Il Festival di Sanremo rappresenta l’ennesimo esempio di come sia bistrattata la cultura musicale in Italia. Ci sono tanti programmi dedicati alla musica, peccato che nessuno sia davvero in grado di trasmetterci conoscenza e passione per la buona musica.

Per poter apprezzare la musica bisogna innanzitutto conoscerla, sperimentarla, sia con l’ascolto che con l’esercizio in prima persona, imparando a suonare uno strumento.

Il risultato della nostra pessima cultura musicale lo possiamo riscontrare dal fatto di saper scarsamente apprezzare la musica per eccellenza, ovvero la musica classica (“Gli italiani e la musica classica“). Tuttavia, ogni genere musicale dovrebbe essere conosciuto e provato, prima di essere giudicato.

Il dramma è che nelle scuole italiane nulla di tutto ciò viene fatto apprendere, nè dal punto di vista dell’ascolto e nè tantomeno dal punto di vista pratico, mentre la televisione sta facendo del suo peggio.

Vogliamo parlare di “X-factor“? Vi cito Natalino Balasso,  “X-factor è quella trasmissione dove i discografici ti dicono “aiutaci a trovare i talenti di domani”. E devo trovarteli io?!? Fai il tuo mestiere [insulto], e portami qua i cantanti già bravi!!!“.

Vogliamo parlare di “Io canto” e “Ti lascio una canzone”? Viene guardato solo perchè ci sono dei bambini, che possono essere più o meno bravi, ma è assurdo che vengano messi su un palcoscenico per far divertire degli adulti, dai quali poi vengono anche giudicati.

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http://teledicoio.blogosfere.it/2010/10/i-bambini-in-tv-le-scimmie-ammaestrate-e-linnocenza-perduta.html

I bambini in TV, le scimmie ammaestrate e l’innocenza perduta

12 Ottobre 2010 – di Paolo Siciliano

[…] La medesima perdita d’innocenza, volendo, possiamo ritrovarla in programmi come Io Canto Ti lascio una canzone, dove i bambini sembrano muoversi come piccole scimmie ammaestrate per il sollazzo degli adulti. Vedo questi scriccioli che impugnano il microfono e si muovono come attori consumati, esibendosi in brani maturi come “Almeno tu nell’universo” o “La voce del silenzio“: bravissimi, per carità, però… boh, mi pare innaturale. Cantano d’amori perduti, di tragedie e di tradimenti, senza magari rendersi conto di cosa stanno cantando. Oh, capiamoci bene: dico solo che potrebbero fargli cantare cose più adatte alla loro età, a ‘sti piccoletti. Se a sei anni intonassero Cristina D’Avena invece che Mia Martini, non so, mi sentirei meglio.

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Ma parliamo anche di Sanremo, un programma vecchio fatto per un popolo che evidentemente lo apprezza perchè ci tiene a rimanere vecchio. Un festival rimasto uguale da 64 anni fa (cioè dalla prima edizione datata 1951) fino ad oggi.

Ma introdurre un po’ rinnovamento e di cultura musicale, ogni tanto, è chiedere troppo?!?

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Aggiornamento del 4 marzo 2014:

Guardate un po’ cos’hanno fatto in America durante la cerimonia di assegnazione degli Oscar: vi renderete conto di quanto della differenza tra la loro fresca dinamicità e la nostra anacronistica antiquata staticità…

Video YouTube “Oscars 2014 Ellen Degeneres Best Oscar Moments

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Aggiornamento del 14 febbraio 2015:

http://www.lastampa.it/2015/02/13/cultura/opinioni/editoriali/eppure-siamo-ancora-litalia-di-sanremo-EQU9RPdKs5z3jFQIGGTm9N/pagina.html

Eppure siamo ancora l’Italia di Sanremo

13/02/2015 – MICHELE BRAMBILLA

I giornali sono pieni di articoli di inviati e d’intellettuali che scrivono basta con Sanremo, fa schifo, che barba che noia che stufita. Però il Paese evidentemente va da un’altra parte perché il festival va sempre meglio, più di dieci milioni di spettatori nella seconda serata.  

Quest’anno si diceva che sarebbe stato un festival in tono minore, che Carlo Conti è una brutta copia di Pippo Baudo, un nazionalpopolare solo più abbronzato, e che i cantanti, insomma, non sono niente di speciale. Invece nelle prime due serate il festival ha fatto una media d’ascolto del 45,6 per cento, la più alta degli ultimi dieci anni; ed è vero che quest’anno si è anticipato il tutto di una settimana per evitare la concorrenza della Champions League, però la sostanza è che Sanremo è sempre Sanremo, non ci si rinuncia a guardarlo. Magari per dire che la Tatangelo è vestita male e ma come si fa a mettere lì una come Arisa a fare la valletta: però lo si guarda.

Conosciamo bene quel che si dice della tv cosiddetta generalista. Che l’età media del pubblico è di 60 anni, in prevalenza donne, in prevalenza del Sud, in prevalenza di bassa istruzione. E quindi, insomma, a seguire il festival ci sarebbe quell’Italia lì, che gli inviati e gli intellettuali guardano con una certa puzza sotto il naso. Ma questa è una teoria, la realtà dice un’altra cosa: l’età media della seconda serata è stata di 51,4 anni rispetto ai 53,8 della scorsa edizione. E non solo. Leggete bene: la crescita maggiore (più 22 per cento) si registra nel pubblico dei giovanissimi, quelli che vanno dai 15 ai 24 anni. Cresce anche il livello di istruzione media superiore (più 10,8) e i laureati (più 4,5 rispetto all’anno scorso). Lo stereotipo di un pubblico di Sanremo legato a un vecchio mondo è smentito anche da Internet: la seconda serata ha avuto 1,2 milioni visitatori sul sito web del festival e 300 mila interventi su Twitter. Era inorridito e indignato per tanta plebea esibizione, la maggioranza del popolo dei cinguettatori: però, chissà come mai, stava guardando il festival.

Perché Sanremo è Sanremo. Non esiste in Italia, e forse al mondo, uno spettacolo così longevo. Sono sessantacinque anni che ripete un format rimasto, tutto sommato, sempre lo stesso. La prima edizione fu nel 1951, quando il presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi ed esisteva ancora un ministero per l’Africa italiana. Vinse Nilla Pizzi con «Grazie dei fiori».

Ci fu una crisetta negli Anni Settanta, i più ideologizzati: dal 1973 al 1980 il festival fu ridotto a tre serate e la tv ne trasmetteva solo una. Ma poi cominciò la grande rinascita e nel 1987, quando vinse il Trio Morandi-Tozzi-Ruggeri, si toccò una vetta mai più ripetuta: 68,71 di share. Non c’erano però tutti i canali di oggi, e quindi pure l’attuale 45 per cento è la prova che Sanremo è forse l’unica cosa che unifica il Paese: più ancora della nazionale dei calcio. Costringe a stare davanti alla tv vecchi e giovani, incolti e laureati, entusiasti e critici. Perfino i giornalisti che si sentono più intelligenti di chi guarda Sanremo fanno parte del rito di Sanremo.

Quando Carlo Conti ha chiesto ad Al Bano e Romina di baciarsi, oltre a provocare il gelo fra i due ha fatto inorridire i dotti e i sapienti della sala stampa. Ma il grido «ba-cio, ba-cio» che s’è levato dal pubblico dell’Ariston era in fondo lo spirito di un popolo che pur nel turbinio dei nuovi costumi vorrebbe che un amore non finisse mai. Abbiamo vissuto la scomparsa della Dc e la caduta del Muro di Berlino, addirittura le dimissioni di un Papa: ma il divorzio di Al Bano e Romina ci è insopportabile.

Piaccia o no, questa è una parte dell’Italia. E non è detto che sia la peggiore. 

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Aggiornamento del 15 febbraio 2016:

Sanremo è sempre Sanremo, la storia si ripete: al di là dei gossip, ciò che ci interessa è la qualità delle canzoni in gara. In merito a ciò, ogni anno abbiamo speranza ed ogni anno rimaniamo delusi: sul podio troviamo sempre canzoni di vecchio stampo, mentre i respiri innovativi vengono ignorati. D’altra parte questo è, evidentemente, il festival che ci piace e che vogliamo continuare a vedere (ed ascoltare, ahimè…)

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/02/12/alan-lomax-racconta-come-sanremo-ha-annientato-la-musica-italiana/29259/

Alan Lomax racconta come Sanremo ha annientato la musica italiana

Negli anni 50 il festival nacque puntando sulla canzone di derivazione Usa. Il risultato è che siamo condannati al provincialismo musicale. E a imitare le popstar Usa

E’ un perfetto cold case antropologico e cultural-musicale. L’assassinato lo conoscevamo: si tratta del pop italiano. Ci siamo mai chiesti perché il mainstream musicale d’Italia è da sempre così integralmente debitore, come produzione, sound e perfino birignao compositivi, della musica inglese e americana? Ci siamo chiesti perché, mentre altre culture si sono manifestate con caratteristiche se non altro riconoscibili, da noi in un modo o nell’altro (e a parte meravigliose eccezioni, ovvio) siamo ancorati a un altrove che ci relega al ruolo di provinciali? Ci siamo chiesti perché le nostre popstar negli Usa o in Inghilterra non attecchiscono e vengono sempre viste, quale più quale meno, come cloni di un qualcun altro?

E infine chiediamoci come mai altre tradizioni hanno proposto nel Novecento musiche pop fatte di fortissime radici locali, etniche (o come direbbero i musicologi: extracolte) come il blues, il jazz, il rock e poi il folk di varie derivazioni, il flamenco, il fado, la samba. E invece da noi niente o quasi. Per chi ci guarda da fuori l’Italia è ancora l’Opera, apprezzata in tutto il mondo. E forse, un po’ Modugno, o Napoli. Per il resto (a parte le solite eccezioni: david Byrne che elogia De Andrè, Bowie che ama Anima Latina di Battisti, il progressive, poco altro), non pervenuti. Un suono italiano mainstream non c’è.

A parte le solite eccezioni: David Byrne che elogia De Andrè, Bowie che ama Anima Latina di Battisti, il progressive, poco altro, musicalmente risultiamo non pervenuti.

La risposta è in quel rituale, anno dopo anno più stanco e meno facente funzioni, che si chiama Sanremo, che è anche di fatto l’assassino della musica popolare italiana, cioè di quella scintilla archetipica che ci avrebbe potuto rappresentare nel 900 con una fisionomia culturale. E’ un fatto, non una supposizione. Sanremo in tv è nato con il preciso intento di fare fuori la musica popolare italiana.

Stiamo solo riportando il racconto del più grande musicologo del 900. Vale a dire Alan Lomax, l’uomo che con le sue registrazioni ha scoperto buona parte del blues (Muddy Waters, tra i tantissimi altri), i padri del jazz (Jelly Roll Morton, ripescato in un infimo albergo), molta musica sudamericana, e ha reso consapevoli gli spagnoli di possedere un tesoro chiamato flamenco
Bene, proprio Lomax nel 1954-55 riuscì a organizzare un viaggio in Italia, sponsorizzato dalla Bbc, insieme a un giovane ricercatore (da quel momento in poi considerato il fondatore dell’etnomusicologia italiana) Diego Carpitella. Un anno on the road, dalla Sicilia alla Val d’Aosta, al Veneto. Registrazioni nelle strade, nelle piazze, nelle case di paese: dai canti dei pescatori calabresi di pescespada ai cori della Liguria.
Sorpresa: secondo Lomax “il paesaggio sonoro italiano era il più ricco, vario e originale” da lui mai incontrato, come ha ricordato la figlia Anna.
Lomax riteneva la tradizione musicale italiana la più interessante in Europa. Il resoconto del viaggio si legge nel libro autobiografico L’anno più felice della mia vita (Il Saggiatore) e si ascolta nella serie dei dischi Italian Treasury. Accessibilissimi, e a tutti sconosciuti meno agli specialisti.

E qui viene il bello, o meglio, il giallo, o meglio il noir. Lomax entusiasta, dopo aver incontrato Alberto Moravia e Francesco Rosi, e dopo aver fornito le sue registrazioni a Pier Paolo Pasolini (che le userà per Decameron, senza citarlo), andò a parlare alla dirigenza Rai. Citò l’esempio delle piccole stazioni radio negli Usa, che trasmettevano musica del posto finanziandosi con la pubblicità locale. Il dirigente, il maestro Giulio Razzi, nel frattempo sorrideva.

Fu una scelta precisa della Rai, puntare su Sanremo (di cui Razzi era uno degli organizzatori) per la tv. La più potente e centralista azienda culturale italiana decise di concentrarsi sulla canzone derivata dalla tradizione Usa di Tin Pan Alley, il popolare italiano venne tolto di mezzo dai media prima ancora di entrarci. Risultato di questa scelta di paradigma: il pop della penisola nacque facendo fuori le proprie radici, e imitando la canzone Usa. Sarebbe giusto ricordare che l’irrilevanza di tanto pop mainstream italiano ha un’origine precisa.

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