Ecco altri articoli che parlano di un tema che ci sta molto a cuore e di cui potete trovare molto materiale nel blog: la cultura scientifica.

Il primo articolo è un’ulteriore conferma dell’opinione che sosteniamo: nella società italiana è fortemente carente la formazione scientifica di base (il terzo articolo che troverete qui di seguito, di Carlo Stagnaro, è una delle evidenti conseguenze di ciò).

Il secondo articolo, invece, esplora una delle cause della superficialità con cui in Italia si parla di scienza, ovvero il sedicente “giornalismo scientifico“.

http://www.imille.org/2011/05/dante-e-l%E2%80%99elettrone-lo-stato-della-cultura-scientifica-in-italia/

Dante e l’elettrone. Lo stato della cultura scientifica in Italia

24/05/2011 di Riccardo Spezia

“Chi è Dante?” E’ una domanda quasi sfrontata, e colui al quale la si rivolge può facilmente rispondere quasi offeso, perché “chi non sa chi è Dante”? Magari senza entrare nei particolari, ma quasi tutti in Italia sanno chi è Dante, perché ne hanno sentito parlare a scuola, e si ricordano il viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, e poi magari le letture di Benigni in prima serata le hanno richiamate alla memoria o semplicemente diffuse tra chi al liceo non è mai andato. Per questo chiedere “chi è Dante” risulta quasi offensivo, e in pochi ammetterebbero di non saperlo senza ammettere al tempo stesso di essere “ignoranti” (e nessuno anche in una società dove la cultura tradizionale non la fa da padrona ama dichiararsi ignorante).

Poi mi sono domandato, quale potrebbe essere la domanda equivalente “scientifica”? Ovvero quale “cosa” del mondo della scienza è una conoscenza altrettanto fondamentale? Le possibilità erano tante (dalla legge di Newton, all’atomo, agli elementi, alla luce, al DNA), ma forse una domanda può essere altrettanto diretta e generale: “che cos’è un elettrone?”.
Provando però a chiedere (realmente o con un esperimento del pensiero) a chi ci circonda è forse più difficile trovare qualcuno che dia facilmente una risposta e ancor più difficile chi quasi si “vergogna” (come per Dante) di non saperla.

Così se proviamo a chiedere alla stessa persona: “Sai chi è Dante? Sai cos’è un elettrone?” probabilmente (verificando la correttezza delle risposte) potremmo avere una fotografia di quanto sia enorme lo squilibrio nelle conoscenze. E di quanti pochi, a tutti i livelli culturali (escludendo ovviamente i pochi professionisti), sappiano cosa sia un elettrone. Certo, lo si è incontrato (si spera) nei corsi di scienze a scuola, ma poi lo si è presto dimenticato. Anche perché non c’è stato poi nessun comico che l’ha messo al centro di uno spettacolo di successo. E questa è una chiara colpa del mondo scientifico: avere la tendenza a rinchiudersi in una torre e non spendere molte energie nella divulgazione, intesa non come semplificazione (Benigni non mette in italiano moderno la Commedia, la legge in originale e poi semmai la spiega) ma come pedagogia che suscita poi interesse e quindi studio personale.

La predominanza nel sentimento diffuso della cultura “letteraria” da quella “scientifica” è qualcosa che viene da lontano (da Gentile ai gesuiti) e non è detto che in età scolastica avere una solida formazione letteraria (e di studio delle lingue morte) sia sbagliato, anzi, spesso è alla base di una successiva formazione scientifica importante. E’ qualcosa che però andrebbe modificato nella società di oggi, dove l’educazione scientifica è non solo importante per comprendere le basi di tanti “oggetti” nuovi che ci circondano (perché la scienza aiuta la tecnica ma ne differisce non di poco), ma è soprattutto fondamentale per formare cittadini più autonomi e consapevoli. Cittadini che imparino a dubitare e domandare, piuttosto che seguire mode o credenze. Per cittadini che siano scomodi e non sudditi.

Si potrebbe dire che Dante rappresenta la nostra cultura ben più della conoscenza di una particella. E’ forse vero, ma questo nasconde due “trappole”. Per prima cosa rappresenta la cultura italiana, europea, occidentale. E’ importante, fondamentale per leggere e godere della realtà che ci circonda, ma se chiediamo ad un giapponese o ad un indiano chi è Dante le probabilità di avere una risposta saranno chiaramente molto minori (e probabilmente più risposte positive sull’elettrone). D’altra parte quanti considerano una “grave ignoranza” non conoscere il Mahābhārata? Conoscere un costituente fondamentale di tutta la materia che ci circonda (la stessa qui e in India o Giappone) è quindi più “internazionale” (e unisce di più le culture diverse, direttamente). E questo non è tanto importante in sé (ovvero non c’è una classifica di importanza sull’estensione geografica delle conoscenze) ma perché andando in profondità sull’uguaglianza di un elettrone in Italia e in India si superano con disarmane semplicità tanti di quei preconcetti e tante di quelle divisioni culturali che stanno avvelenando i nostri giorni.

Ma ancor di più, dire che una “particella” non rappresenta la nostra cultura è anch’essa una trappola, lasciata da chi occulta le scoperte scientifiche come qualcosa in perenne bilico tra la magia e la tecnica. Perché la scienza è parte integrante della cultura, occidentale e umana, e, come diceva Claudio Magris alcuni giorni fa, gli intellettuali sono coloro i quali trasmettono il sapere, qualunque esso sia.

Per concludere, cambiare secoli di dominio culturale (inteso non tanto come predilezione dell’insegnamento letterario, ma soprattutto come non identificazione dell’ignoranza scientifica) non è cosa che si fa in pochi giorni, ma questo non deve essere un alibi per cercare di diffondere la cultura scientifica, magari con l’aiuto un Benigni dell’elettrone. Perché con il progresso della scienza si sta assistendo anche ad un sempre maggiore distacco della scienza dalla società e una ignoranza che è facile preda di “approfittatori” del dubbio che riescono a mettere sullo stesso piano il “dubbio scientifico” con le posizioni a-scientifiche, come avviene per esempio in USA dove l’insegnamento del creazionismo (mascherato come “intelligent design”) si vuole da tanti far diventare obbligatorio e addirittura sostitutivo dell’evoluzionismo (e la differenza semantica della parola “teoria” tra scienza e linguaggio quotidiano aiuta questo equivoco).

E perché magari grandi incomprensioni culturali e religiose tra popoli forse possono trovare un seme di salvezza proprio nel piccolo elettrone.

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http://www.queryonline.it/2014/02/05/la-scienza-e-i-media-nellultimo-libro-di-andrea-candela/

La scienza e i media nell’ultimo libro di Andrea Candela

5 febbraio 2014

Libro “Dal sogno degli alchimisti agli incubi di Frankenstein” di Andrea Candela

Recensione di Andrea Albini

La divulgazione della scienza sta vivendo un momento contraddittorio. Mentre cresce la quantità di notizie scientifiche che passano sui media (nuovi e vecchi) e aumenta l’interesse nell’opinione pubblica formata dai media medesimi, gli schemi narrativi e le griglie interpretative utilizzate per creare la “cultura scientifica” delle persone comuni rimangono quelli che in passato erano usate per costruire miti e leggende.

E’ questo il tema di fondo del ricco e articolato saggio di Andrea Candela, giovane docente di comunicazione della scienza all’Università dell’Insubria; un testo che offre, quasi ad ogni pagina, argomenti di riflessione e che ci auguriamo possa finire nelle mani non solo degli esperti di scienze sociali ma di tutti coloro che si occupano professionalmente di giornalismo e in particolare di giornalismo scientifico.

La quantità e la complessità della ricerca scientifica aumenta progressivamente anno dopo anno e non può essere raccontata in modo esauriente negli spazi limitati dell’informazione giornalistica, anche se è possibile raggiungere un buon compromesso. Le distorsioni presenti nell’informazione scientifica dei media, e che sono davanti agli occhi di tutti coloro che sanno giudicarle, non sono unicamente una questione di competenza sui contenuti da parte dei comunicatori (e di ignoranza da parte dei fruitori dell’informazione stessa) ma riguardano soprattutto le modalità con cui la comunicazione giornalistica non solo informa e intrattiene il suo pubblico, ma interpreta i fatti scientifici e li decodifica secondo schemi definiti, dando loro significato. Questa “visione del mondo”, che poco ha a che fare con le minuzie e i tecnicismi degli specialisti, ha radici profonde che emergono ogni volta che l’uomo si trova di fronte a forze e soggetti ambivalenti. E pochi argomenti contengono in sé quell’intrinseca ambivalenza capace di suscitare nel cittadino comune allo stesso tempo speranze e paure quanto la scienza. Naturalmente con la paura che gioca la parte del leone, perché le cattive notizie catturano l’attenzione del pubblico e parlare con toni allarmistici di OGM, biotecnologie, clonazione, inceneritori, centrali nucleari, pandemie virali e ogni sorta di “nemico invisibile” colpisce l’emotività delle persone molto più della valutazione di contenuti complicati, noiosi e spesso non chiaramente risolti.

Eppure, leggendo Candela ci accorgiamo che è anche esistito un periodo, all’inizio del Novecento, in cui i raggi X e la radioattività erano visti e descritti come una panacea universale. Ma non appena fu riconosciuta la potenziale pericolosità di certe applicazioni cominciarono ad uscire articoli sul “raggio della morte” oppure – durante l’ultimo conflitto mondiale – su fantomatiche ricerche riguardanti un “raggio d’impedimento” capace di arrestare gli aeroplani in volo, a cui si sarebbe dedicato Guglielmo Marconi. A quanto pare, l’informazione giornalistica sembra non poter fare a meno della contrapposizione.

Candela ci avverte che il giornalismo – e il giornalismo scientifico non fa eccezione – può essere visto come un vero e proprio genere narrativo che racconta una storia usando una particolare retorica, si concentra nei dettagli e veicola una determinata interpretazione che appartiene a un immaginario specifico, dominato da stereotipi, opinioni e luoghi comuni. Spesso l’informazione scientifica fa leva su elementi di curiosità, emotività e stranezza, e incasella i fatti nelle categorie interpretative del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo. Nei casi peggiori (ma sempre più frequenti) gli argomenti scientifici passano dal campo degli esperti o dei giornalisti scientifici alla sfera pubblica delle opinioni, dei dibattiti o della semplice chiacchiera televisiva. In questo ambito il parere esperto e l’approfondimento sono spesso marginalizzati (ammesso che vengano presi in considerazione) a discapito delle convinzioni personali di personaggi televisivi famosi, il cui giudizio dà sostegno o indebolisce la tesi in questione, anche se fondamentalmente chi interviene sa ben poco sull’argomento.

Immaginare che la comunicazione pubblica della scienza possa cambiare è irrealistico perché l’approccio emotivo fa vendere e crea audience. Pretendere invece che chi si occupa di comunicazione impari a essere ugualmente interessante distaccandosi da stereotipi comuni è sicuramente più ragionevole. La lettura di un libro come Dal sogno degli alchimisti agli incubi di Frankenstein fornisce certamente elementi per migliorare.

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https://www.leoniblog.it/2014/02/05/elogio-del-dato-cosa-ci-insegna-la-bufala-dei-60-miliardi-di-corruzione/

ELOGIO DEL DATO. COSA CI INSEGNA LA BUFALA DEI 60 MILIARDI DI CORRUZIONE

5 febbraio 2014 – di Carlo Stagnaro

La corruzione è un grande problema italiano. Ma la cialtroneria è un problema ancora più grande. Questo post è uno sfogo.

Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere un rapporto della Commissione europea secondo cui la corruzione costa al nostro paese circa 60 miliardi di euro l’anno, pari a circa la metà del costo della corruzione in tutta l’Unione europea. Questo dato è una bufala dalla genesi del tutto surreale: lo spiega Davide De Luca qui equi. Ciò non implica che la corruzione non sia una questione gravissima che va affrontata con la massima determinazione, come argomenta Michele Polo. Tuttavia, la vicenda dei 60 miliardi ci offre una lezione di cruciale importanza: più importante della corruzione, più importante della crisi di produttività, più importante di qualsiasi altra questione.

La lezione è questa: l’Italia è un paese che non ha alcun rispetto per i dati e per le parole. Me ne sono reso conto discutendo di questa vicenda sia su Twitter sia nel mondo reale, tanto con sconosciuti quanto con persone che conosco e stimo. Molti, ma davvero molti, ragionano grosso modo così: è forse vero che i 60 miliardi sono un numero a casaccio, ma la corruzione è il primo dei nostri problemi, quindi non si può andare troppo per il sottile, altrimenti si rischia di trasmettere la sensazione che la corruzione non sia un problema.

E’ un discorso che trovo sconvolgente. Se non conosciamo un male, come facciamo a curarlo? E se non lo misuriamo, come facciamo a conoscerlo? Nessuna misura di nessuna variabile fornisce mai il suo valore “vero”: che noi si misuri la lunghezza di una stanza col metro, che si stimi la dimensione del Pil o dell’evasione fiscale, che si cerchi di valutare l’effetto anti-crescita delle tangenti, non potremo mai conoscere la “verità”. Ne conosceremo sempre e solo un’approssimazione. A volte il grado d’incertezza è compatibile con le nostre esigenze, e quindi possiamo considerare adeguata una misura; altre volte non lo è. Per esempio, se devo sapere se un armadio sta nella mia stanza, dovrò misurare la parete e l’armadio e mi accontenterò di una stima precisa al millimetro. Se devo calibrare un pezzo meccanico di precisione, dovrà scendere al livello del micron o anche sotto. Nella misura dei grandi aggregati economici, l’incertezza è enorme. Ma sappiamo gestire l’incertezza (in funzione degli utilizzi che vogliamo fare di una data misura) e sappiamo stimare il rischio di errore. Per esempio, assumendo (ragionevolmente) di conoscere la distribuzione di probabilità dell’errore di misura, possiamo dire che una certa grandezza sta, al 90% o al 95% o al 99%, nell’intervallo (x-y, x+y). Nel dirlo, stiamo riconoscendo che c’è una certa probabilità – 10%, 5% o 1%, rispettivamente – che il valore “vero” sia molto più alto o molto più basso. Per quanto non possiamo conoscere il valore vero, conosciamo gli infiniti valori falsi: se una parete è “circa 4 metri”, può essere 4,01 metri oppure 3,99, ma sicuramente non è 5 metri o 12 centimetri. Questa è l’essenza del metodo scientifico e questa è la ragione per cui gli strumenti statistici sono di fondamentale importanza.

Ma che fare, di fronte a un dato privo di paternità (o frutto di una stima molto rudimentale) di fronte al quale non sappiamo dire nulla sugli intervalli di confidenza, o sulla precisione della stima? Quello è un dato che non ci fornisce alcuna informazione sulla realtà; è un dato inutile. L’argomento che “la corruzione è un problema serio” non rende i 60 miliardi un dato significativo; né rende alcun provvedimento preso su quella base di per sé giusto (o sbagliato).

Lo stesso trattamente che spesso riserviamo ai numeri lo applichiamo non di rado alle parole. Da mesi sto cercando qualcuno che mi dia una definizione non tautologica o circolare di “strategicità” (impresa strategica, settore strategico): niente, zero di zero.

Se tiriamo i numeri come la tombola, se usiamo le parole senza alcuna definizione (men che meno una definizione operativa), allora quello che diciamo con quei numeri e con quelle parole non significa nulla. Siamo precipitati nel totale relativismo: dove nulla significa nulla e tutto ciò che rimane è opzione ideologica, o politica, gioco delle parti, nella migliore delle ipotesi confronto retorico. Ci siamo precipitati in un mondo dove non solo non sappiamo ciò che è vero (e, come detto, oltre un certo livello è impossibile saperlo) ma non sappiamo neppure ciò che è falso (i 60 miliardi sono falsi). Se nulla è falsicabile, allora davvero non c’è speranza: non c’è speranza perché non c’è misura, e non c’è misura perché non c’è metodo.

Questo post voleva essere un appello, o un elogio del dato, e invece si riduce a uno sfogo. Prima ancora della corruzione, dovremmo risolvere il problema della corruzione intellettuale che ci spinge a discutere del nulla, senza sforzarci di dare un senso alle cose. Senza alcun appiglio empirico a quello che diciamo, facciamo o proponiamo. Senza l’onestà di dire che ci sono cose che conosciamo e altre che conosciamo meno, ma non per questo sono meno rilevanti. Accettereste di essere curati da un medico che non vi sa misurare la pressione? Se la risposta, come spero, è no, perché accettate un dibattito pubblico dove tutto è posizionamento e nulla è tensione verso la comprensione delle cose? Perché?

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Vedi l’articolo: “L’Italia e la cultura scientifica: l’importanza di una “politica della scienza”

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