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Caro Renzi, la rivoluzione digitale non è una passeggiata

di Andrea Granelli * – 27 Marzo 2014

Caro neopremier Renzi,
conoscendo la tua visione, le tue energie, la tua voglia di innovazione e il tuo amore per il digitale, mi permetto, spero facendo cosa utile, di fare qualche riflessione a voce alta sui temi del digitale (e dell’innovazione). Temi che, come sai, ho sempre amato e frequentato. Forse sembrerà una voce un poco fuori dal coro; ed è forse per questo te ne voglio parlare. Alcune domande preliminari.

Perché, dove la banda larga c’è e da tempo, ancora oggi moltissime piccole imprese continuano a non essere collegate, o a usare male il digitale?

Siamo proprio sicuri che la stragrande maggioranza delle imprese abbia assolutamente bisogno della banda larga o larghissima (vitale invece per le nuove frontiere dell’intrattenimento)?

Perché si continua a dare la colpa del basso utilizzo del digitale solo alla diffusa “ignoranza” delle Pmi che quindi devono essere forzatamente “alfabetizzate”?

Perché nonostante il crescente information overload e il sempre più diffuso inquinamento informativo, si continua a pensare che gli open data pubblici saranno la vera svolta del digitale?

Perché si pensa che le Pmi entreranno nell’era digitale solo grazie ai massicci investimenti nell’e-governmentFatturazione elettronica e identità digitale (e firma digitale) sono il punto di partenza per far sì che le Pmi si innamorino del digitale? Non c’è il rischio che la burocrazia scarichi altri costi, soprattutto sulle Pmi, anche se sotto forma di attività digitali ?

Le domande sono complesse e non possono essere affrontate sbrigativamente. Le ho poste all’inizio di questa riflessione per un semplice motivo. Ritengo infatti che molte delle cose fatte sul digitale negli ultimi anni abbiamo avuto dei benefici molto al di sotto delle attese, ma mi sembra che nessuno abbia voglia di capire perché ciò sia accaduto. La ricetta per una ripresa grazie al digitale ha sempre lo stesso refrain: più banda larga per tutti, priorità di risorse all’e-government che è il punto di svolta per il Paese, piani massivi di alfabetizzazione digitale, riempire di tablet e di lavagne elettroniche le scuole, entrare nel paradiso dei big data, attendere spasmodicamente l’avvento dei nativi digitali

Continuare a considerare come punto di partenza solo il potere abilitante (e mirabolante) delle tecnologie ha mostrato i suoi limiti. Dobbiamo ripartire dalle vere opportunità (o problemi), quelle di cui i futuri utilizzatori sono già consapevoli e hanno solo bisogno di un piccolo aiuto (o economico o formativo) per fare l’ultimo miglio. Pensare che siano solo i fornitori di ICT a definire le priorità del digitale e quindi le priorità delle aziende clienti poiché questi ultimi “non si rendono conto o non capiscono i vantaggi del digitale e sono quindi come indigeni da alfabetizzare” non ha più senso. Oltretutto, non mi è mai capitato di sentire, da parte dei fornitori di ICT, una minima ammissione di responsabilità sullo stato di arretratezza in cui versa l’Italia digitale.

Come se ciò non dipendesse anche dalle offerte presenti sul mercato, dalla capacità di fare marketing, di seguire i clienti nella post-vendita, di orientare certi utilizzi, di formare – soprattutto le piccole aziende, gli artigiani, i coltivatori diretti, le cooperative sociali in un certo modo. Anche in questo caso, come in altri temi, la risposta corale dell’Italia produttiva tende ad essere: è colpa della politica, che non fa le leggi giuste, non dà seguito all’Agenda digitale; è colpa degli utenti, che sono ignoranti e continuano a non studiare per diventare cittadini digitali a tempo pieno; è colpa delle aziende che si ostinano a rimanere piccole e a non occuparsi di tecnologie e innovazione.

Gli errori fatti fino a oggi sono molti. Da dove ripartire? È arrivato il momento di costruire una via italiana al digitale senza imitare maldestramente cose fatte altrove. Si tratta di saldare il potere delle nuove tecnologie con la vocazione dei nostri luoghi, dal turismo all’agroalimentare. Riprendendo il percorso iniziato da Camillo e Adriano Olivetti. 

Il “cosa fare” non basta più; dobbiamo entrare in profondità, innanzitutto nel “perché”, senza dare per scontato il buon vecchio esercizio del Business Case, che oramai si è perso. Tutti i numeri che vengono annunciati pomposamente per dimostrare l’importanza della rivoluzione digitale  sono più che altro dei “Revenue Case”, dove si annunciano mirabolanti benefici, ma si è molto avari nel riflettere sui costi e gli investimenti necessari, si è molto sbrigativi sulla distribuzione temporale di azioni ed effetti e si ignorano  i cosiddetti effetti collaterali (a partire dai rischi attuativi e  dagli impatti problematici sull’utenza meno pronta o meno consapevole). Ma soprattutto nel “come” fare; dobbiamo confrontarci sui contenuti progettuali, sulle strategie attuative. Non basta dire che ci vuole più cultura digitale, bisogna definire quali contenuti, quali format educativi, … e poi verificare che la filiera della formazione sia preparata a questo compito titanico …

I problemi e gli errori fatti ad oggi sono – a mio modo di vedere – molti e ricorrenti.

– Pensiamo alla massiccia quantità di “body rental” che è stato fatto dalle aziende di software, soprattutto verso la Pubblica Amministrazione che ha creato problemi sia alla PA (dipendenza dal fornitore, difficoltà di replica – poche “economie di scala di sistema”) sia – alla lunga – alle stesse aziende fornitrici (prodotti poco competitivi, basso livello di export, …).-
– Pensiamo a come viene usata la finanza agevolata, sempre meno per co–finanziare prodotti e servizi innovativi e rischiosi da lanciare sul mercato e sempre di più come modo per coprire costi fissi rimasti non coperti e farsi finanziare cose già fatte.
–  Pensiamo al nostro tasso di export di soluzioni digitali, distante mille miglia dai settori di punta del made in Italy, quasi come se il digitale non fosse esportabile o che l’Italia non fosse capace di esportare.
Pensiamo ai soldi sprecati in attività banali di alfabetizzazione digitale, costruite sul presupposto che il digitale sia uno strumento che richieda semplicemente istruzione e non e-ducazione (consapevolezza dei suoi impatti, conoscenza dei lati oscuri, capacità di ripensare ai processi dove il digitale viene inserito, …).
–  Pensiamo a tutte le misure per facilitare l’eCommerce delle piccole imprese, che non colgono il fatto che la sfida dell’eCommerce è molto più legata a una logistica efficace, all’innovazione nel packaging, alla capacità di fare marketing in paesi con culture di prodotto differenti dalla nostra, che non al semplice dotarsi di una vetrina digitale o all’usare con abilità il keywording per farsi trovare da Google.

Da dove ripartire dunque?  Forse è veramente venuto il momento di costruire una via italiana al digitale (riprendendo tra l’altro il percorso iniziato da Camillo e Adriano Olivetti), senza imitare maldestramente cose fatte in altri luoghi e altri contesti. Non si tratta di banale campanilismo o di nostalgia del passato: lo abbiamo già fatto nella manifattura (made in Italy e cultura del design), nell’agroalimentare (da Slow Food alla Dieta Mediterranea), nel turismo culturale centrato sulle città d’arte, nel terzo settore e mondo del volontariato: si tratta di unire visione, progettualità, offerta e comunicazione (istituzionale e commerciale) in modo da saldare il potere delle nuove tecnologie con la vocazione dei nostri luoghi e del nostro “intraprendere”: trovare dunque un dialogo più autentico e sostenibile tra tradizione  e innovazione.

Per fare ciò cinque dovrebbero essere – a mio modo di vedere – i filoni da cui (ri)partire. Questi filoni andranno naturalmente  approfonditi – in termini di obiettivi, leve, rischi  e percorsi attuativi – e poi prioritizzati.

Il più importante (e per me prioritario) è certamente il tema educativo. Oggi tutta l’enfasi è sull’alfabetizzazione e non sulla creazione di una vera e propria cultura digitale (e questo non è un semplice gioco di parole). Alfabetizzare vuol dire istruire, addestrare all’uso di uno specifico strumento (che si ipotizza utile e adatto). Il concetto richiama quello che i coloni facevano per portare un po’ di civiltà agli indigeni “ignoranti”). Quello che invece serve è la creazione di una consapevole cultura digitale, che ha come obiettivo fertilizzare e coltivare campi già produttivi o che oggi producono poco e non necessariamente creare solo nuove attività (come le apps, i makers, …). Oltretutto anche nella cosiddetta eEducation – l’apprendimento mediato dal digitale – l’attenzione è oggi tutta sull’eTeaching (produzione di nuovi e sfavillanti contenuti educativi in formato digitale) e quasi nulla viene fatto sul vero eLearning, per assicurarci che quella conoscenza venga davvero assimilata e riutilizzata dai discenti.

In secondo luogo bisogna accettare la piccola dimensione come dato di fatto, come caratteristica di una parte rilevantissima dell’economia italiana (piccole aziende, artigiani, professionisti, ex “coltivatori diretti”, …) e invertire l’approccio alla costruzione e vendita delle soluzioni digitali, passando da “come possiamo mettere in condizioni le aziende di capire e comprare le offerta che abbiamo a portafoglio” a “come possiamo identificare i reali bisogni di questa tipologia di attori economici e costruire delle soluzioni ad hoc che li soddisfino, rafforzandone la tenuta competitiva”. Il mito della crescita ha condizionato anche lo sviluppo delle applicazioni digitali, pensate per aziende grandi o che cresceranno.

Il terzo suggerimento è concentrare le competenze digitali del Paese verso settori dove potremmo costruire un’offerta competitiva ed esportabile: pensiamo alla protezione e valorizzazione del patrimonio culturale, al turismo delle città d’arte, alle infinite applicazioni dal digitale al settore agroalimentare, alle sfide del welfare legate all’invecchiamento della popolazione, che vedono il nostro paese non solo tra i paesi con la maggiore incidenza di anziani sulla popolazione, ma anche un luogo ideale per vivere dal punto di vista climatico e che ha sperimentato forme molto innovative (diremmo modelli di business) fra terzo settore e mondo del volontariato e luoghi di eccellenza.

Il quarto spunto è lanciare una grande attività di R&D sul digitale che coinvolga anche la ricerca pubblica – naturalmente in forte collegamento con il settore privato. È uno dei settori di punta del futuro e non può innovare solo con le start-up. Le grandi multinazionali ci considereranno sempre di più un mercato di sbocco e non un luogo di sviluppo e innovazione se non vi sarà una ricerca pubblica di eccellenza, come è stato per la chimica, per l’automotive ed è ancora per la biologia, la farmaceutica, l’aerospazio, …

Infine bisogna usare in modo diverso le risorse pubbliche per finanziare l’innovazione, la “messa a terra” della ricerca. E quindi la mano pubblica – come oltretutto ci suggeriscono le recenti indicazioni comunitarie e come notava il neoministro Padoan in una recente intervista – potrebbe ridurre i finanziamenti a fondo perduto per creare nuove imprese o finanziare prodotti che non andranno mai sul mercato. Al suo posto, potrebbe iniziare a comprare prodotti e servizi innovativi che migliorino in senso radicale servizi della PA. Come noto la PA contribuisce per una parte significativa al PIL nazionale e una qualificazione di questa spesa potrebbe avere un grande impatto sull’innovazione; ed questa l’indicazione che ci viene dall’Europa e che i tecnici chiamano Pre-commercial Public Procurement. Comprando meglio e oltretutto prodotti e servizi innovativi, si finanzia l’innovazione, schermando oltretutto le imprese che vogliono innovare dalla scure omologante del “minimo ribasso”.

Tirando le somme, il fenomeno delle Smart Cities, le nuove soluzioni Cloud, la diffusione dell’Internet “delle cose”, la rivoluzione dei FabLab, … possono davvero dare all’Italia un vantaggio competitivo, purché rafforzino ciò che sappiamo fare e che abbiamo sempre fatto, potenziandolo (e – naturalmente – correggendone gli errori ed eliminandone le obsolescenze). Non è certo snaturando il nostro sistema produttivo e inseguendo un modello di impresa (e di città) ideale e lontano dalle nostre radici – da raggiungere a forza di alfabetizzazioni forzate e sussidi di uno Stato sempre più povero – che troveremo la via del rilancio economico e daremo al digitale il posto che giustamente gli spetta nell’economia del XXI secolo.

Caro Presidente, spero che queste veloci riflessioni ti siano utili e ti auguro un pieno successo per il tuo mandato

*Andrea Granelli è fondatore della società di consulenza Kanso, già creatore di Tin.it 

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Aggiornamento dell’11 settembre 2014:

http://piergiovannimometto.nova100.ilsole24ore.com/2014/09/04/la-volta-buona-per-la-scuola/

La “volta buona” per la scuola

4 settembre 2014

Il Piano per la Buona Scuola presentato ieri dal Governo si basa su tre parole d’ordine che di per sé sotto intendono ad un vero e proprio cambio di paradigma nel modo in cui tradizionalmente i governi del nostro paese affrontano i problemi che affliggono il sistema scolastico: semplicità (leggi: meno burocrazia), connessione (leggi: banda larga e costituzione di reti di istituti), apertura (leggi: scuole aperte alla società e al sistema economico).

Certamente si tratta di un documento di indirizzo e, come tale, non sempre declina in modo chiaro i diversi passaggi che “dovrebbero” portare al completo rinnovamento della scuola italiana. L’uso del condizionale in questo caso è d’obbligo e non tanto perché il documento non chiarisce in maniera convincente come il governo reperirà i fondi necessari alla assunzione in organico di 150.000 precari per realizzare il passaggio che sta alla base stessa dell’intero processo di riforma con l’immissione in ruolo di una forza insegnante più giovane. Il vero punto di domanda che aleggia su questo progetto di riforma non è infatti rappresentato dalla parte economica (per risolverla in teoria basta stanziare i fondi …) ma soprattutto dalla innovazione burocratica e organizzativa che la sua realizzazione rende necessaria.

[…] Ci si è reso finalmente conto che il passaggio fondamentale per compiere qui un salto di qualità e mettere la nostra scuola al pari con quelle dei principali paesi europei non può avvenire semplicemente acquistando pc, tablet o – peggio – lavagne elettroniche come previsto dal “Piano per la scuola digitale” nella sua prima versione, ma è solamente consentendo a tutti gli istituti e a tutte le classi di poter accedere a costi accessibili alla connessione a banda larga che si realizzano pari opportunità per tutti e si mettono insegnanti e scuole nella condizione di poter svolgere innovazione didattica utilizzando compiutamente le nuove tecnologie e di condividere idee, progetti e contenuti.

Nell’epoca del cloud computing, dove programmi, strumenti e contenuti vengono condivisi sulla rete non è fondamentale lo strumento fisico con cui si accede a internet ma la velocità con la cui lo si fa. […]

Da rilevare in questo contesto anche l’attenzione rivolta dal Piano per la Buona Scuola al tema della formazione della classe docente. Finalmente entra a pieno titolo nel lavoro dell’insegnante il concetto di lifelong learning e si riconosce la necessità di un aggiornamento continuo per chi svolge una professione così delicata e cruciale. Un aggiornamento che deve però avere come scopo principale non quello banale di insegnare le nuove tecnologie ai docenti, ma si deve preoccupare di metterli in grado di elaborare attraverso queste ultime – ma non solo attraverso di esse – proposte didattiche innovative in grado di rispondere alle mutevoli esigenze di un contesto sociale e lavorativo in perenne cambiamento. […]

In conclusione, credo si possa dire che la “buona scuola” di Renzi parta davvero con il piede giusto. Adesso però è fondamentale, perché sia davvero la volta buona, che alle parole seguano i fatti e su tutti la rivoluzione burocratica. […] Se – in altre parole – si riuscirà a passare dal campo dei buoni propositi a quello delle azioni concrete il cambiamento è possibile. Anche a costo zero.

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