La scuola dovrebbe consentire a ciascuno di imparare ad esprimere il proprio potenziale. La rivista “Mente&Cervello” (settembre 2013) ha dedicato proprio a questo uno speciale dossier, illustrando le strategie possibili per migliorare l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo dei bambini. Come scrive Marco Cattaneo nell’editoriale (qui di seguito riportato), non si tratta di “manipolare” e spremere il cervello dei bambini per creare dei piccoli “mostri” di intelligenza, ma piuttosto di prepararli ad affrontare meglio le difficoltà che incontreranno nel corso della vita.

Ad esempio, presso la scuola elementare Renfrew di Vancouver (British Columbia – Canada), viene applicato il programma MindUP, che consiste in una serie di esercizi meditativi che insegnano, tramite il controllo del respiro, a migliorare l’abilità di concentrarsi e rilassarsi. In altre parole, questi esercizi sono mirati a far apprendere ai bambini l’autocontrollo. Vi sembra una cosa inutile e un po’ banale? Dai risultati ottenuti, sembra che la capacità di gestire le emozioni e comportarsi in modo opportuno aiuti ad affrontare la vita: il controllo emotivo sembra in grado di proteggere i bambini da disturbi mentali come l’ansia e la depressione, oltre ad aiutarli a costruire relazioni sociali durature. I bambini che hanno partecipato a questo programma mostrano, da adolescenti, maggiori capacità di attenzione, mantengono più facilmente le amicizie e sembrano avere meno problemi comportamentali. In parallelo, in uno studio della Duke University su 1000 bambini nati a Dunedin (Nuova Zelanda), è stata riscontrata una forte correlazione tra l’autocontrollo e il successo: a 32 anni, gli adulti che da bambini avevano ottenuto punteggi più bassi erano più poveri e meno in salute, oltre ad avere una maggiore probabilità di aver commesso un crimine, rispetto a quelli con maggiore autocontrollo. In altre parole, chi dimostra un minore autocontrollo molto verosimilmente avrà più problemi scolastici, mentre da adulto potrebbe più facilmente incorrere in problemi di natura finanziaria, diventare vittima di forme di dipendenza (fumo, alcol, droga etc.) e manifestare comportamenti antisociali. Dalle ricerche effettuate è emerso che i bambini nelle classi MindUP sono più ottimisti, hanno più emozioni positive e vanno a scuola più volentieri. Attualmente “MindUP” è diffuso in più di 75 scuole elementari statunitensi, in due scuole australiane ed in una venezuelana.

“Molti ricercatori e insegnanti sono convinti che la scuola non dovrebbe solo insegnare a memorizzare e analizzare informazioni. Dovrebbe anche migliorare caratteristiche psicologiche fondamentali, chiamate “funzioni esecutive”, necessarie a pianificare obiettivi e realizzarli”. 

“La scuola è simile a una squadra, che insegna le abilità necessarie per praticare un certo sport, ma non fa nulla per potenziare i quadricipiti di un atleta o migliorare la sua tecnica di corsa. Programmi come MindUP funzionano come esercizi di agilità per il cervello”.

Già negli anni ’80, in America fu creato il metodo PATHS (Promoting Alternative THinking Strategies): applicato oggi in più di 3000 scuole in almeno trenta stati degli Stati Uniti ed in molti altri paesi, questo metodo è finalizzato a favorire lo sviluppo di strategie alternative di pensiero. L’utilizzo di questo metodo ha dimostrato di rendere i bambini meno aggressivi e più collaborativi, più interessati al rendimento scolastico e con una maggiore capacità di autocontrollo durante i compiti in classe (Mark T. Greenberg, 2010).

Negli anni ’90 sono poi stati fatti grandi passi avanti nella comprensione dei processi cognitivi alla base della cosiddetta “intelligenza fluida”, quella che determina l’abilità di affrontare un compito nuovo piuttosto che misurare il numero di cose che si conoscono o che si è in grado di fare. Questo tipo di intelligenza (che viene comunque ereditata in una percentuale che viene stimata tra il 50 e l’80%) si può affinare con l’allenamento. Sono stati fatti in quest’ambito numerosi studi nell’ultimo decennio, i quali sembrano concordare sul fatto che esercitare la mente dei bambini (anche attraverso, ad esempio, l’educazione musicale) possa portarli ad ottenere votazioni più alte nei test d’intelligenza, anche solamente con 20 ore di giochi, appositamente progettati per sviluppare le capacità di ragionamento. Anche negli adulti è stato possibile migliorare l’intelligenza fluida, attraverso appositi esercizi e videogiochi (come ad esempio Rise of Nations).

Le indagini sull’allenamento cognitivo sono solo agli inizi (bisognerà capire quanto sono duraturi gli effetti di questo “allenamento” e come applicare in modo adeguato queste attività al contesto scolastico, ma anche in quale misura questi esercizi possono influire sull’apprendimento e sulla vita quotidiana), tuttavia gli scienziati sono convinti che rendere le persone più intelligenti potrà aiutarle ad avere una vita più felice e più sana.

“La scuola deve essere più divertente. I bambini ci cascheranno e impareranno più cose” (A.Diamond).

Molte ricerche indicano che lo stress disturba l’apprendimento. Lo stress nei bambini può derivare da numerose condizioni diverse: povertà, situazioni familiari difficili, come un divorzio o un lutto, genitori distratti o troppo assillanti, difficoltà di apprendimento. Attraverso la riduzione dei livelli di stress si potrebbe migliorare il benessere di molti bambini e quindi, indirettamente, contribuire ad incrementare il loro rendimento scolastico. Alcuni ricercatori stanno progettando, a questo proposito, un programma che insegni ai genitori ad essere più attenti e sensibili nei confronti dei bambini. Secondo Daniel Siegel (docente di pisichiatria e direttore del Mindsight Institute dell’Università della California a Los Angeles) “non è necessario essere un genitore prodigio che, mentre prepara piatti con alimenti biologici perfettamente equilibrati, legge ai figli testi che trattano dell’importanza di aiutare gli altri, poi li accompagna al museo d’arte, nello spazio ibrido in cui si ascolta musica classica abbinata all’aromaterapia. Nessuno può essere all’altezza di questo supergenitore immaginario. Soprattutto quando abbiamo la sensazione che gran parte delle nostre giornate se ne vada esclusivamente nel tentativo di sopravvivere”. 

Poichè tutti gli studi hanno dimostrato che il cervello dei bambini si modifica sensibilmente in relazione all’attività educativa e di accudimento dei genitori, appare di estrema utilità fornire ai genitori stessi alcune nozioni fondamentali, il più possibile semplici e facilmente applicabili, che possano consentire loro di mettere in pratica una strategia educativa adeguata.

“Una strategia semplice e piacevole consiste nel creare nelle attività quotidiane occasioni di gioco e divertimento, naturalmente adeguate all’età e alla fase di sviluppo dei bambini, che aumentino il piacere di stare insieme per tutti i membri della famiglia. Ogni esperienza piacevole e spassosa che i bambini compiono quando sono in famiglia, dà loro l’opportunità di capire che cosa significhi intrattenere una relazione affettuosa, stimolandoli a intrecciare altre relazioni analoghe. Un’altra strategia utile è quella di stimolare i bambini, in occasione di diverbi e conflitti, a immedesimarsi in punti di vista diversi dai propri, a prestare attenzione ai segnali non verbali e a imparare a scusarsi e a cercare la riparazione dopo un litigio. In questi casi è fondamentale che i genitori sappiano dare l’esempio”. 

In molte situazioni che possono capitare nella vita quotidiana, infatti, lasciarsi sopraffare dall’istinto può avere conseguenze spiacevoli…

Tutto ciò si può mettere in pratica, in diversi stati si sta già mettendo in pratica. Chissà se un giorno anche in Italia saremo in grado di rendere i nostri istituti scolastici più moderni e all’avanguardia, sia dal punto di vista educativo che dal punto di vista didattico (vedi gli articoli nella categoria “Istruzione”).

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STRATEGIE ALTERNATIVE DI PENSIERO:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/news/nuovo-metodo-imparare-piu-matematica/settembre-2013

Un nuovo metodo per imparare più matematica

Chiara Finotti – 23 settembre 2013

Grandi difficoltà in matematica per gli studenti che nei giorni scorsi hanno affrontato i test di ammissione alle facoltà a numero chiuso. Le ragioni del difficile rapporto degli studenti con questa materia vanno forse ricercate nelle modalità con le quali viene insegnata nelle nostre scuole. Secondo uno studio realizzato da ricercatori della Florida State University, insegnando la matematica con un metodo chiamato Formative Assessment System (MFAS), gli studenti imparano molto di più rispetto ai metodi di insegnamento tradizionali.

L’approccio dell’insegnante deve essere altamente personalizzato e studiato sulla base delle esigenze di apprendimento dei singoli studenti. Un approccio non basato sulla correttezza o meno delle risposte quanto sulle differenti modalità di ragionamento applicate per risolvere un problema. Gli studenti sono coinvolti nella lezione e chiamati a dare ragione delle loro idee. L’insegnante chiede agli studenti di spiegare la strategia che li ha portati alla risoluzione del problema, il ragionamento che ha consentito loro di trarre determinate conclusioni. Spiegazioni che poi vengono interpretate attraverso specifici strumenti a disposizione dei docenti. L’obiettivo è quello di comprendere i percorsi logici degli studenti in maniera tale da adattare l’approccio didattico.

[…] L’apprendimento della materia era ampiamente favorito quando le lezioni venivano impartite seguendo i criteri del Formative Assessment System e, a parità di tempo passato a scuola, il lavoro svolto risultava nettamente superiore come se gli studenti avessero frequentato le lezioni per periodi più lunghi. “Nel caso della scuola materna, possiamo dire che gli studenti hanno appreso a una velocità equivalente a sei settimane in più passate sui banchi” ha commentato la ricercatrice Laura Lang. “Nel caso della scuola primaria l’entità del miglioramento è ancora più apprezzabile: come se fossero andati a scuola due mesi in più rispetto ai coetanei appartenenti all’altro gruppo. Come se l’anno scolastico fosse stato prolungato”.

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MEDITAZIONE E AUTOCONTROLLO:

http://www.adirisorse.it/archives/1857

Promettenti ricerche sulla meditazione a scuola

13 febbraio 2013 BY VANESSA VEGA (traduzione a cura di ADi Scuola)

I ricercatori hanno trovato molti risultati positivi negli studenti che meditano.

Cos’è la meditazione?

La Meditazione comprende una serie di esercizi per controllare il pensiero cosciente attraverso un certo numero di tecniche diverse e con una molteplicità di obiettivi attesi. Secondo Richard Davidson, professore di psicologia alla University of Wisconsin-Madison che ha studiato Meditazione, ci sono due grandi categorie di meditazione:

  • Meditazione di autocontrollo (Open Monitoring): le persone osservano i loro pensieri e le loro emozioni senza reagire ad essi. Gli esercizi di meditazione Mindfulness (consapevolezza) generalmente ricadono in questa categoria.
  • Meditazione focalizzata (Focused Attention): le persone si concentrano su un unico soggetto, ad esempio un mantra. FA può essere più facile da insegnare e imparare rispetto alla OM, e può precedere, integrare o essere praticata senza la OM (Lutz et al. 2008).

Programmi di meditazione nelle scuole e risultati

Diversi studi hanno testato gli effetti della Meditazione attraverso trial controllati e randomizzati  nelle scuole di istruzione sia primaria che secondaria e i risultati comprendono:

  • Funzioni esecutive migliorate, ad esempio:
    • Miglioramento dell’autocontrollo e della consapevolezza di sè nei bambini di 7-9 anni inizialmente privi di tali competenze (Flook et al. 2010)
    • Competenze di attenzione migliorate nei bambini delle scuole elementari (Schonert-Reichl and Lawlor 2010; Napoli, Krech, and Holley 2005; Zylowska et al. 2008)
  • Ansia e stress ridotti, ad esempio:
    • Livelli di ansia diminuiti negli studenti della scuola superiore di primo grado (Semple, Reid, and Miller 2005)
    • Ansia da prestazione ridotta nei bambini della primaria (Napoli, Krech, and Holley 2005)
    • Ridotta pressione sanguigna nei giovani di età 6-18 anni (Black, Milam, and Sussman 2009; Barnes, Beiser, and Treiber 2004)
  • Meno comportamenti scorretti e aggressività nei bambini e negli adolescenti (Schonert-Reichl and Lawlor 2010; Black, Milam, and Sussman 2009; Barnes, Treiber, and Johnson 2003)

Ricerche nelle scuole superiori di Richmond County ad Augusta, Georgia (Barnes et al. 2003; Barnes et al. 2004, cited in Anderson 2008 meta-analysis), hanno rilevato che grazie alla meditazione sono diminuite le assenze in classe, i comportamenti scorretti, le sospensioni e perfino la pressione sanguigna degli studenti. 

Un altro studio dell’Università dell’Arizona sui primi tre anni delle scuole elementari  (Napoli, Krech, and Holley 2005) ha evidenziato che la meditazione Mindfulness ha migliorato l’attenzione e le attitudini sociali e diminuito l’ansia da verifica. Da uno studio in Canada in 12 scuole elementari (Schoenert-Reichl and Lawlor 2010) è emerso che la meditazione aumenta le emozioni positive e l’attenzione in classe e diminuisce il comportamento aggressivo.

In Los Angeles, i ricercatori hanno testato l’impatto del programma Inner Kids e hanno trovato che in seconda e terza elementare (7-9 anni) i bambini con basso autocontrollo che hanno praticato attività meditative per aumentare la consapevolezza di sè per 30 minuti due volte a settimana, hanno aumentato l’autocontrollo dopo 8 settimane (Flook et al. 2010).

Gli effetti della meditazione alla scuola media Visitacion Valley

Visitacion Valley Middle School (VVMS) ha introdotto per la prima volta il Quiet Time (QT), un programma di riduzione dello stress che comprende la Meditazione Trascendentale (TM) come insegnamento opzionale, nella primavera delf 2007. Il programma consiste di due momenti, della durata di 15 minuti ciascuno mattina e pomeriggio, nei quali gli studenti possono scegliere se star seduti tranquilli o meditare. Lungo tutto l’anno scolastico il Center for Wellness and Achievement in Education di San Francisco ha messo a disposizione degli studenti da una a cinque ore di training in Quiet Time di base e un corso in Meditazione Trascendentale. Gli insegnanti vengono formati sul modo in cui si introduce e si guida il QT in classe, ed eventualmente possono fare un corso di TM per se stessi.

Dall’introduzione del Quiet Time nel 2008, le sospensioni sono state dimezzate, da 13 sospensioni per 100 studenti nel 2006-07 a sei sospensioni per 100 studenti nel 2010-11. Le assenze ingiustificate sono calate del 61%. Nel 2010-11, solo il 7% degli studenti aveva assenze ingiustificate rispetto al 18% del 2006-07. Secondo i dati del San Francisco Unified School District, VVMS spicca tra le scuole medie i cui studenti dicono di amare la propria scuola e che la consiglierebbero.

www.centromindfulness.net

I benefici della Mindfulness

I programmi mindfulness based (cioè orientati ad aumentare la consapevolezza) hanno come principale obiettivo il benessere globale della persona. Ora la parola benessere  (in questo decennio sicuramente molto inflazionata) ha una tale quantità di accezioni che , per amore di chiarezza, è necessaria una semplificazione.

I percorsi proposti vanno primariamente nella direzione

  • della gestione (e quando è possibile) riduzione della sofferenza/malessere/disagio, sia che riguardi un ambito  psicopatologico, sia che si sviluppi su un piano esistenziale, fisico, emozionale o relazionale dell’individuo
  • della possibilità di generare, nel tempo, nuove prospettive di osservazione e comprensione della propria realtà e, di conseguenza, anche la possibilità di sperimentare diverse e più gradevoli tonalità emotive

In questa sezione, riguardo ai benefici che offrono questi training, si è pensato di separare gli ambiti dei loro effetti in:

  • fisico
  • psichico/mentale
  • comportamentale/relazionale
  • professionale

[…]

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http://www.scienzainrete.it/blog/renata-tinini/preside-po-di-clima-positivo-please/settembre-2013

Preside, un po’ di clima positivo please!

[…] In effetti un preside può fare molto per il clima di una scuola. E lo dicono anche i ricercatori della School climate organization statunitense http://www.schoolclimate.org/climate/. […] Spesso il clima a scuola è pessimo e i dirigenti, intrisi di cultura umanistica, pensano che il divide et impera, se funzionava per l’impero romano, funzionerà anche per il loro istituto. Pare invece non sia così. Non solo perché i docenti non sono da sottomettere e colonizzare, ma anche perché se ciascuno si sente valorizzato il benessere comune non può che risentirne positivamente. Alcuni studi condotti nelle scuole statunitensi mostrano come un clima positivo abbia diminuito il burnout degli insegnanti, riducendo assenteismo, ed abbia avuto un effetto positivo anche sul rendimento degli studenti. Quindi? Che fare? Un gruppo di psicologi dell’Università di Berkeley ha individuato tre momenti in questo percorso. http://greatergood.berkeley.edu/article/item/how_to_create_a_positive_school_climate.

  1. Prima di tutto, partire da quello che c’è. Un preside dovrebbe avere il polso della situazione, sondare l’umore del suo staff, dare voce a tutti, compresi i genitori. Può essere utile che una tale indagine venga condotta da persone neutrali, preferibilmente esterne alla scuola.

  2. Una volta acquisite informazioni su come le persone si sentono, su ciò che secondo loro funziona e ciò che invece non funziona, compito di un dirigente scolastico è elaborare una visione condivisa di ciò che si vorrebbe, partendo dalle esigenze dei singoli. L’importante è che ciascuno si possa esprimere in uno spazio protetto, dove sa che la sua idea sarà accolta e non attaccata.

  3. Dalla teoria alla pratica. Si deve ora lavorare insieme perché il clima migliori veramente. Come? Qualche piccolo suggerimento: una bacheca in cui si possono mettere dei ringraziamenti o delle frasi di apprezzamento per altri colleghi, giochi di gruppo in cui ci si parla alle spalle per dire solo cose positive http://greatergood.berkeley.edu/images/uploads/Behind_Your_Back.pdf, etc.

Rimugino sulla mia scuola ideale mentre vedo un gruppo di genitori che si avvia verso la scuola carichi di pacchi di carta igienica.

5 settembre, 2013

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Aggiornamento del 17 luglio 2014:

http://itikdimammapancia.blogspot.it/2014/07/lasilo-nel-bosco-dove-nasce.html

L’asilo nel bosco dove nasce?

La prima scuola dell’infanzia nel bosco, ideata e creata da Ella Flatau, nacque in Danimarca, a Søllerød, negli anni ’50 (probabilmente nel 1954, le fonti non trovano sempre un accordo sulla data e indicano anni diversi per la fondazione) (Del Rosso, 2010).
Nella sua vita quotidiana, come madre, Ella Flatau passava molto tempo a giocare con i propri quattro figli e quelli dei vicini all’aria aperta, esplorando ed osservando il bosco dietro casa sua e suscitando con tali attività l’interesse e la curiosità di altri genitori.
Da questa prima e ammirevole esperienza nel bosco, evolutasi spontaneamente, la signora Flatau in collaborazione con un gruppo di genitori, creò il primo esemplare di questo modello di scuola, chiamato in danese Skovbørnehave (Miklitz, 2001). 

Questa prima iniziativa si rivelò pioniera di un’innovativa corrente pedagogica, ottenendo un cospicuo consenso e un’estensione in diversi paesi europei. Ella Flatau si rese conto di quanto la natura producesse sensazioni di felicità nei bambini e di come, trascorrendo le giornate tra i boschi con i genitori, aumentasse il loro legame sociale, verificando quanta influenza positiva e ricca di valore avesse la natura, soprattutto il bosco, sulla crescita e lo sviluppo dei bambini. Il concetto della scuola dell’infanzia nel bosco si è sviluppato in momenti diversi in vari paesi. In linea generale si può dire che la diffusione di quest’approccio e concetto ha trovato approvazione inizialmente nei paesi scandinavi per poi estendersi dal nord verso il sud dell’Europa. La prima scuola nel bosco svedese fu fondata sull’isola Lidingö nel 1985 da Siw Linde. Siw Linde, formatasi tra l’altro come responsabile di Skogsmulle, si rendeva conto dell’efficienza di queste scuole e iniziò a pensare come integrarle con le scuole dell’infanzia. Con Susanne Drougge fondò il primo I Ur och Skur il quale, nel 1986, contava già 20 bambini. Nel corso degli anni le due fondatrici iniziarono ad organizzare corsi di formazione per consentire a tutte le scuole dell’infanzia un approccio unitario. Nel 2010 si trovavano 223 scuole dell’infanzia e 16 scuole primarie, tutte gestite in modo diversi ma che si attenevano sempre ai principi sostanziali del primo I Ur och Skur.9 All’inizio degli anni ’90 l’idea delle scuole dell’infanzia nel bosco, in tedesco Waldkindergarten, fu esportata anche in Germania.Nel 1991 le due educatrici Kerstin Jebsen e Petra Jäger, già durante la loro formazione alla ricerca di idee alternative per l’educazione prescolare, vennero a conoscenza della scuola dell’infanzia nel bosco sviluppatosi in Danimarca attraverso un articolo di giornale. Entusiasmate da questa proposta, dopo un periodo di visita e osservazione in una scuola nel bosco danese, in seguito all’ideazione di un progetto e la costituzione di un’associazione, fondarono nel 1993 a Flendsburg la prima scuola dell’infanzia nel bosco in Germania riconosciuta dallo Stato. Dopo questa prima iniziativa, per le intense relazioni pubbliche, l’idea si diffuse velocemente e furono fondate sempre più scuole nel bosco. Il picco di fondazioni di Waldikindergarten in Germania si ebbe dal 1995 al 1997. È difficile però accertare il numero esatto delle scuole dell’infanzia nel bosco presenti. Si stima che nel 2008 ne fossero presenti 700, ossia circa l’1,5% delle istituzioni prescolari in Germania (Alessandrini, 2010).

In Austria e in Svizzera le scuole dell’infanzia nel bosco sono ancora in fase di sviluppo. Oggi esistono ancora pochi esempi, si stima che vi siano 23 scuole in Austria e in Svizzera ca. 8 e oltre a queste diverse proposte di scuole materne. Nel Regno Unito invece la scuola dell’infanzia nel bosco si è sviluppata a metà degli anni ’90, basandosi sempre sull’idea maturata in Danimarca. Nel 1995 studenti dei servizi per l’infanzia del “Bridgwater college” di Somerset andarono in Danimarca per conoscere il programma delle scuole dell’infanzia nel bosco, decisero che l’idea era appropriata anche per la realtà britannica e iniziarono a pensare come applicarla nel loro paese. Il concetto danese perciò veniva adattato alla cultura inglese e veniva fondato il “Bridgwater Early Excellence Centre”. Questo centro rappresenta ancora un nucleo fondamentale per l’educazione e formazione delle scuole nel bosco. 
Anche in questo paese il numero è in continuo aumento, già nel 2006 si stimava che esistessero circa 100 scuole in Inghilterra, 20 in Galles e 20 in Scozia. Alcune sono private, ma la maggior parte riceve supporto dalle autorità locali per l’educazione, le quali assumano e formano persone con intento specifico proprio per questo tipo di scuola, ma anche per progetti rivolti verso adolescenti e adulti o verso persone diversamente abili. In Italia il fenomeno della scuola dell’infanzia nel bosco è ancora poco conosciuto. Si può osservare solo negli ultimi anni un iniziale e timido atteggiamento favorevole rispetto a questo tipo di scuola. Finora però le realtà presenti non sono ancora continue per tutto il corso dell’anno scolastico, ma si tratta in generale di progetti che si attuano per un paio di pomeriggi a settimana o di attività da svolgersi durante le vacanze. Anche da questo si può dedurre che si stia cominciando ad avere una certa attenzione per l’educazione nell’ambiente, con l’ambiente e per l’ambiente.
In particolare troviamo l’asilo nel bosco di Pomino (FI) – “l’albero drago” – fondato nel 2010. È una scuola dell’infanzia nel bosco, frequentata da bambini dai 2 ai 5 anni, creata e totalmente autogestita e finanziata da un gruppo di famiglie, che si svolge ogni giorno e per tutto il corso dell’anno scolastico e che è gestita da genitori in qualità di personale educativo.
Un altro esempio è la scuola nel bosco di Trento, che si è sviluppata nel 2006, che propone per bambini delle scuole dell’infanzia e primaria alcune settimane, durante il periodo estivo, invernale o pasquale, a contatto con la natura e alla scoperta dei boschi.”

Paolo Mai

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