Qual è la situazione italiana dal punto di vista della qualità dell’istruzione universitaria, del numero di laureati e del numero di lavoratori laureati impiegati in settori innovativi? Il primo rapporto Anvur sullo stato del sistema universitario e della ricerca ci mostra, purtroppo, dei dati decisamente impietosi. Quali sono le ragioni di tale fallimento?

In realtà dal rapporto emerge che la ragione di fondo è una sola: ci è mancata, e tutt’ora ci manca, la volontà di instaurare dei sistemi meritocratici, in ogni ambito (scuole superiori, università, mondo del lavoro).

Quello della meritocrazia è un argomento che ci sta molto a cuore, sul quale potete trovare nel blog numerosi articoli…

http://stradeonline.it/scienza-e-razionalita/549-ci-meritiamo-una-scuola-migliore

CI MERITIAMO UNA SCUOLA MIGLIORE

02 Aprile 2014 – di Davide Ederle e Simone Maccaferri

I dati lo dimostrano: non valorizzare il merito fa male non solo al sistema scolastico, ma anche, più in generale, al Paese. È ora di cambiare la scuola, ma per farlo davvero occorre prima di tutto cambiare mentalità.

Abbiamo recentemente discusso qui su Strade di scuola e meritocrazia. La conclusione, più che altro una presa d’atto, è che la nostra scuola ha scelto di non essere meritocratica. Il dibattito che è scaturito da quell’intervento ha posto nuove domande, la più interessante delle quali è senza dubbio se dopotutto abbiamo davvero bisogno di una scuola più meritocratica. Non è forse meglio avere una scuola, come quella attuale, che ha come primo imperativo, almeno per gli ordinamenti inferiori (elementari e medie), l’accoglienza e l’integrazione?

Rispondere a questa domanda non è facile, sia perché coinvolge la visione del mondo che ciascuno di noi porta con sé, sia perchéesistono pochi dati “diretti” che possano aiutare a formulare una risposta. Un paio di elementi in più ci vengono ora forniti dal primo rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca, presentato il 18 marzo scorso dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), e che integra prospetticamente il documento dedicato alle competenze degli adulti diffuso dall’OECD lo scorso anno.

L’ANVUR, ideato nel 2006 dall’allora ministro Mussi, ha avuto fin dalla sua istituzione una storia complessa e travagliata, ad indicare come il tema della valutazione sia un tabù non solo per i gradi di istruzione inferiore, ma anche per quelli superiori. Tuttavia, è anche grazie all’ANVUR che il tema della meritocrazia è tornato di attualità. […]

Il Rapporto

[…] Il numero dei laureati italiani è cresciuto: dal 7% degli anni 90 al 22.3% del 2012. Si potrebbe pensare che questo sia un buon risultato, ma il dato in realtà è tutt’altro che esaltante, oltre ad essere probabilmente più figlio dell’evoluzione culturale del paese che non delle riforme messe in campo da Berlinguer in poi, a partire dall’istituzione del 3+2. Bisogna infatti fare un confronto con quello che è avvenuto nel frattempo fuori dai nostri confini, confronto dal quale l’Italia esce con le ossa rotte. Questo anche rispetto a paesi come l’Inghilterra che hanno adottato modelli educativi molto più meritocratici e selettivi dei nostri. Nel Regno Unito, ad esempio, non solo le tasse universitarie sono molto elevate (fino a novemila sterline l’anno, contro una media italiana di circa mille), ma l’accesso è vincolato anche ai voti delle scuole superiori. Eppure i laureati della Regina, tra i 25 e 34 anni, sono il 47%, mentre noi siamo fermi ad un misero 22%.

La Spagna, che per molti versi ci è più simile, totalizza un buon 39% nella stessa fascia di età. Segno che si poteva fare di meglio.

Figura1 Ederle

Il nostro basso numero di laureati, ben al di sotto della media EU, non pare tanto un problema di numeri chiusi, tasse o “troppa selettività” dell’accademia, ma piuttosto un prodotto della cultura del paese e delle sue scuole. Sembra infatti che vi sia lungo lo stivale un disamoramento generalizzato e progressivo per lo studio, che ha portato via via i ragazzi a considerare sempre meno utile, o forse meno attrattivo, intraprendere gli studi universitari.

In tal senso, nonostante sia espressamente dedicato all’università, dal rapporto emergono diversi dati interessanti per riflettere su come abbiano un ruolo, in questo processo di allontanamento, anche i gradi di istruzione inferiore, soprattutto per come preparano i nostri ragazzi alle sfide che li attendono. Ad esempio, sebbene le università italiane non risultino nei vari ranking mondiali tra le più selettive e difficili, risulta che solo il 55% degli iscritti all’Università riesce entro 9 anni (!) a completare il proprio percorso di studi triennale (con una media, sempre per la triennale, di 5,1 anni).

Figura2 Ederle

A questo si aggiunga che quasi un terzo abbandona o cambia corso di studio dopo il primo anno, e sempre un terzo degli studenti risulta inattivo, con punte del 37% al Sud. Un dato che racconta il disorientamento dei ragazzi al momento del grande salto nell’accademia. Lo stesso rapporto identifica tra le cause di questi fenomeni proprio una inadeguatezza della scuola secondaria nel preparare gli studenti non solo sul fronte dello studio, ma anche su quello dell’orientamento. Una impreparazione che il report OCSE, dedicato alle competenze degli adulti (PIAAC – Program for the International Assessment of Adult Competencies), certifica impietosamente come solo un mero 25% della popolazione italiana sia in grado di comprendere testi con una complessità paragonabile a questo articolo. Il dato ci colloca all’ultimo posto in classifica, ma soprattutto apre una riflessione su come si ripercuota sull’economia del paese, oltre che sul dibattito sociale e politico, il fatto che i tre quarti della popolazione non siano in grado di interpretare correttamente i dati necessari a prendere decisioni o di svolgere un lavoro intellettuale.

Figura3 Ederle

Dal report OCSE risulta che anche i nostri laureati presentano competenze linguistiche limitate, paragonabili a quelle di un ragazzo giapponese delle superiori, segno che il problema è profondo e impatta significativamente sulla competitività del sistema paese.

Figura4 Ederle
Alcune riflessioni

Qualunque sia la risposta che si intenda dare alla domanda iniziale, ovvero se l’Italia abbia o meno bisogno di una scuola più meritocratica, non si può non prendere atto di ciò che i dati dimostrano in modo inequivocabile: la necessità di un cambio di marcia e di rotta. La scuola italiana infatti, per come è concepita, non solo non riesce a valorizzare e preparare adeguatamente i ragazzi ad affrontare le sfide di un percorso universitario nemmeno troppo difficile come quello italiano, ma non riesce ad elevare e a far crescere neanche le competenze di chi è rimasto indietro. Nessun altro paese avanzato riesce a fare peggio di noi. Certo, anche questo è un risultato, ma non pare sia uno di quelli di cui andar fieri.

La scuola oggi ha deciso, meritoriamente, di concentrare le sue attenzioni sulla fascia più debole della popolazione scolastica. Questo però ha portato ad un appiattimento verso il basso di tutti i programmi in tutti gli ordini scolastici.

Paradossalmente a farne le spese non sono però solo i ragazzi dotati, che comunque, grazie alle loro doti innate, riescono a sviluppare competenze ed interessi autonomamente, ma piuttosto quella fascia di ragazzi che se opportunamente incentivata sarebbe in grado di sviluppare competenze linguistiche e matematiche “avanzate”, ma che in una scuola da minimo sindacale finisce per “sedersi”, rinunciando allo sforzo di una crescita personale che, potenzialmente, potrebbe trasformarsi un domani anche in una crescita professionale. Si tratta di circa un 25% (se calcolato rispetto alla media OCSE) della popolazione scolastica cui di fatto, privandola di stimoli adeguati, viene tolta la capacità di competere ad armi pari con i propri coetanei degli altri paesi sviluppati.

Questo livellamento verso il basso della didattica si ripercuote anche sull’università. Non deve stupire perciò che il nostro paese sconti uno spread di innovazione più che significativo rispetto all’Europa che conta. Lo European Innovation Scoreboard ci classifica al 15esimo posto in UE, solo il 3,3% dei laureati è occupato in un settore innovativo e meno del 4% della popolazione universitaria, 65.000 unità, è composta da stranieri che scelgono l’Italia come meta per studiare (contro percentuali dell’11% di Francia e Germania o del 20% del Regno Unito, stando ai dati dello European Migration Network Italy).

Solo ripartendo dalle basi, da una scuola capace di educare al merito e all’impegno, forse, potremo riuscire a colmare il gap che ci sta sempre più allontanando dalle economie avanzate e evitare di essere superati da quelle emergenti. L’alternativa è condannare il paese al declino intellettuale, cui inevitabilmente seguirà anche quello economico. Per vostra informazione, entrambi sono già iniziati.

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Vedi gli articoli:

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Aggiornamento del 24 giugno 2014:

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/reportage/2014-06-21/europaitalia-come-paghiamo-prezzo-113739.php?idpuntata=gSLAny2Li&date=2014-06-21

Puntata di Reportage (Radio24) “Europa-Italia, come paghiamo il prezzo di una scuola rimasta indietro” del 21 giugno 2014

Un anno di ritardo lo paghiamo ancora prima di arrivare all’Università. A livello europeo prevale il quadriennio di scuole superiori, il nostro Paese ha optato per i 5 anni. Secondo il professor Moscati, docente dell’università Bicocca di Milano, pesa anche la didattica, rimasta ferma a 40 anni fa. “Di fronte all’aumento di studenti, gli altri Stati hanno risposto con un adeguamento dei programmi, noi abbiamo semplicemente permesso più iscrizioni – sottolinea il docente che rimarca – Il modello di successo è stato quello anglosassone, incentrato sull’autonomia delle Università, fortemente competitivo e collegato al mercato del lavoro. In Italia però, quando negli anni 80 si è provato ad introdurre l’autonomia, il risultato è stato una moltiplicazione di cattedre e corsi di studio, apparentemente rivolte agli studenti ma funzionali solo alle carriere dei docenti”. 

Dalla didattica alla governance, le differenze tra l’Università italiana e i sistemi europei possono essere fra le cause del divario tra il tasso di occupazione nel nostro Paese rispetto alla media dell’Unione. “Nel 2012 (ultimo dato disponibile) i laureati italiani hanno visto una riduzione delle opportunità di lavoro del 3%, mentre in Europa si è registrata una diminuzione dell’1,9%” rivela la dottoressa Marzia Foroni, consulente del ministero dell’istruzione.

di Claudia Vanni

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Aggiornamento del 26 agosto 2016:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/declino-della-universita-italiana-secondo-lanvur/giugno-2016

Il declino della Università italiana secondo l’ANVUR

L’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR) ha reso pubblica, nei giorni scorsi, una sintesi del Rapporto Biennale sullo Stato del Sistema Universitario e della Ricerca 2016 che sarà pronto a giorni nella sua forma definitiva. […]

L’università, in ogni luogo e in ogni tempo, esiste per formare le classi dirigenti del futuro. Oggi che siamo nella società della conoscenza serve anche a qualcos’altro: a formare i lavoratori altamente qualificati che dovranno creare continuamente una nuova economia. Per questo l’istruzione universitaria è considerata strategica in tutto il mondo.

Dunque verifichiamo se e come l’università italiana assolve a questa che è la sua prima missione: la formazione. Ebbene l’ANVUR conferma che rispetto all’output – ovvero al numero di laureati nella fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni, proprio non ci siamo. L’università italiana laurea ogni anno poco più di 300.000 giovani: un numero stabile da un decennio.

Il numero di giovani italiani in questa fascia di età che hanno una laurea è pari al 24%. Il primo guaio è che negli altri paesi questa percentuale è molto più alta: il 38% nell’Unione Europa; il 40% in media tra i paesi OCSE. Lontanissimo dalla punta del 67% della Corea del Nord. Siamo ultimi, tra i paesi OCSE, insieme alla Turchia. In realtà il paese a cavallo tra Europa e Asia ci ha sorpassato nel 2015. Ora siamo ultimi in assoluto.

Grafico 2 – Distribuzione percentuale della popolazione, in classe di età 25-34 anni, in possesso di un diploma di istruzione terziaria (ISCED 2011, livelli 5/8) per paese. Anno 2014 (Fonte: Eurostat – Education and training statistical database)

Il secondo guaio è che il gap registrato dall’ANVUR e da tutti gli istituti di ricerca nazionali e internazionali è aumentato nell’ultimo decennio. E nel futuro sembra proprio che continuerà a farlo.

È evidente che se consideriamo l’alta qualificazione un fattore strategico sia dal punto di vista culturale e sociale che da quello economico, dovremmo correre immediatamente ai ripari.

Purtroppo non succede. Dal 2007/2008 a oggi, regista l’ANVUR, le iscrizioni all’università dei giovani italiani sono diminuite. E non di poco: di un rotondo 22%. Con una certa asimmetria. Il calo di iscrizione è minore al Nord (-17%) e maggiore al Sud (-23%) e al Centro (-28%).  La causa non è solo demografica, ma anche economica e culturale.

Grafico 3 – Corsi attivi per ripartizione geografica (numeri indice 2007/2008=100) (Fonte: MIUR – Banca dati dell’Offerta formativa)

[…] Al calo di iscrizioni si aggiunge un elevato tasso di abbandono: raggiunge la laurea triennale solo il 58% degli iscritti. […]

Alla disuguaglianza geografica di immatricolazione fornisce un contributo non banale anche la migrazione degli studenti. Il 19% dei giovani del Mezzogiorno continentale che decidono di iscriversi all’università si immatricola in un’università del Centro o del Nord. La percentuale sale al 26% tra i giovani delle Isole. Insomma, c’è un’autentica e composita fuga dalle università meridionali. Un serio problema sociale ed economico, che andrebbe risolto in termini politici.

Anche perché, lo dimostrano i dati dell’ANVUR, la politica è intervenuta nel sistema universitario con tagli agli investimenti del 22% rispetto al massimo relativo del 2009. Non c’è settore pubblico dove la spesa sia stata tagliata in maniera così massiccia. E sì che le 61 università pubbliche italiane assorbono il 90% degli studenti.

In termini assoluti, sostiene l’ANVUR, il sistema universitario italiano ha perduto 1,1 miliardi sugli 8,4 del budget 2009. Questi tagli hanno consolidato l’ultima posizione che ha l’Italia tra i paesi OCSE e non solo in termini di spesa per l’università: meno dell’1% del PIL, a fronte dell’1,5% della media OCSE e di oltre il 2% di paesi come Corea del Sud, Canada o Stati Uniti.

Intanto le tasse di iscrizione all’università salgono, mentre sono pochi i giovani meritevoli che ricevono aiuti allo studio.

[…] Tutto questo ha un riflesso sull’offerta didattica. I corsi sono diminuiti: dai 5.879 del 2007/2008 a 4586 del 2015/2016: un taglio del 22%. […] Sono diminuiti anche i docenti di ruolo: da 62.753 nel 2008 a 50.369 nel 2015. Un taglio del 20%. […]

Questi dati sono sufficientemente eloquenti. Con questi investimenti e con queste asimmetrie, è molto difficile per non dire impossibile che l’Italia riduca il gap, enorme, che la separa dagli altri paesi nella formazione dei suoi giovani e nella creazione di una società fondata sulla conoscenza.

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