambientali o tirano in ballo, genericamente, la biodiversità. Senza mai entrare nel merito o mettere le cose nel giusto contesto, confrontandosi quindi con il mais convenzionale spruzzato di insetticidi.

Qual è lo status legale del mais MON810?

Il mais MON810 è stato autorizzato nel 1998 dalla Commissione Europea. Tutte le autorizzazioni devono essere rinnovate dopo 10 anni. Allo scadere dell’autorizzazione la Monsanto ha presentato richiesta di rinnovo, ma, a causa dello stallo di cui parlavo prima, l’autorizzazione non è stata concessa, ma non è neanche stata negata. Uno stallo. Poiché è un prodotto esistente autorizzato in precedenza, la sua commercializzazione è però permessa dalla normativa.

Uno stato può vietare l’uso di un OGM approvato in Europa?

Come ricorda la sentenza del TAR, la Direttiva 2001/18/CE stabilisce (art.22) come principio generale che “gli Stati membri non possono vietare, limitare o impedire l’immissione in commercio di OGM conformi ai requisiti fissati a livello comunitario”. Quindi per esempio non è possibile, con la normativa attuale, per un paese dichiararsi OGM-Free.

Lo ha ribadito la sentenza del 6 settembre 2012 della IV sezione della Corte di Giustizia Europea:

allo stato attuale del diritto dell’Unione, uno Stato membro non è libero di subordinare a un’autorizzazione nazionale, fondata su considerazioni di tutela della salute o dell’ambiente, la coltivazione di OGM autorizzati in virtù del regolamento n. 1829/2003 ed iscritti nel catalogo comune in applicazione della direttiva 2002/53

È possibile però (art. 23) “limitare temporaneamente o vietare l’uso e la vendita sul proprio territorio di un OGM, qualora sulla base di nuove informazioni, vi siano fondati motivi di rischio per la salute umana o l’ambiente

Che cos’è la “clausola di salvaguardia” che molti invocano?

È, appunto, lo strumento normativo a disposizione degli stati membri per vietare uno specifico OGM sul proprio territorio. È l’articolo 23 della Direttiva:

Qualora uno Stato membro, sulla base di nuove o ulteriori informazioni divenute disponibili dopo la data dell’autorizzazione e che riguardino la valutazione di rischi ambientali o una nuova valutazione delle informazioni esistenti basata su nuove o supplementari conoscenze scientifiche, abbia fondati motivi di ritenere che un OGM come tale o contenuto in un prodotto debitamente notificato e autorizzato per iscritto in base alla presente direttiva rappresenti un rischio per la salute umana o l’ambiente, può temporaneamente limitarne o vietarne l’uso o la vendita sul proprio territorio

La legislazione europea stabilisce quindi che uno Stato membro, se ha fondati motivi di considerare che un OGM che ha ottenuto un’autorizzazione di immissione in commercio costituisca un rischio per la salute umana o l’ambiente, può temporaneamente limitarne o vietarne l’uso o la vendita sul suo territorio. Tuttavia, non basta genericamente dire “potrebbe succedere che…”: è necessario produrre studi scientifici specifici per dimostrare dei nuovi rischi che non siano stati già considerati in precedenza, quando l’autorizzazione è stata concessa. Quindi non basta appellarsi genericamente alla “difesa della biodiversità” o cose del genere, come spesso leggiamo. Si deve dimostrare che esiste un pericolo reale in uno specifico contesto. Le prove scientifiche da allegare alla richiesta di applicazione della clausola di salvaguardia vengono vagliate e giudicate dall’EFSA. Tutti i dossier ricevuti dall’EFSA fino ad ora sono stati ritenuti non motivati scientificamente.

Anche su questo la Corte di Giustizia, sezione IV, nella sentenza dell’8 settembre 2011 è chiara:

Questo rischio deve essere constatato sulla base di nuovi elementi fondati su dati scientifici attendibili. Infatti, misure di tutela adottate in forza dell’art. 34 del regolamento n. 1829/2003 non possono essere validamente motivate con un approccio puramente ipotetico del rischio, fondato su semplici supposizioni non ancora accertate scientificamente. Al contrario, siffatte misure di tutela, nonostante il loro carattere provvisorio e ancorché rivestano un carattere preventivo, possono essere adottate solamente se fondate su una valutazione dei rischi quanto più possibile completa, tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, che dimostrino che tali misure sono necessarie.

Che tipo di motivazioni possono essere accettate?

Solo motivazioni scientificamente provate che riguardino esclusivamente la salute umana e l’ambiente. Non basta, come ricorda la Corte, una ipotetica possibilità ma deve essere individuato, con studi scientifici seri, il rischio preciso. Nessuna delle motivazioni fino ad ora portate dai paesi contrari è resistita al vaglio scientifico dell’EFSA e delle altre istituzioni scientifiche. Il che non stupisce perché spesso vengono portati a supporto di una richiesta di divieto studi scientificamente scadenti, o screditati, (come gli articoli di Seralini), o puramente ipotetici, e usati solo come “copertura”, perché la legislazione non prevede che si possano vietare gli OGM per motivi economici, politici o sociali. In altre parole, si cerca una scusa “scientifica”, anche se non sta in piedi, perché non si possono utilizzare le vere ragioni dell’opposizione, che sono sociali, politiche ed economiche.

La clausola di salvaguardia riguarda anche aspetti economici?

No. Gli unici motivi per cui è possibile vietare per un tempo limitato uno specifico ogm sono rischi dimostrati per la salute umana o per l’ambiente. Gli aspetti economici non sono contemplati. La normativa esistente non ammette alcuna possibilità di vietare un OGM in base a motivazioni economiche o politiche.

In cosa consiste la coesistenza?

Nella UE vige il principio che ogni tipo di agricoltura deve essere permessa

Nell’Unione europea non deve essere esclusa alcuna forma di agricoltura, convenzionale, biologica o che si avvale di OGM.” (raccomandazione http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2003:189:0036:0047:IT:PDF )

Ogni agricoltore deve poter scegliere tra produzione tradizionale, biologica o geneticamente modificata, nel rispetto degli obblighi di legge in fatto di etichettatura e di purezza. La Commissione ha affidato agli Stati membri, il compito di elaborare e attuare misure di gestione della coesistenza.

In pratica?

Ad esempio stabilendo quanti metri deve distare un campo di mais OGM da uno convenzionale. Ovviamente sono stati fatti studi al riguardo e bastano 100-200 metri per evitare contaminazioni nel caso del mais. Sono misure che già si utilizzano per la produzione di semi convenzionali certificati in cui si devono evitare impollinazioni. O ad esempio per separare il mais bianco dal mais giallo. È bene ricordare che ogni OGM è un caso a sé. Per alcune colture (il riso ogm ad esempio, se venisse coltivato) basterebbero una decina di metri, per altre (la colza ad esempio) potrebbero essere necessari anche più di 1000 metri. (vedi http://ipts.jrc.ec.europa.eu/publications/pub.cfm?id=1345)

Ma quindi che c’entra il Ministro della Salute?

Niente. C’entrerebbe se si dicesse “Il mais OGM è dannoso per la salute, ecco le prove. Lo blocchiamo”. Ma, a parte che queste prove non esistono, ovviamente in un caso del genere si dovrebbero bloccare le importazioni. Cosa che nessuno si è mai sognato di fare. Il Ministro Lorenzin, riferendosi al caso Stamina, ha detto di voler lasciare “parlare la scienza”. Dovrebbe fare la stessa cosa anche in questo caso.

E il ministero dell’ambiente?

Anche lui niente. A meno, come sopra, di dimostrare che esistono fondati rischi per l’ambiente. Guarda caso per il mais in questione è addirittura vero il contrario, perché è ormai dimostrato un beneficio per l’ambiente perché si utilizzano meno insetticidi, e il mais OGM è più sano di quello convenzionale o biologico, meno contaminato da micotossine, quelle sì sicuramente dannose per la salute.

E perché in Italia le regioni non hanno mai adottato misure di coesistenza?

Di fatto adottare misure di coesistenza significa autorizzare la coltivazione sul territorio, degli OGM.

Le regioni furbescamente pensavano di poter usare la mancanza di queste misure come scusa per vietare la coltivazione di  OGM indefinitamente. Ma varie sentenze, anche in sede Europea, hanno stabilito che la mancanza di regole di coesistenza non è un motivo valido per vietare un ogm approvato. In altre parole “non le avete fatte? Cavoli vostri!”. La motivazione razionale è che queste regole sono comunque volontarie e quindi, non essendoci l’obbligo dei vari paesi a vararle, la loro mancanza non può essere usata per vietare un OGM

Ok, allora le facciamo e imponiamo una distanza di 100 km da un campo vicino, vietando di fatto gli OGM?

No, neanche questo è possibile. Le misure devono essere proporzionate. La coesistenza, come dice il nome, deve permettere agli agricoltori di scegliere tra produzione tradizionale, biologica o geneticamente modificata, nel rispetto degli obblighi di legge in fatto di etichettatura e di purezza.

La Commissione ha affidato agli Stati membri il compito di elaborare e attuare misure di gestione della coesistenza delle colture geneticamente modificate, tradizionali e biologiche. La normativa sottolinea la necessità di definire una strategia di coesistenza in modo trasparente, sulla base di prove scientifiche e in cooperazione con tutte le parti interessate. Si fa riferimento all’esperienza acquisita con le pratiche di segregazione esistenti (ad esempio nella produzione di sementi certificate) e afferma l’esigenza di assicurare un giusto equilibrio tra gli interessi degli agricoltori dei vari tipi di produzione. In altre parole è vietato favorire, ad esempio, l’agricoltura biologica a discapito di quella transgenica.

Le misure destinate a garantire la coesistenza, secondo questi orientamenti, devono essere efficaci ed economicamente efficienti, senza andare oltre quanto è necessario per rispettare le soglie europee per l’etichettatura degli OGM e devono adeguarsi alla specificità dei diversi tipi di colture, dato che il rischio di commistione varia notevolmente da una coltura all’altra: per alcune colture il rischio è elevato (ad es. per la colza), per altre è piuttosto basso (ad es. per le patate).

Ma i campi coltivati italiani sono molto piccoli, la coesistenza è impossibile

100 metri di distanza tra un campo di mais e l’altro possono sembrare tanti nel contesto italiano. Nulla vieta però che molti agricoltori si accordino, e i maiscoltori vogliono seminare il mais OGM. Quindi di fatto varare norme di coesistenza “ragionevoli” vuol dire dare il via libera legale al mais OGM.

Ma allora non c’è modo di vietare legalmente gli ogm?

No. Non esiste il diritto di vietare gli OGM su tutto il territorio. C’è invece la libertà (non certo un obbligo) per gli agricoltori di coltivarli.

Ma che democrazia è se la maggioranza contraria non può vietare gli OGM?

La maggioranza deve essere rispettosa dei principi di libertà economica, anche se mi rendo conto che in un paese come l’Italia i principi liberali non abbiano mai attecchito. Nessuno è obbligato a seminare OGM. Le organizzazioni che si oppongono in realtà hanno una notevole paura di concedere la libertà di scelta agli agricoltori. E come ho fatto notare i maiscoltori vogliono coltivarlo. E non vorrei dover spiegare ai ministri che il mais ogm non può “rendere ogm” una coltivazione di pomodori lì a fianco.

A tutti gli effetti invocare la democrazia per vietare gli OGM è come invocarla per voler vietare la coltivazione di broccoli o melanzane. Ha la stessa base giuridica: zero.

I comuni possono vietare gli OGM come dice il Movimento 5 Stelle?

Ovviamente no. È una delle tante bufale. L’unico soggetto titolato a vietare gli OGM è lo Stato. Non le regioni con la coesistenza e men che meno i comuni. E lo Stato lo può fare solamente invocando la clausola di salvaguardia, che non coinvolge aspetti di coesistenza ma solo di salute umana e impatto ambientale.

Ok. Allora lasciamo che gli agricoltori li seminino, e aspettiamo il disastro!

Beh, a parte il fatto che è un segreto di pulcinella che in molti campi del Nord Italia, dal Piemonte sino al Friuli, già oggi il mais ogm, liberamente acquistabile sul mercato sementiero, è seminato e coltivato in silenzio, e poi dato da mangiare agli animali. L’alternativa, più costosa, sarebbe quella di acquistare mais (ogm comunque) dall’estero. Cosa cambierebbe?

Ma comunque, non ci saranno i disastri paventati dalle solite organizzazioni. Da molto tempo in Spagna si coltiva mais OGM e coesiste con le coltivazioni convenzionali. Il 30% circa del mais in Spagna è OGM. Lo coltivano liberamente solo quegli agricoltori che hanno problemi gravi di piralide e non vogliono spargere insetticidi. Non vi è stato alcun collasso della produzione agricola, nessuna tragedia sui prodotti di punta. Il famoso prosciutto Patanegra continua a essere apprezzato. Niente drammi. Quindi invocare disastri è solo fumo negli occhi.

Ma il mais ogm può “contaminare” le altre colture?

Può impollinare solo quelle sessualmente compatibili ovviamente, e cioè SOLO mais. Sono piante come le altre, mica virus ;) L’uso del termine “contaminazione” fa parte di una precisa strategia di comunicazione volta a suscitare reazioni emotive negative.

È bene anche ricordare che in Europa non esiste alcuna pianta selvatica che si possa incrociare con il mais, quindi è inutile tirare in ballo problemi di biodiversità.

Chi si è opposto al decreto De Girolamo-Orlando-Lorenzin del 12 Luglio 2013?

Il signor Silvano Dalla Libera. Si sono aggiunti l’associazione “Luca Coscioni” (nota per le sue battaglie sulla libertà di ricerca) e l’Associazione Italiana Maiscoltori. Si sente spesso dire che “gli agricoltori italiani sono contro gli OGM” ma non è per nulla vero. L’unico OGM seminabile in Italia è il mais e non a caso l’Associazione Italiana Maiscoltori è favorevole. Ai Ministri, nella difesa del decreto, si è affiancata Greenpeace.

E la legge della Regione Friuli n.5 del 28 marzo 2014?

La legge, volta a bloccare a livello regionale la semina di mais OGM “ha disposto che la coltivazione di mais geneticamente modificato è vietata fino all’approvazione definitiva delle predette misure di coesistenza e comunque per un periodo non superiore a dodici mesi dall’entrata in vigore delle suddetta legge.

Ancora una volta, c’è chi ritiene questa legge illegittima perché in contrasto con la normativa comunitaria. Il TAR del Lazio non è entrato nel merito perché questo esulava dall’esame del ricorso contro il decreto.

Perché il TAR ha rigettato il ricorso contro il decreto che vietava la coltivazione di OGM?

L’argomento principale è questo. Dopo aver richiamato le sentenze e la normativa Europea che ho citato sopra, e aver confermato che uno stato non può vietare un ogm approvato in sede europea, prende in considerazione lo status del MON810.

Il mais MON810 come abbiamo detto è in attesa da 7 anni del rinnovo dell’autorizzazione. Nel frattempo i criteri per concedere l’autorizzazione si sono fatti più stringenti, stante anche un riesame dell’EFSA delle procedure e delle richieste dell’impatto ambientale, quindi il TAR sostiene che “il diffondersi di culture di MAIS transgenico sulla base di un’autorizzazione risalente nel tempo, la quale non poteva tener conto di una normativa successiva più restrittiva nonchè delle problematiche connesse ai rischi ambientali successivamente emerse ed avvalorate dagli studi richiamati nel contestato decreto, le quali avevano in sostanza precluso alla Commissione Europea di procedere al rinnovo della citata autorizzazione, poteva rappresentare un situazione di concreto pericolo tale da giustificare l’adozione del suddetto decreto”. Non essendo un giurista non entro nel merito. Faccio però notare che il punto b1 della sentenza:

b1) sono state evidenziate le conseguenze negative per l’ambiente derivante dalla diffusione della coltura del mais MON 810;

non ha senso. I rischi si confrontano sempre ad altri rischi. Ultimamente giudici e magistrati, su vari temi (dal caso Stamina ai vaccini all’autismo ai terremoti) hanno dimostrato di essere completamente incapaci di recepire il consenso scientifico rispetto a vari temi. Il TAR comunque si rifiuta di entrare nel merito delle contestazioni delle valutazioni tecniche sul presunto rischio ambientale, perché non sono di sua competenza.

Visto che l’Italia non ha chiesto l’applicazione della clausola di salvaguardia, su che basi il TAR ha ritenuto valido il decreto?

Il TAR sostiene che “il decreto in questione non ha vietato tout court la coltivazione del Mais geneticamente modificato, ma si è limitato a disporre una sorta di moratoria, peraltro circoscritta nel limite temporale massimo

Il decreto “ha una durata massima temporale che in ogni caso può essere ulteriormente ridotta se la Commissione Europea, cui compete in via esclusiva la valutazione in ordine ai rischi conseguenti alla coltivazione del mais MON 810, non confermi ai sensi dell’art.54 del Regolamento 178/2002 la contestata moratoria

Cioè, il divieto in realtà non è un divieto, visto che ha una scadenza, e la Commissione Europea in ogni caso ha il potere di far togliere la moratoria, se vuole. Ma per ora resta.

C’è una trattativa a Bruxelles per concedere ai singoli stati di vietare gli OGM a livello nazionale?

Sì. La situazione di stallo sta danneggiando l’Europa: già alcuni centri di ricerche, come quello della BASF, vista l’incertezza legislativa hanno fatto le valigie per trasferirsi in USA. Il compromesso che si sta cercando è questo: l’approvazione rimane comunque a livello Europeo, su basi strettamente scientifiche, ma verrebbe data ai governi nazionali la possibilità esplicita di vietare gli OGM anche con considerazioni di tipo sociale ed economico. In pratica i paesi favorevoli si sono scocciati del continuo veto da parte dei contrari e vogliono andare avanti da soli. Con questo compromesso i paesi favorevoli sperano che i contrari non mettano più i bastoni fra le ruote opponendo motivazioni scientificamente infondate.

Chi è contrario a questo accordo?

Le multinazionali, che non vogliono venga data la possibilità ai singoli stati di vietare un OGM dopo che è stato approvato in sede Europea (tra l’altro che questo si possa legalmente fare è ancora dibattuto, perché potrebbe violare le regole del WTO per il libero commercio dei prodotti). Anche le organizzazioni di attivisti anti-OGM, come Greenpeace, sono contrarie, perché la loro azione di lobby, molto efficace a livello delle istituzioni europee, da cui ricevono anche ampi finanziamenti, verrebbe molto diluita dovendo opporsi anche nei singoli stati, sapendo benissimo che in alcuni paesi si darebbe il via libera agli OGM senza problemi. Sono poi contrari alcuni paesi, come la Spagna, che vedono in questo accordo un indebolimento del mercato unico europeo: se i semi sono una merce come le altre, come è possibile vietarne il libero commercio tra stato e stato?

Chi è favorevole?

Alcuni paesi come la Danimarca, la Svezia o la repubblica Ceca che vogliono procedere sulla via delle biotecnologie agrarie senza che i paesi contrari, come l’Italia fino a ieri, blocchino i loro piani. Anche la Gran Bretagna ha ultimamente manifestato interesse per alcune piante OGM, come la barbabietola da zucchero, già utilizzata in USA, o il frumento. In pratica per i paesi contrari agli ogm non cambierebbe nulla, se non che non si dovrebbero più inventare scuse per vietare localmente quello che è permesso a livello UE. La famosa Europa “a due velocità” insomma: i paesi che fanno innovazione da una parte, quelli ancorati alla strenua difesa della “tradizione” dall’altra.

E l’Italia?

L’Italia è stata sempre contraria a questa “liberalizzazione”, perché di fatto rappresenterebbe il via libera in Europa, ma ultimamente ha cambiato posizione, accettando l’idea che chi vuole bloccarli a livello nazionale possa farlo, e chi vuole andare avanti lo faccia senza intralci da parte degli altri. Tutto questo viene “propagandato” come una “vittoria” del fronte contrario agli OGM ma è proprio il contrario, in un contesto Europeo.

E la ricerca?

Nessun paese Europeo tranne l’Italia ha bloccato la ricerca, anche in campo aperto, in questo campo riconosciuto come strategico dall’Europa. La ricerca pubblica italiana, prima del blocco decretato da Pecoraro Scanio, era all’avanguardia nello sviluppo di OGM italiani pensati per l’agricoltura italiana. Molti sono già pronti nei laboratori delle università italiane. (I pioppi OGM italiani sono in questo momento piantati e rigogliosi in foreste cinesi ad esempio). Ci sono viti, olivi, pomodori, melanzane, kiwi, mele, etc. tutti pensati per risolvere specifici problemi italiani.

È inutile negare che uno dei problemi principali all’accettazione sociale di queste tecnologie sia il grande peso che hanno le multinazionali in questo campo. La ricerca pubblica auspicata (a parole) da tutti però potrebbe efficacemente agire da contrappeso rispetto al potere di influenza delle multinazionali del biotech.

Quindi esiste una ricerca pubblica sugli OGM?

Certamente! L’Europa era all’avanguardia. I primi OGM sono stati fatti in Europa e in istituzioni pubbliche.

Ma “la scienza è divisa?” come sostengono alcuni?

Sì, certo. Ma vediamo come. Questo è un “trucco” usato in Italia in tutti i campi dove un tema scientifico è stato politicizzato. Dalla fecondazione assistita alle cellule staminali, dal rischio sismico ai vaccini al riscaldamento globale agli OGM. Quando si parlava di cellule staminali adulte, contrapponendole a quelle embrionali, si vedevano in TV sempre e solo i soliti tue o tre scienziati che le sostenevano. La stessa cosa per gli scienziati “possibilisti” su Stamina. Sempre i soliti. E la stessa cosa accade da tempo per gli OGM: ci sono sempre i soliti quattro scienziati, portati in giro come Santa Rosa dalle organizzazioni No-OGM, e sono funzionali a far credere che “la scienza sia divisa 50%-50%”. In realtà la divisione è più spesso 9996 da una parte e 4 dall’altra.

È anche colpa del maledetto vizio dei giornalisti di voler sempre riportare la tesi “pro” e quella “contro” anche su temi scientifici. Forse pensano di fare un favore al pluralismo, ma in realtà lo fanno solo alla cattiva informazione perché per ogni affermazione, per quanto bislacca, esiste almeno uno scienziato disposto a sostenerla, basta cercarlo. È un teorema. A volte pure premi Nobel. Basta cercare bene e si trovano scienziati che dicono che il fumo fa bene, che i vaccini causano l’autismo, che gli alieni sono tra noi e rapiscono le persone e che gli OGM fanno male.

La realtà è che la scienza è una attività sociale condivisa, e conta l’opinione raggiunta dalla comunità scientifica su dati di fatto condivisi. E le comunità scientifiche parlano attraverso le loro società scientifiche, e non si contano più ormai i rapporti sugli OGM che queste ultime hanno pubblicato.

Quanto tempo servirebbe per far ripartire la ricerca in Italia?

Un minuto: il tempo della firma dei protocolli di ricerca in campo sugli OGM italiani, tenuti fermi nei cassetti da tutti i ministri fino ad ora. Chi sostiene che la ricerca non si debba fare in campo è di fatto un nemico della ricerca pubblica. Le multinazionali la ricerca in campo la fanno senza problemi nei paesi Europei dove questo è permesso. Martina sarà uguale a Zaia, Alemanno, Pecoraro Scanio e tutti gli altri? Temo di sì, ma mi piacerebbe essere smentito. L’Italia è un paese dove tutti si riempiono la bocca con la parola “ricerca”. Qui c’è l’occasione per distinguere i fanfaroni “tutto chiacchiere e distintivo” da chi invece parla seriamente. Si può far ripartire la ricerca pubblica italiana in un campo dove era all’avanguardia e dove una politica miope e di infimo livello l’ha bloccata per quindici anni. Basta volerlo.

E adesso?

E adesso niente. Palla al centro. Di nuovo. Il decreto scadrà nel gennaio 2015, a meno che la Commissione Europea lo consideri in contrasto con le normative UE e gli tagli le gambe prima (ma dubito). Così come scadrà la legge regionale del Friuli. Presumibilmente verranno emanate delle leggi regionali sulla coesistenza che cercheranno sicuramente di rendere impossibile coltivare il mais OGM, e queste leggi verranno impugnate presso la Corte di Giustizia, perché come ho spiegato le norme di coesistenza servono, appunto, a far coesistere. Normalmente la UE mal sopporta il presunto “genio” italiano nelle interpretazioni ad capocchiam della normativa, volte a ottenere il contrario di quello che la legge si prefigge. Nel frattempo chi continuava a seminare di nascosto mais OGM continuerà a farlo (non è che sono tutti come Fidenato che lo annunciano provocatoriamente sul web).

E i Ministri?

Sono un sognatore. Non leggeranno di certo questo blog. La “politica” legge il Corriere o La Repubblica, legge “la carta”, mica Le Scienze online e un blog di provincia come questo tra la via Emilia e il West. Mi rimarrà solamente la soddisfazione, durante EXPO2015, di far sapere a tutto il mondo che il Made in Italy è fatto on OGM importati. Altro che Italia OGM-free. E tutto il mondo penserà “i soliti furbastri questi italiani”.

Dario Bressanini

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Aggiornamento dell’8 agosto 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/roberto-defez/punizione-esemplare/agosto-2014

Una punizione esemplare

Nel luglio 2014 sono stati rasi al suolo dalla Guardia Forestale del Friuli due campi di mais Ogm entrambi condotti da Giorgio Fidenato. Nei due casi sono state applicate due differenti leggi, una regionale nel primo caso, una nazionale nel secondo. […]

La legge fondamentale che regolava fino alla primavera del 2013 la coltivazione degli Ogm, la 212 del 2001, era stata demolita dal fatto che Fidenato aveva piantato mais Ogm del tipo Bt nel 2010 e aveva sfidato la legge penale in questione nei tre anni di dibattimento, arrivando infine a dimostrarne la non validità in Italia perché mai notificata a Bruxelles e come tale illegale. Anche la Regione Friuli aveva emanato normative locali che impedivano la coltivazione di Ogm ed anch’esse erano state dichiarate illegali perché non notificate a Bruxelles. Per queste legislazioni nazionale e regionale attuate in dispregio dei regolamenti europei, l’Italia è entrata in procedura d’infrazione il 7 febbraio 2014.

Abbattuta la legge 212 del 2001, il Governo Letta ha emanato un decreto interministeriale il 13 luglio 2013 (a firma De Girolamo, Orlando, Lorenzin, ossia ministri di Agricoltura, Ambiente, Sanità). Tale decreto vietava la coltivazione del mais Bt per la paura (solo teorica) che ci fosse qualche impronunciabile insetto che non gradisse la presenza di polline di mais Ogm nei dintorni. Ma tale decreto non aveva sanzioni e non prevedeva azioni per gestire il mais Ogm che, appena caduta la legge 212 del 2001, era stato piantato sia nel campo di Silvano Dalla Libera che nel campo di Giorgio Fidenato sempre in Friuli. L’annata 2013 si chiude con la pubblica trebbiatura del mais Ogm del campo di Dalla Libera. A ottobre 2013 il raccolto avviene sotto l’occhio vigile di polizia e carabinieri oltre che di centinaia di agricoltori e cittadini e sotto l’occhio elettronico delle telecamere e degli uomini della locale Forestale.

Raccolto il mais, l’attenzione dei media cala e la tematica si inabissa per alcuni mesi. Ma invece un paio di dettagli vanno spiegati. Quel mais Ogm che fine ha fatto? E’ stato nascosto, trafugato, venduto al mercato nero? No, quel mais Ogm è stato semplicemente e legalmente venduto e usato dai tantissimi che lo hanno chiesto, voluto, pagato e usato. Ma non solo. Quel mais Bt, come tutto il mais italiano non Ogm, è stato anche sovvenzionato dalla PAC (la Politica Agricola Comunitaria): quindi coltivare mais Ogm del tipo Bt vuol dire poter chiedere e ricevere le sovvenzioni europee che vengono dati a tutti coloro che coltivano varietà vegetali autorizzate.

Fatta questa ricostruzione veniamo a cosa è successo nel luglio 2014 di cui parlavamo all’inizio.
A marzo 2014 si muove la Regione Friuli ed emana la legge 5 del 2014 in cui vieta la coltivazione di mais Bt. Sulla base di tale legge viene distrutto dalla Forestale il primo campo di mais Bt di Fidenato. Sembrerebbe incredibile, ma anche tale legge Regionale non è mai stata notificata alla competente autorità centrale a Bruxelles e, fatta la relativa richiesta, quindi l’Unione Europea spiega che non solo la legge non è valida, ma che il giudice italiano deve disapplicarla. Ora che il mais è distrutto chi paga? Quanto paga? Si tratta di reiterazione di reato di una regione già in procedura d’infrazione, non vorranno far pagare alla fiscalità generale queste scelte tutte politiche! Sarebbe auspicabile che una istituzione che commette simili infrazioni trovi fuori dalla tasca dei normali cittadini i soldi necessari a pagare queste multe: soldi personali di chi ha sbagliato?

Ma anche il Governo nazionale deve mostrare il suo attivismo ed emana un decreto legge, il cosiddetto DL Competitività che, come tutti i decreti, entra in vigore alla data di pubblicazione in Gazzetta ufficiale ossia il 24 giugno 2014, ma il primo agosto 2014 il Decreto Legge in questione non era ancora stato convertito in legge. Il pubblico ministero Dal Tedesco della Procura di Udine non stava nella pelle e decide di usare un DL provvisorio per distruggere il secondo campo di Fidenato coltivato a mais Bt. Tale mais stava già finendo la fioritura e benché non fosse arrivato a piena maturità aveva già le spighe ben cresciute. La fretta nella distruzione andava spiegata con un qualche motivo d’urgenza e il PM Dal Tedesco aveva addotto non meglio descritti motivi sanitari. […]

Ma anche qui è interessante guardare cosa succede dopo che si spegne l’attenzione dei media. Cosa è successo a quel mais raccolto dalla Forestale? Cosa ne hanno fatto dopo aver trinciato piante e spighe di mais Bt? 

Nel 2010 il primo raccolto di mais Bt che aveva innescato il processo penale a Fidenato, quel mais Ogm era stato asciugato e stoccato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria per poi essere venduto.

Nel 2013 era stato raccolto dagli agricoltori e venduto come mangime. Tale pratica non ha nulla di strano in quanto l’Italia importa dal 1996 mais Ogm dello steso tipo e da 18 anni entra nella nostra mangimistica anche per fare prodotti DOP ed IGP.

Ma questa volta no. Nel 2014 lo stesso mais che abbiamo acquistato all’estero dal 1996 è diventato un residuo speciale ed è stato avviato all’inceneritore, non per fare biogas o biocarburante, non per fare mangimi, semplicemente bruciato all’inceneritore come spazzatura al costo per la collettività di 6000 euro. Sia chiaro che anche questo mais incenerito riceverà le solite sovvenzioni europee per la PAC, ossia l’Unione Europea finanzia quello che il PM Dal Tedesco incenerisce. Sarebbe bello sapere che anche questi seimila euro non verranno presi dalle tasse dei cittadini. Se il PM ha ragione che sia Fidenato a pagare, ma se così non fosse, chi paga “cara” Procura di Udine? […]

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