http://www.leoniblog.it/2014/04/09/pnr-def-ok-le-critiche-ma-3-svolte-ci-sono/

PNR-DEF: OK LE CRITICHE, MA 3 SVOLTE CI SONO

9 aprile 2014 – di Oscar Giannino

[…] Fino ad oggi, ad avere la prevalenza erano le tabelle del DEF, su deficit e debito pubblico che si faticava a fronteggiare se non con nuove tasse. Ora il DEF è invece giustamente ancillare e conseguente, rispetto a ciò che rappresenta la priorità: cioè le riforme. Una novità conseguente a tale impostazione è altrettanto importante: questa volta non siamo all’annuncio di una manovra fatta soprattutto di imposte e accise. Siamo a un’antimanovra, anzi, perché il più viene da importanti tagli strutturali e permanenti alla spesa che vengono confermati in quasi 5 miliardi nel 2014, e via aggiungendo di anno in anno fino ai 32 miliardi complessivi nel 2016. Come vengono anche confermati gli importanti incassi da cessioni pubbliche,12 miliardi ogni anno a cominciare da quello in corso (è ovvio che noi vorremmo la cessione del controllo e che non ci sarà invece, ma questo appunto NON è un governo liberale, e siamo gia’ ad aprile, bisogna il governo metta il turbo se vuole quegli incassi…).

Secondo, va dato atto al governo che, questa volta, si è attenuto a un apprezzabile rigore nella stima degli andamenti economico-finanziari. La vecchia tradizione dei DPEF raccontava scenari mirabolanti, tassi di crescita stellari e deficit puntualmente sottovalutati. Una prassi che ci ha abbondantemente compromessi nei fori internazionali e in Europa. Ora basta, invece. Ci si atterrà rigorosamente al 2,6% di deficit sul PIL nel 2014, senza venir meno agli impegni europei, e con una stima di crescita limata verso il basso allo 0,8%. Gli effetti della pur impressionante lista di riforme sono contenuti in un realistico più 0,3% di PIL quest’anno,  e sommando gli effetti fino al 2018 si resta entro un pur sperabile più 2,1%. Si scrive correttamente che il debito pubblico continuerà ad aumentare fino a fine 2015, per andare incontro a un modesto rientro del meno 1,8% solo nei 3 anni succesivi. Idem dicasi sulla disoccupazione: non si bara promettendo discese significative, impossibili a breve.
[…] Quel che conta è che i numeri “pubblici” dell’Italia, questa volta, appaiono più realistici del solito.

Terzo, le coperture. Ecco il punto su cui non condivido le letture critiche che stamane si sprecano. Dove i conti non tornavano, il governo ci ha riservato sorprese, ma più positive che negative. Quanto mancava alla copertura delle detrazioni Irpef verrà innazitutto dall’aumento del prelievo sulle plusvalenze realizzate dalle banche azioniste di Bankitalia. A mio giudizio una misura giusta, che sana fondate obiezioni – anche europee – al vantaggio che si era determinato per gli istituti di credito attraverso la frettolosa rivalutazione delle quote decisa a fine dicembre dal governo Letta. Una misura ancor più giusta perché purtroppo è confermata l’aliquota al 26% sui piccolo risparmiatori. Inoltre, la stima nelle coperture del miliardo aggiuntivo di incassi IVA, generato dal pagamento dei debiti commerciali alle imprese, è significativamente assai meno incredibile di quanto non lo fossero i 2-3-4 miliardi che in parlamento suono risuonati in questi ultimi mesi, da parte di Brunetta e non solo. Si dirà: ma il miliardo dalle banche e quello sull’IVA sono una tantum. Corretto. Ed è che qui la vera differenza che mi persuade e che va difesa. Renzi è andato avanti come un treno sui tagli alla spesa e alla dirigenza pubblica. L’anno prossimo, le coperture da una tantum 2014 che vengono meno verranno sostituite da tagli di spesa aggiuntivi: questo è l’impegno. Su cui inchiodare Renzi se venisse meno al suo rispetto. Ma è una discontinuità, rispetto ai continui aumenti di tasse generali del passato. 

Prescrivere un limite da 239mila euro lordi, quelli attribuiti al Capo dello Stato, come retribuzione veramente invalicabile fuori dalle società quotate pubbliche, per direttori generali e capi di gabinetto che oggi incassano anche 70 mila euro in più l’anno, o per magistrati che alla Corte costituzionale arrivano a lambire il mezzo milione, è una svolta. Sulla quale bisognerà sorvegliare, perché com’è noto il diavolo sta nei dettagli, e a scrivere i decreti attuativi saranno coloro i cui stipendi devono scendere.

Scendiamo ora per li rami delle diverse riforme, con considerazioni iper sintetiche. Della conferma degli 80 euro mensili in più al mese per chi sta sotto i 25 mila euro lordi di reddito si è detto, ma la novità è che la settimana prossima il governo dirà entro che misura e come estendere (e finanziare) l’iniezione di reddito anche ai cosiddetti “incapienti”, che non ne beneficerebbero attraverso detrazioni Irpef visto che sono sotto la soglia dalla quale si inizia a pagare l’imposta.

Purtroppo, invece, la discesa dell’IRAP per le imprese non è andata oltre quanto  Renzi aveva detto negli ultimi giorni limitando l’obiettivo iniziale, cioè un meno 5% quest’anno e meno 10% dal 2015, finanziata con le entrate aggiuntive dovute al ritocco al 26% dell’aliquota su risparmio e titoli esclusi quelli pubblici. Questo è – come ho più volte scritto e argomentato – un aggravio sbagliato e regressivo, la vera grande e brutta macchia del PNR. Mentre molto promettente è la parte di semplificazione fiscale, attuativa della delega votata in Parlamento: vedremo se davvero il governo riuscirà a modificare criteri organizzativi e adempimenti richiesti dall’Agenzia delle Entrate.
Quanto alla vera iniezione di liquidità per le imprese, il pagamento di tutta la parte restante del debito commerciale pubblico dovuto alle imprese fornitrici, il lungo paragrafo esplicativo fa capire che ancora un rilevante problema tecnico c’è, tra Tesoro e Cdp: ma l’impegno è ribadito. Come quello alla riduzione del 10% della bolletta energetica, tagliando costi impropri oggi sussidiati in bolletta.
Sul lavoro, è per intero rispiegata la somma del decreto Poletti già emanato sul tempo indeterminato e apprendistato – senza concessioni a richieste di modifiche – e della delega che darà corpo al Jobs Act. E a proposito di PA, è confermata – purtroppo – la discutibile proposta della “staffetta generazionale” lanciata dal ministro Madia: vedremo se Renzi davvero si esporrà ai fischi che i lavoratori privati riserverebbero giustamente ai prepensionamenti in deroga a favore dei dipendenti pubblici, o se si limiterò ad aprire qualche finestra nel blocco del turnover pubblico.
Però è anche vero che nei paragrafi di alcune riforme si colgono elementi mai prima visti. Si parla di separazione verticale totale delle diverse attività della holding Ferrovie dello Stato. Si esprime l’intenzione di dotarsi degli strumenti – vedi il riformato Titolo Quinto della Costituzione – per ridisegnare profondamente l’intero oceano delle 7700 società pubbliche controllate dalle autonomie. Senza escludere nessuna “vacca sacra”, dall’acqua all’energia al trasporto pubblico locale.
Ovviamente, un’ importanza fondamentale nell’elenco di riforme è attribuita a quelle istituzionali, a cominciare da quella del Senato. Padoan ha giustamente insistito. In Europa la nostra richiesta di prenderci un anno in più per azzerare il deficit in cambio di riforme che alzano il prodotto potenziale – la famosa “clausola delle riforme”- avrà più ascolto quanto più energicamente cambiamo le nostre istituzioni e la PA.

E’ proprio così. E’ un governo non liberale ma di sinistra realista e alieno da tentazioni antieuropeiste, quello guidato da Renzi. E se una debolezza essenziale ha il suo piano di riforme è che richiede un passo bersaglieresco, per essere adottato nei tempi e nei modi in cui il governo ieri l’ha definito. Ma a questo punto è del Pd,  il problema. Se una parte del partito di Renzi pensa davvero che sia un disegno autoritario da bloccare, allora inizi pure a frenare come ha cominciato a fare sulla riforma del Senato. Poi non si lamenti, però, se le urne premiano Grillo.

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Aggiornamento del 22 aprile 2014:

Ma ecco che si cominciano a svelare gli arcani…

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-20/famiglie-e-imprese-prelievi-nascosti-081018.shtml?uuid=ABXqCYCB

Famiglie e imprese, i prelievi nascosti

20 aprile 2014

Ai raggi X dagli esperti, il “decreto Renzi” appare disseminato di prelievi impliciti per famiglie e imprese. Queste ultime, anzitutto, si troveranno colpite da almeno 600 milioni di aggravi fiscali per la rivalutazione dei propri beni. Le banche si confermano le aziende più penalizzate, soprattutto dall’appesantimento della tassazione sulla rivalutazione della quota Bankitalia (lamentata anche ieri da un attacco dell’Abi). Mentre i tagli di spesa rimangono “in attuazione” e le famiglie valutano l’impatto dell’aumento al 26% del prelievo sulle rendite finanziarie (soprattutto sui conti correnti), si profila una parziale estensione del “bonus Renzi” anche ai contribuenti incapienti.

http://www.iltempo.it/politica/2014/04/22/il-piano-cottarelli-svanito-nel-nulla-1.1242481

22/04/2014 – Gianni Di Capua

Il Piano Cottarelli? Svanito nel nulla

Nel decreto sugli 80 euro non c’è traccia del lavoro del commissario. Perse le tracce di tagli a dirigenti, magistrati, diplomatici, enti e agenzie.

L’altra grande partita è quella relativa al taglio degli incentivi alle imprese. Cottarelli, nelle sue slides, prevedeva un risparmio di circa un miliardo, la stessa cifra inserita nel “decreto legge 80 euro”. Ma mentre nelle previsioni del commissario alla spesa il carico maggiore della riduzione degli incentivi alle imprese sarebbe dovuto essere a carico del trasporto e soprattutto dell’autotrasporto, nel provvedimento si è previsto che il taglio sarà calibrato in quota maggiore sul comparto agricoltura.

Cottarelli inoltre prevedeva di recuperare altri 2,2 miliardi dall’efficientamento diretto, all’interno di questo capitolo 800 milioni sarebbero dovuti arrivare dal taglio degli acquisti dei beni e servizi. Nelle tabelle di Renzi-Padoan invece si parla di 2,1 miliardi provenienti dai minori acquisti di beni e servizi e si va dunque a un taglio di 700 milioni alle Regioni e altrettanti agli enti locali, il resto sarà recuperato dalle amministrazioni centrali. Ma soprattutto, del piano-Cottarelli, è sparito il grosso: la riduzione degli stipendi dei dirigenti dello Stato. Il commissario alla spesa aveva pronosticato un risparmio di circa 500 milioni con il taglio in media dell’8-12 per cento delle retribuzioni dei livelli apicali dell’amministrazione pubblica. Svanita nel nulla la tirata sui dirigenti più pagati d’Europa, come pure non si sa che fine abbia fatto l’idea dei tetti intermedi ai vari livelli dirigenziali. Renzi si è spaventato della reazione che hanno avuto i magistrati e dunque si è limitato a una spuntatina solo ai massimi livelli. A ruota si sono salvati anche i diplomatici, che pure erano finiti nel mirino dell’”uomo dei tagli”.

Ma di quanto previsto da Cottarelli ci sono tante voci di cui si son perse le tracce. Non si sa più nulla per esempio delle sinergie tra i vari corpi di polizia. Per non parlare degli enti inutili: Cottarelli aveva elencato, oltre al Cnel, anche Enit, Isfol, Aran, Autorità sui contratti pubblici, Ice; aveva suggerito anche la fusione di 25 enti e agenzie (in particolare quelli di ricerca). Svaniti nel nulla gli accorpamenti delle prefetture, dei vigili del fuoco, delle capinaterie di porto e in generale i risparmi che sarebbero dovuti derivare dal taglio delle sedi periferiche dello Stato. Sulla carta rimangono anche le riduzioni degli oneri alle Camere di Commercio e alle Autorità Indipendenti.

Tante polemiche si erano sollevate, al momento in cui le slide di Cottarelli erano divenute pubbliche, sugli esuberi dei dipendenti statali. Si parlava di circa 85mila lavoratori pubblici destinati ad uscire per un costo corrispondente di tre miliardi. Un altro capitolo che del lavoro dell’ex direttore affari fiscali del Fondo monetario che è uscito dal provvedimento del governo. Mentre un punto su cui Cottarelli aveva battuto molto, ovvero la maggiore trasparenza, è rientrato prepotentemente nel testo varato dall’esecutivo, visto che sono state previste le sanzioni (che finora ancora non c’erano) per quelle amministrazioni pubbliche, statali o locali, che non mettono on line tutte le spese sostenute. […]

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Aggiornamento del 25 aprile 2014:

http://www.lavoce.info/quel-pasticciaccio-brutto-rivalutazione/

Quer pasticciaccio brutto della rivalutazione

23.04.14 – Riccardo Puglisi

Il governo Renzi ha deciso di finanziare lo sgravio Irpef per i redditi più bassi accogliendo solo in parte i suggerimenti provenienti dalla Spending review di Carlo Cottarelli: nella fattispecie è stata compiuta la scelta politico-elettorale di togliere tutta la parte relativa alle pensioni, e di demandare alle regioni eventuali tagli alla spesa sanitaria. L’abilità comunicativa del presidente del consiglio Renzi è notevole, ma non riesce ancora ad allungare le coperte corte che sono tipiche dell’economia.

Accade dunque che, per il 2014, altri 400 milioni per il finanziamento dello sgravio Irpef provengano dall’anticipo all’anno in corso del pagamento dell’imposta straordinaria sulla rivalutazione dei beni di impresa.
Inizialmente la cosiddetta “legge di affrancamento” (legge 147/2013) prevedeva un pagamento dilazionabile in tre anni, a cui si affiancava la possibilità di utilizzare il maggior valore per ammortamenti a partire dal 2016, e a partire dal 2017 per diminuire eventuali plusvalenze da vendita. Niente da fare: il governo Renzi non “cambia verso”, ma cambia le carte in tavola, andando a stravolgere la pianificazione delle imprese rispetto a un’operazione straordinaria non irrilevante, che serviva il duplice scopo di ri-patrimonializzarle e/o di accelerare – perlomeno in termini relativi – la movimentazione di beni immobili colpiti dalla patrimoniale Imu, e bloccati dal rischio di pagare imposte elevate sulle plusvalenze. Con l’affrancamento un costo di transazione importante relativo alle compravendite immobiliari poteva essere ridotto in maniera sensibile, così da contribuire allo sblocco del mercato immobiliare.
Ogni volta che il governo modifica in corso d’opera le regole fiscali (non solo quelle), gli effetti che ne sortiscono sono due, ed entrambi spiacevoli: diminuisce la fiducia in chi decide le regole, cioè lo Stato, e aumenta l’incertezza del quadro economico, cosicché si posticipano le scelte imprenditoriali irreversibili, cioè gli investimenti. Nel caso in questione si tratta di un anticipo di imposta, ovvero di una copertura non strutturale per lo sgravio Irpef. Non solo: è molto improbabile che il gettito totale previsto (600 milioni se diviso in tre anni) passi indenne da questa variazione in corso d’opera. […]

https://www.leoniblog.it/2014/04/24/lavoro-fisco-senato-pa-ce-uno-iato-sempre-piu-evidente-tra-i-fatti-e-cio-che-renzi-dice/

LAVORO, FISCO, SENATO, PA: C’È UNO IATO SEMPRE PIÙ EVIDENTE TRA I FATTI E CIÒ CHE RENZI DICE

di Oscar Giannino

[…] tra le riforme annunciate con entusiasmo da Renzi e il confronto concreto che si articola sui loro testi inizia a manifestarsi uno iato evidente.

Sul decreto Poletti è andata come è andata. La marcia indietro alla Camera rispetto al testo iniziale, sia in materia di lavoro a tempo determinato, sia di apprendistato, sia di formazione pubblica obbligatoria, porta impresse con chiarezza le orme della sinistra Pd di matrice sindacale. Renzi ancora ieri nei suoi tweet ha ripetuto che si tratta di modifiche di dettaglio, e che davanti ai disoccupati a milioni gli italiani non capiscono chi fa questioni di lana caprina. Ebbene noi non siamo iscritti al partito dei cosiddetti “gufi”, ma non per questo possiamo venir meno al nostro dovere di osservatori. Aver piegato il saggio ritorno alla flessibilità del testo iniziale di Poletti alle contrarietà tipiche di chi diffida delle imprese, è il segno che Renzi ha un grande problema aperto con la sinistra del suo partito. E’ un problema che potrebbe diventare ancor più serio quando si metterà mano alla delega sul nuovo codice semplificato del lavoro. Ma che intanto è già serissimo sul testo di riforma del Senato. Anche ieri la sinistra Pd, estesa ai bersaniani, tornando a difendere un Senato elettivo si è mostrata perfettamente in grado di spaccare trasversalmente la maggioranza, e di snaturare l’obiettivo che Renzi ha indicato.

Quanto al bonus ai redditi medio-bassi, è un fatto e non un pregiudizio che il testo alla fine sia diverso da come è stato presentato. Certo il bonus arriva ai redditi medio-bassi da subito, ma ripetere che ora arriva anche quello per pensionati e incapienti – il premier l’altro ieri ha incluso anche per la prima volta i lavoratori autonomi – stride con ciò che il ministro Padoan giustamente ripete a ogni intervista. E cioè che se ne parlerà solo nella legge di stabilità a fine anno, perché le coperture vanno ben congegnate: prima ancora di estenderne i beneficiari, al fine innanzitutto di rendere tali interventi strutturali e non una tantum come oggi sono.

Si aggiunge la smentita continua sul fisco. Si ha un bel dire che le imposte non aumentano, ma aumentano eccome. Perché l’aliquota del 26% sulle cosiddette “rendite”, sommata alle altre imposte già adottate in materia come quella sul conto-titoli e Tobin Tax, porta per tipo di prodotti e per tassi d’interesse concretamente realizzati a veri espropri patrimoniali per i piccoli risparmiatori. Perché l’anticipo di 400 milioni sul regime fiscale spalmato in tre anni dei cespiti derivanti dalla rivalutazione dei beni d’impresa – altra perla che non era stata annunciata, ma è apparsa nel decreto per garantire coperture, visto che i tagli di spesa ammontano a meno del 50% del suo fabbisogno – è un modo classico per uccidere fiscalmente in culla una misura che doveva dar respiro a mercato immobiliare e investimenti. Per tacere della sovrattassa retroattiva sulle banche, che ha il suo bel ruolo nell’indurre oggi Intesa e Unicredit a puntare i piedi nella vicenda Alitalia-Etihad, lasciando il governo a sobbarcarsi l’onta di un fallimento del salvataggio a opera degli emiratini. […]

Facciamo un ultimo esempio. Cruciale: la riforma della Pubblica Amministrazione. Sindacati e riflessi corporativi sono già all’allarme rosso. Si legge di magistrati apicali pronti a dimettersi in massa per protesta. A Roma, pur sottoposta a vincoli di rientro da parte del decreto che ha ancora una volta salvato le sue finanze, i sindacati continuano a chiedere che il salario accessorio di produttività sia “spalmato” a tutti i dipendenti malgrado le osservazioni in senso opposto del MEF. Il tetto da 239 mila euro per i manager e dirigenti apicali pubblici è stato un buon inizio. Ma senza decisioni concrete aggiuntive in materia di tetti ai dirigenti di prima e seconda fascia, senza una stima oggettiva degli esuberi della Pa, senza un metodo che consenta da parte del governo di stimare anche quelli della PA periferica attualmente fuor dalla sua portata, senza un criterio preciso di metodo per sostituirne una parte con nuovi innesti tenendo fermo però il risparmio complessivo e dunque senza prepensionamenti ad hoc per i soli pubblici dipendenti, senza tutto questo non si rivede integralmente il costo, l’efficienza e il perimetro della PA come Renzi ripete.

[…] Renzi non pensi tanto ai gufi della stampa che criticano facendo il loro dovere, ma ai tanti avvoltoi che in Italia difendono lo status quo di vecchie impostazioni. Altrimenti, com’è avvenuto coi governi Berlusconi, Monti e Letta, prevarranno loro ancora una volta. E non sarà per diffidenza dei partner europei, che l’Italia continuerà a restare inadempiente agli impegni assunti tre anni fa.

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Vedi l’articolo “Una nuova tassa (tanto per cambiare): la “mini-patrimoniale” del governo Renzi

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Aggiornamento del 3 giugno 2014:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/02/ue-litalia-deve-fare-sforzi-aggiuntivi-per-rispettare-i-requisiti-del-patto-di-stabilita/1010158/

Ue, l’Italia deve fare “sforzi aggiuntivi” per rispettare i requisiti del Patto di stabilità

Ma nel corso delle trattative notturne è saltata la parte più pesante della pagella: la bocciatura della richiesta italiana di poter rimandare di un anno il pareggio di bilancio strutturale. Nel testo iniziale veniva respinta “a causa del rischio di non conformarsi con gli obiettivi di riduzione del debito”. In compenso Bruxelles detta a Renzi una minuziosa agenda in otto punti: dal rafforzamento delle misure di bilancio al trasferimento del carico fiscale dal lavoro ai consumi. Passando per il potenziamento delle misure anticorruzione, il riequilibrio della spesa sociale e la rimozione degli ostacoli alla concorrenza

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 2 giugno 2014
[…] Il giudizio sul bonus fiscale di 80 euro è di parziale sufficienza. Il fatto è che va garantito anche per il 2015 e da comunque da solo non basta: occorre “trasferire ulteriormente il carico fiscale dai fattori produttivi ai consumi, ai beni immobili e all’ambiente, nel rispetto degli obiettivi di bilancio” e “valutare l’efficacia della recente riduzione del cuneo fiscale assicurandone il finanziamento per il 2015″. […]
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Aggiornamento del 3 agosto 2014:

La spending review è – e rimarrà, fintanto che non verrà realizzata seriamente – la prova del nove per qualsiasi governo italiano. I commissari alla spending review si succedono, gli studi e le proposte si accumulano, per poi alla fine svanire misteriosamente nel nulla (vedi l’articolo “Spending review: la prova della verità per il governo Monti“). Anche il governo Renzi su questo aspetto non manca di perseguire la non-strada intrapresa dai suoi predecessori: si cambia il commissario e si riparte da zero!!!

http://www.italiaunica.it/renzi-taglia-cottarelli-colpo-credibilita-italiana/

Renzi taglia Cottarelli. Un colpo alla credibilità italiana

La tensione tra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e il commissario per la revisione della spesa, Carlo Cottarelli, ha probabilmente raggiunto il suo punto di rottura. Ciò accade dopo che sul suo blog Cottarelli ha rimproverato con forza la tendenza da parte di Governo e Parlamento a utilizzare risparmi di spesa provenienti dalla spending review – ma non ancora realizzati – per aumentare altre spese correnti. La tentazione è ad esempio quella di andare nella direzione opposta rispetto alla riforma Fornero delle pensioni, che nel medio termine è il provvedimento principale che dà maggiore sicurezza ai nostri conti pubblici. […]

Guardiamo all’altro lato del bilancio pubblico: la pressione fiscale, come certificato da fonti diverse, ha raggiunto livelli difficilmente sostenibili, oltre la soglia psicologica del 50% del Pil che arranca ben al di sotto delle previsioni del Governo.

Nel frattempo Matteo Renzi cerca di spostare l’attenzione su temi di politica internazionale e sulla (pasticciata) riforma del Senato, e – nel suo intervento alla Direzione Nazionale del PD – sostanzialmente scarica Cottarelli, sostenendo che “la spending review  si fa anche senza di lui”. Dopo che il Governo ha tenuto per mesi nel suo virtuale cassetto le 25 relazioni finali dei gruppi di lavoro di Cottarelli, è lecito nutrire più di un dubbio sulla volontà da parte di esso di realizzare un contenimento della spesa pubblica sufficiente per abbassare finalmente la pressione fiscale. E se vogliamo analizzare con serietà gli aspetti internazionali della questione, il sostanziale benservito a Cottarelli fa molto male alla credibilità internazionale dell’Italia e del suo governo, che appare ondivago nelle sue scelte di politica economica, ma pur sempre affezionato a una politica economica di stampo statalista.

Il nostro timore è che una manovra aggiuntiva – da varare in autunno con la Legge di Stabilità – prosegua sulla strada dei pochi tagli di spesa e dei molti aumenti di imposte. Alla faccia della pressione fiscale e della crescita del paese.

Riccardo Puglisi – 01 agosto 2014

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Aggiornamento del 28 agosto 2016:

La questione degli 80 euro da restituire

1 GIUGNO 2016

Perché il 12,5 per cento di quelli che hanno ricevuto il bonus del governo ha perso i requisiti e ora deve ridare i soldi indietro allo Stato

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