http://www.leoniblog.it/2014/03/16/tassazione-rendite-finanziarie-perche-e-un-esproprio/

TASSAZIONE RENDITE FINANZIARIE: PERCHÉ È UN ESPROPRIO

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Natale D’Amico

L’aumento drastico della tassazione sulle rendite finanziarie, annunciata dal governo, ha destato meno reazioni di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Eppure si tratta di un vero e proprio esproprio, che spesso finirà per azzerare il rendimento dei risparmi degli italiani, e che in non pochi casi inciderà sullo stesso capitale.

Il perché è presto detto, e un esempio forse aiuta a spiegare.

Immaginiamo un italiano che abbia risparmiato 10.000 euro, e li abbia investiti in obbligazioni, che gli offrono un rendimento del 4%.

Quindi ogni anno egli riceverà una rendita pari a 400 euro. Al tasso d’inflazione corrente, circa 150 di quegli euro serviranno semplicemente per ricostruire il valore del capitale eroso dall’aumento dei prezzi. Il “rendimento vero” è solo di 250 euro.

Ma lo Stato preferisce far finta che l’inflazione non esista, e chiede al nostro risparmiatore il 26% degli interi 400 euro, cioè 104 euro, oltre a 20 euro a titolo di imposta di bollo. In totale 124 euro che, rapportati ai 250 di “rendimento vero”, comportano una aliquota effettiva di circa il 50%. Di gran lunga maggiore della aliquota massima dell’IRPEF.

Facciamo ora il caso che quello stesso risparmiatore tenga i suoi soldi in banca. Se il tasso d’interesse che la banca gli offre, fortunato lui, è del 2,3%, rifacendo i calcoli, risulta che l’aliquota effettiva sulla sua rendita finanziaria è pari al 100%: lo Stato si prende tutto. Se, caso più probabile, la banca gli riconosce un interesse inferiore al 2,3%, l’aliquota effettiva supera il 100%: non solo lo stato si prende tutto il rendimento, ma vuole per sé anche una parte del capitale.

Cosa è se non un esproprio? E siamo proprio certi che azzerando il rendimento del risparmio si favorisce la crescita economica? Qualcuno ha voglia di andare a rileggersi Einaudi? Certo: Keynes auspicava “l’eutanasia del rentier”; ma questo, piuttosto, sembra l’assassinio dei risparmiatori.

di Guest – 16 marzo 2014

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http://www.linkiesta.it/renzi-rendite-finanziarie-boomerang

Ecco perché tassare le rendite finanziarie non servirà

Dal 1° maggio nuove aliquote sugli investimenti, ma non Bot e Btp. Una mossa che penalizzerà le Pmi

Via libera alla rimodulazione della tassazione delle rendite finanziarie. È questa la principale inversione di tendenza del governo di Matteo Renzi in ambito finanziario. Con una mano il governo propone di tagliare l’Irap di dieci punti percentuali, con l’altra presenta l’aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie dal 20% al 26 per cento, a partire dal prossimo 1° maggio. Un possibile boomerang, nonostante il presidente del Consiglio abbia sottolineato che non saranno toccati i titoli di Stato. E a patire potrebbero essere proprio le imprese.

La rimodulazione di tali aliquote è da sempre uno dei capisaldi del centrosinistra. Trasferire ricchezza da una parte più abbiente a una meno è de facto una partita di giro. Nel migliore dei casi non porterà benefici, se non puramente d’immagine. Nel peggiore, i danni saranno elevati, ben oltre le previsioni del governo. Il piano su cui si sta muovendo il governo è infatti forse troppo inclinato. Il pericolo che sia tutta un’operazione di facciata è elevato. La redistribuzione tanto sognata potrebbe essere un miraggio. E il rapporto di fiducia tra Italia e mercati finanziari? Il timore che si possa compromettere è reale.

Ci sono, per l’appunto, alcuni aspetti che lasciano intravedere che ci saranno più danni che benefici.

Il primo è legato alle stime del governo. Secondo Renzi il gettito previsto sarà pari a 2,6 miliardi di euro. Una cifra significativa, specie considerando che senza il supporto dei titoli di Stato, la cui aliquota resterà al 12,5%, si andrà a colpire una fetta di mercato molto più piccola. Ma non per questo meno importante, sia per la liquidità sistemica sia per il corretto funzionamento dei mercati finanziari. Come conciliare la riduzione della piscina da cui attingere con un aumento delle stime sul gettito, dato che la prima previsione parlava di circa 1 miliardo di euro? I dettagli tecnici sono ancora un mistero. Soprattutto perché colpendo di più gli investitori in classi di asset differenti dai bond governativi domestici c’è il timore di una diminuzione dei volumi negoziati. E farlo in mercati così sottili come quelli italiani, è l’equivalente di un suicidio. Allo stesso tempo, è lecito attendersi una minore diversificazione degli investimenti. In altre parole, potrebbe esserci un incremento dell’allocazione delle risorse sui titoli di Stato. Buono nel breve termine, complice l’attuale calma piatta dettata dalla Banca centrale europea (Bce) a livello di eurozona. Male nel lungo, perché aumenterà l’autarchia degli investitori domestici, che potrebbero effettuare aumentare la percentuale di bond governativi italiani in portafoglio, circa 183 miliardi di euro a fine novembre 2013 secondo i dati della Banca d’Italia. Uno scenario giapponese che non riduce la frammentazione finanziaria dell’area euro.

Il secondo aspetto controverso è legato alle dinamiche di mercato e al comportamento finanziario degli investitori, che siano domestici o che siano internazionali. Un aumento della tassazione sul capital gain su obbligazioni corporate, azioni, opzioni, futures e altre classi di asset rischia di creare un circolo vizioso sugli operatori finanziari. Come reagiranno questi ultimi? Si attenderanno altri balzelli? È stato difficile far tornare la fiducia sull’Italia, quindi perché tentare di minarla con una nuova imposta? Anche perché, nel caso fosse applicata sui titoli circolanti e non solo le nuove emissioni, l’operazione sarebbe alla pari di una patrimoniale, seppur nascosta. Non esattamente un segnale distensivo verso i mercati finanziari. 

E così si arriva al terzo aspetto, il mercato delle obbligazioni corporate. Dato che il deleveraging bancario è ancora elevato, e questo si traduce nel credit crunch che limita al massimo i possibili canali di finanziamento per le imprese, è palese che queste abbiano iniziato a cercare risorse altrove. Dove? Sul mercato. Ovvero, nell’universo obbligazionario. Un settore, lo ha definito bene l’Association for financial markets in Europe (Afme) in un report riservato alla clientela istituzionale dello scorso ottobre, in crescita del 42% negli ultimi due anni in Italia. Vale a dire che più si chiudevano i rubinetti degli istituti di credito, più le Pmi cercavano altre vie per la liquidità. La maggiore aliquota sul capital gain potrebbe quindi assottigliare, e non si conosce l’entità di questa riduzione, un mercato che in realtà è diventato cruciale per le imprese. Giù l’Irap, ma giù anche l’attrattività del mercato dei bond corporate, una delle fonti di liquidità per le Pmi. 

C’è infine un quarto aspetto, più tecnico. Dato che si parla di tassazione delle rendite finanziarie bisogna distinguere le due principali categorie di investitori secondo l’erario, ovvero nettisti e lordisti. I primi, rappresentati perlopiù dalla clientela retail (vedasi, famiglie e imprese), vedono applicata alla fonte la ritenuta sulle plusvalenze che derivano dall’operatività in prodotti finanziari. I secondi, che sono gli investitori istituzionali, vedono una tassazione ben differente, che dipende dal regime della dichiarazione all’erario. Traduzione: l’investitore istituzionale ha l’obbligo di dichiarare il risultato economico dell’operatività in prodotti finanziari e viene tassato in base alla fascia di aliquota in cui rientra. Stop. Nessun impatto della nuova misura di Renzi. Gli istituzionali continueranno quindi la loro normale attività, dato che non saranno colpiti dalla rimodulazione. E tutta l’iniziativa sarebbe stata inutile. Nel migliore dei casi, ovviamente.

Fabrizio Goria

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http://www.linkiesta.it/matteo-renzi-patrimoniale-risparmio

La patrimoniale è il boomerang del governo Renzi

Ecco come tassare di più titoli di Stato e prodotti finanziari rischia di danneggiare l’Italia

Gira e rigira, la patrimoniale è sempre nell’aria. Che si tratti di prelievo forzoso dai conti correnti, o che si tratti di incremento della tassazione sulle rendite finanziarie, il discorso non cambia. È dal 2011 che l’Italia convive con questo spauracchio. E mai come in questi giorni, i primi del governo di Matteo Renzi, si discute sulla convenienza di questa via. Ma a dispetto dei benefici nel breve termine, peraltro pochi, i danni nel lungo periodo possono essere difficili da digerire, tanto per gli investitori stranieri quanto per quelli domestici.

[…] La tassazione delle rendite finanziarie già esiste. La detenzione di titoli di Stato in portafoglio già oggi è assoggettata a imposte, con un’aliquota del 12,5 per cento. È un eventuale aumento, o in termini politichesi rimodulazione, a spaventare. Si parla di portarla al 20%, in linea con le tasse sul capital gain per gli altri strumenti d’investimento. Se è vero che la media europea è del 25%, è altrettanto vero che in questo momento gli operatori finanziari, così come la clientela retail, non si attendono un’azione del genere. E non sono pochi i piccoli risparmiatori italiani che hanno in portafoglio bond governativi. Nello specifico, secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, a novembre la clientela retail deteneva 183 miliardi di euro, su un circolante di circa 1.700 miliardi. Non poco. Difficile non chiamarla patrimoniale, nel caso dalle parole si passasse ai fatti.

Un aumento delle imposte sui Bot, anche solo sulla clientela retail, può essere un’arma a doppio taglio. La frammentazione finanziaria nell’eurozona, fra cuore e periferia, è ancora elevata, nonostante qualche miglioramento. E il fenomeno dominante, o almeno quello più evidente, è che nei Paesi della periferia, tra cui troviamo anche l’Italia, i detentori dei titoli di Stato sono in prevalenza domestici. Secondo uno degli ultimi rapporti sul Paese a cura della banca nipponica Nomura, la percentuale di bond italiani circolanti in mano a investitori domestici è del 55%. La presenza degli esteri è invece del 36 per cento. La restante quota è ancora in mano alle singole banche centrali, come la Banca centrale europea (Bce).

L’incremento della tassazione su questi prodotti andrebbe quindi a colpire in prevalenza gli italiani. E getterebbe l’Italia sotto una cattiva luce verso gli investitori esteri. […] Quanto si può guadagnare da un aumento delle imposte sul capital gain sui Bot? Secondo le prime stime, circa un miliardo di euro. Troppo poco perché sia una misura capace di incidere sull’abbattimento del debito pubblico. […]

Infine, come potrebbe prenderla l’Europa? Nella lunga corsa che porta alle elezioni europee, uno dei leit motiv è stato il cambio di registro su chi deve pagare per la crisi. In campo bancario si è passati dai bailout, i salvataggi con soldi pubblici, ai bail-in, i salvataggi interni. In altre parole, si vuole evitare che siano i contribuenti a pagare per le malversazioni finanziarie di terzi, che siano banche o che siano governi. In quest’ottica, è facile prevedere come potrebbe essere accolta da Bruxelles un incremento delle aliquote sulle rendite finanziarie. Sarebbe vista, fanno notare fonti diplomatiche, come l’ennesima occasione persa per l’Italia. Invece di avanzare con riforme strutturali e razionalizzazione della spesa pubblica, specie quella improduttiva, Roma darebbe un segnale di demagogia, faciloneria e convenienza politica, dato che proprio un aumento delle imposte sul capital gain è da sempre uno dei temi più a cuore del centrosinistra. Sarebbe quindi questo il “cambia verso” voluto da Renzi?

Fabrizio Goria

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Aggiornamento del 22 aprile 2014:

http://phastidio.net/2014/04/18/regressivi-distorsivi-ottusi/

Regressivi, distorsivi, ottusi

FRIDAY, 18 APRIL, 2014

E dunque, pare ormai certo che il cosiddetto decreto legge sulla spending review confermerà che l’imposta sostitutiva al 26% per i nettisti colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. Il concetto di “rendite pure” entra quindi in una nuova e lisergica dimensione.

Quale sarà l’esito ultimo di tale levata d’ingegno del nostro rutilante premier e del suo confuso sottosegretario? Che la componente di raccolta bancaria riferita alle persone fisiche residenti (che è tutt’altro che marginale, sappiatelo) è destinata a diventare più onerosa, a parità di ogni altra condizione. Le banche dovranno offrire tassi più alti su depositi e proprie obbligazioni, per impedire che i clienti si comprino titoli di stato e buoni postali, e cercheranno quindi di recuperare l’erosione del margine d’interesse innalzando in parallelo il costo del credito, almeno di quello che viene ancora erogato. Il buon Delrio se ne uscirà proclamando “non accettiamo ricatti” dalle banche, ed ottenendo l’entusiastica adesione di qualche pirlacchione che al bar o sui social si accoderà dicendo “bravo Renzi, fai vedere chi comanda a quelle arroganti banche”, e vissero tutti felici e contenti. Con un po’ di fortuna, potremo anche vedere sfilare davanti alle telecamere il sorriso ebete del fesso di turno che vi dirà “non abbiamo tassato i Bot, rallegratevi”. […]

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Aggiornamento del 3 maggio 2014:

http://www.linkiesta.it/tassazione-rendite-finanziarie

Tassare le rendite finanziarie, così si #cambiaverso

La tassazione proposta da Renzi rischia di aggravare alcune distorsioni del sistema fiscale italiano

Marcello Esposito – 30/04/2014

[…] La proposta del Governo Renzi di aumentare l’imposta sostitutiva dal 20% al 26% […] rischia […] di aggravare alcune distorsioni del sistema fiscale italiano. Bisognerebbe avere più coraggio ed approntare l’unica riforma che ha senso in termini sia di efficienza che di equità: inserire tutti i redditi, compresi quelli finanziari, nell’imponibile Irpef. Veniamo comunque alla situazione italiana che come al solito non brilla né per trasparenza né congruità. Attualmente, sulla ricchezza finanziaria abbiamo un misto di tassazione reddituale e patrimoniale. In entrambi i casi non esiste un raccordo con la tassazione delle altre forme di reddito e di patrimonio.

  • Lo status quo in Italia

Innanzitutto, è bene ricordare che in Italia esiste la patrimoniale anche sulla ricchezza finanziaria. È nascosta sotto le spoglie di un’imposta di bollo ed è pure abbastanza pesante: 0,20% all’anno sull’ammontare del patrimonio depositato presso una banca italiana. Per rendersi conto che non si tratta di una aliquota leggera, ricordiamo che il famigerato decreto di Amato che nel ’92 tassò i conti correnti prevedeva un prelievo dello 0,6% una tantum e solo sulle disponibilità liquide. In un contesto di bassi tassi d’interesse come l’attuale ne conseguono situazioni di regressività, perché la patrimoniale penalizza oltremodo le forme di investimento a basso rischio, e quindi a basso rendimento, preferite dalle fasce di popolazione meno abbiente. Se prendiamo un Bot a 3 mesi, il cui rendimento lordo è risultato pari a 0,243% nell’asta del 10 aprile 2014, l’imposta di bollo incide per quasi il 100% del rendimento lordo ed è quasi 8 volte l’imposta sostitutiva. Nel caso di un Btp decennale, uno strumento che le ormai citatissime “vecchiette” non comprano non fosse altro per questioni anagrafiche, l’incidenza è inferiore al 8% del rendimento (2,7% rendimento netto del Btp 3.75% 1 settembre 2024) e quindi pari poco più della metà dell’imposta sostitutiva.

Oltre alla patrimoniale occulta, in Italia esiste poi la tassazione sui redditi (cedole o guadagni in c/capitale) prodotti dalla ricchezza finanziaria. La aliquota è pari al 20%, fatta eccezione per i titoli di Stato che sono al 12,5% (e il risparmio previdenziale all’11%). È una delle tassazioni più favorevoli che esistano in Europa, soprattutto quella sui titoli di Stato. Notiamo subito tre incongruenze rispetto ai principi di equità e di efficienza: le aliquote non sono neutrali rispetto alla tipologia dell’investimento; le aliquote non sono progressive rispetto al reddito; le aliquote sono inferiori a quelle applicate al reddito delle persone fisiche e delle persone giuridiche.

  • Gli effetti della proposta del governo Renzi

La proposta del governo Renzi di innalzare l’imposta sostitutiva al 26% corregge parzialmente la terza incongruenza, ma aggrava la prima (perché i titoli di Stato rimangono fermi al 12,5%) e non fa nulla per risolvere la seconda. Per quale motivo i titoli di Stato sono tassati ad una aliquota più bassa, che non viene toccata dal governo che vuole cambiare verso all’Italia? Probabilmente, Renzi è prigioniero di un “vecchio tabù”, secondo il quale aumentare le tasse sui Btp è una partita di giro: se aumento le tasse sui Btp, aumenta in pari misura il tasso di rendimento lordo richiesto dai risparmiatori e quindi il maggior gettito viene esattamente compensato da una maggiore spesa per interessi. Quindi, “economicamente” non ci sono vantaggi, mentre “politicamente” si subisce il pestaggio mediatico della destra populista. […] Se il credito deve fluire all’economia reale e si vuole superare l’impostazione banco-centrica del sistema finanziario italiano, un passo obbligato dovrebbe essere la riduzione se non l’annullamento del privilegio concesso ai titoli di Stato. A differenza del mercato dei titoli di Stato, che è internazionalizzato, lo sviluppo di un mercato per le obbligazioni corporate emesse non dalle grandi aziende ma da quelle medio-piccole probabilmente ha ancora bisogno del sostegno degli investitori domestici. È una questione di conoscenza, di barriere linguistiche e culturali che determina una segmentazione naturale del mercato obbligazionario. Qui, l’investitore marginale potrebbe ancora essere quello domestico e un regime fiscale almeno pari a quello dei titoli di Stato favorirebbe una ricomposizione dei portafogli domestici.

Volendo toccare l’imposta sostitutiva, quindi, la scelta ottimale sarebbe quella di utilizzare una sola aliquota uniforme per tutti gli strumenti finanziari e concedere il regime fiscale privilegiato solo in base all’utilizzo a scopi previdenziali. I tassi pagati dal Tesoro non ne risentirebbero negativamente, le entrate fiscali aumenterebbero, l’economia reale potrebbe trarne un beneficio e l’aumento di aliquota potrebbe essere decisamente più contenuto.

A quale livello posizionare l’aliquota? Lo scaglione Irpef più basso è al 23% (in realtà l’aliquota effettiva è già pari al 27,51% a partire da 8.000 euro). C’è un motivo per il quale un operaio che riceve un aumento di stipendio di 1.000 euro deve pagare 230 euro di tasse in più, mentre un manager che riceve una eredità in Btp (di circa 34.200 euro) che gli rendono 1.000 euro di cedole l’anno deve pagare solo 125 euro di imposte? Avendo quindi come punto di riferimento l’aliquota relativa al primo scaglione Irpef e il gettito stimato (3 miliardi di euro a regime) dalla manovra Renzi, due proposte alternative potrebbero essere ad esempio quelle illustrate nella tabella sottostante. In un caso, si mantiene un regime di favore per i titoli di Stato (19%) rispetto agli altri strumenti finanziari (23%), ma con un aumento della tassazione (3%) per questi ultimi dimezzato rispetto a quanto deliberato dal Governo (6%). Nell’altro, invece, si opta per una aliquota uniforme ed esattamente pari al 23%: il gettito aumenterebbe a 4,300 miliardi, mantenendo comunque per le rendite finanziarie un livello di tassazione tra i più bassi in Europa.  tassare-rendite-finanziarie-renzi-gettito

  • Le rendite finanziare come una qualunque fonte di reddito

La vera proposta innovativa consiste tuttavia non in una modifica di aliquote, ma in un cambio di filosofia. Le rendite finanziarie dovrebbero essere trattate come una qualunque fonte di reddito ed essere inserite in dichiarazione redditi per concorrere a determinare l’imponibile Irpef. Questo accade in paesi molto più liberali del nostro, come gli USA e il Regno Unito. Si dirà che il capitale finanziario, essendo frutto del risparmio e provenendo da reddito da lavoro o da impresa, è stato già tassato al momento della sua formazione e quindi è “giusto” che, quando lo si tassa una seconda volta, l’aliquota debba essere più bassa di quella Irpef. Ma il capitale umano nasce forse dal nulla? I genitori spendono per fare studiare i loro figli (e anche la collettività contribuisce in un sistema pubblico). I soldi per fare studiare i figli sono presi dal loro stipendio netto. Il capitale umano produrrà in futuro i suoi frutti e sarà tassato dall’Irpef. Un ragionamento analogo vale per il reddito da impresa o da lavoro autonomo. Prendiamo il caso di un lavoratore dipendente che ha risparmiato e decide di investire il risparmio che ha accumulato per mettersi in proprio ed aprire un negozio. Il reddito derivante dall’attività del negozio sarà forse esentato dal pagamento delle tasse? In tutto questo non dimentichiamo che la ricchezza finanziaria non deriva soltanto dal risparmio personale, ma deriva (e deriverà sempre di più in futuro) da eredità e donazioni. Il ritorno ad un capitalismo dinastico ed ereditario è d’altro canto una delle maggiori preoccupazioni emerse nelle analisi sulla crisi delle economie occidentali. D’altro canto, Abraham Lincoln già nel 1861 dichiarò: “il mondo del lavoro precede il capitale. Il capitale è frutto del lavoro, e non sarebbe esistito senza il lavoro, il lavoro che lo ha creato. Il mondo del lavoro è superiore al mondo del capitale e merita maggiore considerazione.”

Senza toccare in questa sede il tema dell’imposta di successione, è evidente che un regime fiscale privilegiato per le rendite finanziarie accentuerà sempre di più la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. La distribuzione della ricchezza è infatti molto più concentrata di quella dei redditi. In particolare, Bartiloro e Rampazzi stimano che il 25% più ricco possieda il 68,5% della ricchezza nazionale; il 50% più ricco ne possieda l’86%; il 50% più povero possieda il 14%. Il maggior gettito che ne deriverebbe potrebbe tra l’altro consentire un abbassamento significativo della aliquota dell’imposta di bollo/patrimoniale. Infatti, vista la distribuzione della ricchezza e la correlazione tra questa e il reddito, le rendite finanziarie verrebbero tassate ad una aliquota media vicina all’aliquota marginale Irpef degli scaglioni più elevati. Ipotizzando che la ricchezza finanziaria abbia una correlazione positiva con il reddito, ne deriva che l’aliquota marginale a cui verrebbero tassate le rendite finanziarie sarebbe pari al 40%. Ne deriverebbe un incremento di gettito significativo, pari a circa 17 miliardi di euro, con cui finanziare appunto la riduzione dell’imposta di bollo e la rimodulazione di alcune imposte patrimoniali sulla casa che, oltre ad essere ingiuste perché non proporzionate al reddito prodotto o ai servizi di cui si usufruisce, hanno raggiunto un livello insostenibile e rischiano di bloccare per parecchi anni la ripresa del mercato immobiliare in Italia.rendite-finanziarie-stime-aliquote-renziLa ridefinizione dell’imponibile Irpef in maniera omnicomprensiva consentirebbe inoltre di definire politiche fiscali eque. Basti pensare che agli “80 euro” mensili che vengono concessi a chi ha lo stesso livello di reddito da lavoro dipendente, senza alcuna considerazione rispetto al (reddito generato dal) patrimonio.

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Aggiornamento del 29 giugno 2014:

Questa l’opinione della Prof.ssa Ester Faia, docente di Economia Monetaria e Fiscale all’Università di Francoforte, intervistata da Oscar Giannino nella puntata di “La versione di Oscar” (Radio24) del 27 giugno 2014 (“Verso un patto di stabilità più flessibile”):

 

 

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