Abbiamo già perso diverse occasioni, tanto che una Silicon Valley italiana avrebbe già potuto esistere (vedi gli articoli “La Silicon Valley avrebbe potuto essere in Italia: Perotto e l’invenzione del personal computer” e “La Silicon Valley avrebbe potuto essere in Italia: Faggin e l’invenzione del microprocessore“). Ma c’è qualcuno che, con un grande slancio di ottimismo, pensa che la partita non sia ancora persa e che una Silicon Valley italiana possa ancora nascere…

http://www.lobbyinnovazione.it/index.php?option=com_content&view=article&id=252:ecco-come-costruire-la-possibile-silicon-valley-italiana&catid=14:numero-004&Itemid=27

Ecco come costruire la possibile Silicon Valley italiana

Mercoledì 22 Luglio 2009

Io vivo di innovazione. Ho creato una start up che produce software per telefoni cellulari, scaricato da più di tre milioni di persone in ogni angolo del pianeta. Software pensato e prodotto in Italia, nel centro di ricerca e sviluppo Funambol a Pavia, dai migliori ingegneri al mondo.

Fin qui, nulla di strano, forse. La cosa singolare è che Funambol ha il suo quartier generale in Silicon Valley, dove vivo. I capitali sono americani, ma l’innovazione è tutta italiana. Capitali americani e cervelli italiani.

La mia tesi è che l’Italia abbia tutte le potenzialità per essere un centro di eccellenza mondiale per lo sviluppo del software. Il software è un puro prodotto dell’ingegno, della capacità creativa. Così come siamo leader al mondo in settori in cui domina la creatività, quali l’architettura e la produzione artistica in genere, ma anche l’alta moda, l’arredamento, la cucina, così possiamo esserlo anche per l’high tech.

Il problema è che in Italia mancano ancora alcuni tasselli necessari alla creazione di una Silicon Valley tricolore.

In primis, i capitali di ventura sono pochi. Io ho raccolto 25 milioni di dollari negli Stati Uniti. In Italia è impensabile. Perché manca la cultura dell’ exit: un venture capital investe per veder rientrare l’investimento entro cinque anni, con gli interessi. Siccome le aziende in Italia non si vendono e non c’è un mercato azionario pubblico come il Nasdaq, ne deriva che non ci siano exit e il modello non possa funzionare. Il problema è culturale: gli italiani non vendono le proprie aziende. Non si vende, nel caso migliore si è comprati perché da soli non si riusciva ad aver successo. In Silicon Valley nessuno vuol fare la stessa cosa per più di cinque anni, perché si annoia. Invece si crea innovazione, la si vende a una grande azienda (che da sola fa fatica a innovare), si diventa ricchi e si riparte con un’altra start up. Chi vende a un buon prezzo è un grande. Non uno che non è riuscito a sfondare. I venture capital non prosperano in un mercato dove non circola liquidità.

Il secondo elemento è di nuovo culturale: il fallimento è inaccettabile in Italia. Chi fallisce viene marchiato per sempre. Chi non rischia non può fallire: perché rischiare, allora? Non è un problema banale, è un macigno. Un investitore in Silicon Valley investe più volentieri su un imprenditore che è fallito due volte, rispetto a uno che non ci ha mai provato. Il fallimento fa parte del gioco del rischio. I venture capital investono in dieci aziende, confidando che tre abbiano una exit ragionevole, una ‘faccia il botto’ e le altre falliscano. E’ naturale. Non c’è niente di male, fa parte di un processo di selezione darwiniano. Si parla di capitali di rischio perché si rischia. Entrambi, investitori e imprenditori.

L’ultimo ostacolo, di nuovo culturale, è legato all’immagine dello sviluppatore di software, che io chiamo software designer. Nella patria della creatività, i designer di abiti, di arredi, di edifici, sono considerati artisti. Hanno un’immagine sociale importante. Sono stimati, e a volte perfino riveriti. I programmatori no, sono operai metalmeccanici, non creativi o innovatori. La professione non è considerata come dovrebbe, portando ingegneri bravissimi a scegliere la consulenza alle grandi aziende, invece del lavoro d’inventiva e originale. E’ un grande errore, da correggere. I software designer sono artisti.

Come si cambia una cultura che manca di tasselli fondamentali alla creazione di aziende globali high-tech? Dimostrando che si può fare. Che l’Italia può produrre software di qualità ed esportarlo nel mondo. Dobbiamo creare delle storie di successo, che i nostri giovani possano ammirare e cercare di imitare. Oggi chi si laurea negli Stati Uniti ambisce a essere il prossimo Sergey Brin o Larry Page (i miliardari fondatori di Google) o Zuckerberg (giovanissimo fondatore di Facebook). Da noi questi modelli non ci sono, perché mancano le condizioni per creare aziende globali. Abbiamo tutto quello che ci serve per creare software di successo, manca l’ambiente giusto dove vendere il software e le aziende.

Quell’ambiente si chiama Silicon Valley. Qui ci sono i capitali. Qui il fallimento fa parte del gioco. Qui le exit sono all’ordine del giorno. C’è chi compra innovazione e chi la vende. La start up la creano altrove (in India, in Cina, in Israele) e la vendono qui. L’innovazione in Italia, il capitale e la exit in America (che sia vendere l’azienda o andare in Borsa). Un approccio pratico all’innovazione.

La creazione di una Silicon Valley Italiana non può prescindere da storie di successo. Dobbiamo dimostrare al mondo che l’Italia può essere un centro di eccellenza mondiale per l’high tech. Lo stiamo dimostrando con Funambol e la sua comunità open source. Che il nostro software italiano sia di altissima qualità e di successo è fuori di dubbio. L’open source è un ambiente feroce, solo un software eccellente può diventare il più grande progetto al mondo nel wireless. Abbiamo già dimostrato che i nostri ingegneri sono tra i più bravi al mondo.

Per questo mi sono impegnato nello sforzo di moltiplicare il modello Funambol. In Silicon Valley ho creato un Gymnasium, una palestra per imparare a fare i ‘funamboli’. Un luogo fisico, ospitato dentro una specie di incubatore dove amministratori delegati di aziende high tech italiane si trasferiscono, mantenendo la ricerca e lo sviluppo in Italia.

Il Mind the Bridge Gymnasium è uno delle due componenti della fondazione Mind the Bridge, di cui sono un board member. L’altra è la ‘business plan competition’, una competizione annuale che consente alle migliori start up italiane di venire in Silicon Valley, assorbire la cultura, imparare a presentare un business plan ai venture capital locali, per poi accedere al Gymnasium. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.mindthebridge.org.

L’approccio è molto pratico e concreto: in Italia sappiamo fare innovazione di grande livello. Esportarla è difficile. Il mio suggerimento è che sia meglio esportare il quartier generale in Silicon Valley e da lì distribuire la tecnologia in tutto il mondo, assorbendo capitali e mirando a exit di breve o medio termine.

Questo è il primo passo verso una Silicon Valley Italiana. Una volta dimostrato al mondo e a noi stessi che si può fare, gli investitori di tutto il mondo verranno a cercare le start up italiane, stimolando un sistema di venture capital in Italia. Si parte con le storie di successo, si cambia la mentalità, si attirano capitali, e si crea una Silicon Valley in Italia. E’ successo in Israele, può succedere in Italia.

Non sono trasformazioni che avvengono in un mese o in un anno, ma sono ottimista succederà, se manteniamo un approccio pratico e positivo.

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Aggiornamento del 25 novembre 2014:

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2014-11-23/sognando-california-istruzioni-l-uso-081321.shtml

Sognando California, cosa fanno gli italiani in Silicon Valley

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